Il grido d’aiuto (inascoltato) di Lea Garofalo

SPECIALE LEA GAROFALO. UNDICI ANNI DOPO – La LETTERA della TESTIMONE DI GIUSTIZIA. «La cosa peggiore è che conosco già il destino che mi spetta, dopo essere stata colpita negli interessi materiali e affettivi arriverà la morte! Inaspettata indegna e inesorabile…»

Il grido d'aiuto (inascoltato) di Lea Garofalo
La testimone di giustizia Lea Garofalo

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Lea ha conosciuto la ‘ndrangheta da vicino: come tante donne, ha subìto la violenza brutale della mafia calabrese. Ha denunciato quello che ha visto, quello che ha sentito: una lunga serie di omicidi, droga, usura, minacce, violenze di ogni tipo. Ha raccontato la ‘ndrangheta che uccide, che fa affari, che fa schifo!

È stata uccisa perché si è contrapposta alla cultura mafiosa, che non perdona il tradimento – soprattutto – di una fimminaA 36 anni è stata rapita a Milano per ordine del suo ex compagno, dopo un precedente tentativo di sequestro in Molise, a Campobasso. 

Le mafie, sino ad oggi, hanno ucciso più di 150 donne. Solo grazie alle fimmine è possibile immaginare un futuro diverso per questo Paese, un futuro senza il puzzo opprimente di queste organizzazioni criminali, che possono tutto per la loro immensa potenza economica e militare. Per i loro legami secolari con la politica e le Istituzione. Ma con Lea e con Denise non hanno potuto nulla. Gli assassini sono stati condannati all’ergastolo. Al carcere a vita. Il clan Cosco è stato distrutto da due donne, che hanno avuto la forza e il coraggio di dire No.

Lea in vita si è sentita «una giovane madre disperata», stanca di chiedere aiuto, di chiedere protezione. Nessuno, come in tante altre occasioni, ha mai chiesto scusa. Nessuno ha mai telefonato alla madre di Lea, la signora Santina. Il suo memoriale è stato pubblicato solo dopo la sua morte. In questo strano Paese succede sempre tutto dopo.  

LA LETTERA DI LEA GAROFALO:

«Ho bisogno d’aiuto, qualcuno ci aiuti»

Signor Presidente della Repubblica,chi le scrive è una giovane madre, disperata allo stremo delle sue forze, psichiche e mentali in quanto quotidianamente torturata da anni dall’assoluta mancanza di adeguata tutela da parte di taluni liberi professionisti, quali il mio attuale legale che si dice disponibile a tutelarmi e di fatto non risponde neanche alle mie telefonate.

Siamo da circa sette anni in un programma di protezione provvisorio. In casi normali la provvisorietà dura all’incirca un anno, in questo caso si è oltrepassato ogni tempo e, permettetemi, ogni limite, in quanto quotidianamente vengono violati i nostri diritti fondamentali sanciti dalle leggi europee. Il legale assegnatomi dopo avermi fatto figurare come collaboratrice, termine senza che mai e dico mai ho commesso alcun reato in vita mia. Sono una donna che si è sempre presa la responsabilità e che da tempo ha deciso di rompere ogni tipo di legame con la propria famiglia e con il convivente. Cercando di riniziare una vita all’insegna della legalità e della giustizia con mia figlia. Dopo numerose minacce psichiche, verbali e mentali di denunciare tutti. Vengo ascoltata da un magistrato dopo un mese delle mie dichiarazioni in presenza di un maresciallo e di un legale assegnatomi, mi dissero che bisognava aspettare di trovare un magistrato che non fosse corrotto dopo oltre un mese passato scappando di città in città per ovvie paure e con una figlia piccola, i carabinieri ci condussero alla procura della Repubblica di C.(Catanzaro, nda) e lì fui sentita in presenza di un avvocato assegnatomi dalla stessa procura.

Questi mi comunicarono di figurare come collaboratore, premetto di non aver nessuna conoscenza giuridica, pertanto il termine di collaboratore per una persona ignorante, era corretto in quanto stavo collaborando al fine di arrestare dei criminali mafiosi. Dopo circa tre anni il mio caso passa ad un altro magistrato e da lui appresi di essere stata mal tutelata dal mio legale. Oggi mi ritrovo, assieme a mia figlia isolata da tutto e da tutti, ho perso tutto, la mia famiglia, ho perso il mio lavoro (anche se precario) ho perso la casa, ho perso i miei innumerevoli amici, ho perso ogni aspettativa di futuro, ma questo lo avevo messo in conto, sapevo a cosa andavo incontro facendo una scelta simile. Quello che non avevo messo in conto e che assolutamente immaginavo, e non solo perché sono una povera ignorante con a mala pena un attestato di licenza media inferiore, ma perché pensavo sinceramente che denunciare fosse l’unico modo per porre fine agli innumerevoli soprusi e probabilmente a far tornare sui propri passi qualche povero disgraziato sinceramente, non so neanche da dove mi viene questo spirito, o forse sì, visti i tristi precedenti di cause perse ingiustamente da parte dei miei familiari onestissimi! Gente che si è venduta pure la casa dove abitava, per pagare gli avvocati e soprattutto, per perseguire un’idea di giustizia che non c’è mai stata, anzi tutt’altro!

Oggi e dopo tutti i precedenti, mi chiedo ancora come ho potuto, anche solo pensare che in Italia possa realmente esistere qualcosa di simile alla giustizia, soprattutto dopo precedenti disastrosi come quelli vissuti in prima persona dai miei familiari. 

Eppure sarà che la storia si ripete che la genetica non cambia, ho ripetuto e sto ripentendo passo dopo passo quello che nella mia famiglia è già successo, e sa qual è la cosa peggiore? La cosa peggiore è che conosco già il destino che mi spetta, dopo essere stata colpita negli interessi materiali e affettivi arriverà la morte! Inaspettata indegna e inesorabile e soprattutto senza la soddisfazione per qualche mio familiare è stato anche abbastanza naturale se così si può dire, di una persona che muore perché annega i propri dolori nell’alcol per dimenticare un figlio che è stato ucciso per essersi rifiutato di sottostare ai ricatti di qualche mafioso di turno. Per qualcun altro è stato certamente più atroce di quanto si possa immaginare lentamente, perché questo visti i risultati precedenti negativi si è fatto giustizia da solo e, si sa, quando si entra in certi vincoli viziosi difficilmente se ne esce indenni tutto questo perché le istituzioni hanno fatto orecchie da mercante! Ora con questa mia lettera vorrei presuntuosamente cambiare il corso della mia triste storia perché non voglio assolutamente che un giorno qualcuno possa sentirsi autorizzato a fare ciò che deve fare la legge e quindi sacrificare se pur per una giustissima causa la propria vita e quella dei propri cari per perseguire un’idea di giustizia che tale non è più nel momento in cui ce la si fa da soli e, con metodi spicci.

Vorrei Signor Presidente, che con questa mia richiesta di aiuto lei mi rispondesse alle decine, se non centinaia di persone che oggi si trovano nella mia stessa situazione.

Ora non so, sinceramente, quanti di noi non abbiamo mai commesso alcun reato e, dopo aver denunciato diversi atti criminali, si sono ritrovati catalogati come collaboratori di giustizia e quindi di appartenenti a quella nota fascia di infami, così comunemente chiamati in Italia, piuttosto che testimoni di atti criminali, perché le posso assicurare, in quanto vissuto personalmente che esistono persone che nonostante essere in mezzo a situazioni del genere riescono a non farsi compromettere in nessun modo e ad avere saputo dare dignità e speranza oltre che giustizia alla loro esistenza. Lei oggi, signor Presidente, può cambiare il corso della storia, se vuole può aiutare chi, non si sa bene perché, o come, riesce ancora a credere che anche in questo Paese vivere giustamente si può nonostante tutto! La prego signor Presidente ci dia un segnale di speranza, non attendiamo che quello, e a chi si intende di diritto civile e penale, anche voi aiutate chi è in difficoltà ingiustamente! Personalmente non credo che esiste chissà chi o chissà cosa, però credo nella volontà delle persone, perché l’ho sperimentata personalmente e non solo per cui, se qualche avvocato legge questo articolo e volesse perseguire un’idea di giustizia accontentandosi della retribuzione del patrocinio gratuito e avendo in cambio tante soddisfazioni e una immensa gratitudine da parte di una giovane madre che crede ancora in qualcosa vagamente reale, oggi giorno in questo paese si faccia avanti, ho bisogno di aiuto, qualcuno ci aiuti.

Please!

Una giovane madre disperata

aprile 2009

La risposta del Quirinale del 2 dicembre 2010

«A proposito del dispaccio “Sciolta nell’acido: Lea Garofalo a capo Stato, mi uccideranno”, che rilancia un testo pubblicato da un quotidiano calabrese, dalle accurate ricerche compiute al Quirinale non risulta essere mai pervenuta alcuna lettera dell’allora collaboratrice di giustizia al Presidente della Repubblica. Né il Capo dello Stato avrebbe potuto conoscere il testo di una “lettera aperta” ma – stando a quanto si “rivela” – “mai pubblicata” su una vicenda il cui tragico epilogo non può che turbare profondamente”».

Pasquale Cascella,

consigliere del Presidente della Repubblica

per la Stampa e la Comunicazione

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UNDICI ANNI DOPO. SPECIALE LEA GAROFALO (WordNews.it)

– Le TESTIMONIANZE, domani 23 novembre 2020: «Lea Garofalo è una testimone di giustizia».

– IL RICORDO di Lea, martedì 24 novembre 2020: Lea Garofalo, la testimone di giustizia abbandonata dallo Stato e uccisa dalla ‘ndrangheta.

  

Leggi anche: 

– “Lea, in vita, non è stata mai creduta”

– «Con Lea Garofalo siamo stati tutti poco sensibili»

– LEA GAROFALO. Il tentato sequestro di Campobasso

– UNDICI ANNI DOPO

IL CORAGGIO DI DIRE NO a Petilia Policastro (Crotone)

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IL CORAGGIO DI DIRE NO a Petilia Policastro (Crotone)
24 novembre 2018

– NOVE ANNI DOPO –

 
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#ilsanguesilavaconilsangue

IL CORAGGIO DI DIRE NO a Petilia Policastro (Crotone) 24 novembre 2018

manifesto lea petilia, nov 2018

IL CORAGGIO DI DIRE NO a Petilia Policastro (Crotone)
24 novembre 2018

– NOVE ANNI DOPO –

 
#ilcoraggiodidireno #leagarofalo 

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(TrediTre Editori, 2018)
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IL CORAGGIO DI DIRE NO… a CORI (Latina), 13 settembre 2013

manifesto

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a CORI (Latina)

venerdì 13 settembre 2013, ore 17.30

 

 

A CORI UN FESTIVAL SULLA SCRITTURA E LA LEGALITA’

In questa calda «Estate Corese 2013» la città d’Arte è pronta ad accogliere un’altra iniziativa di altissimo spessore. Nel fine settimana il Complesso Monumentale di Sant’Oliva ospiterà «Le forme della Scrittura – Festival di letteratura, teatro e musica», organizzato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Cori col suo staff, in collaborazione con la Provincia di Latina e la Regione Lazio.

La rassegna è pensata e costruita intorno al valore della scrittura che, nelle sue differenti forme espressive, diventa il mezzo per definire il mondo che ci circonda, per comprendere la quotidianità e per affrontare i temi culturali e civili della contemporaneità. Il festival vuole aprire uno spazio di confronto tra discipline e modalità di espressione diverse, che abbiano nella scrittura il loro carattere fondante. Verranno proposti eventi in cui, declinata nelle differenti forme di letteratura, teatro e musica, la scrittura sarà strumento necessario per raccontare l’attualità attraverso i linguaggi della creatività e le loro contaminazioni.

Il tema scelto per questa prima edizione è la legalità. La realtà in cui viviamo necessita di occasioni per riflettere sul suo carattere di emergenza sociale e civile, per condividere e proporre insieme idee e soluzioni di cambiamento. Il Festival nasce per unire cultura e impegno civile perché senza rispecchiare la verità,  la cultura rischia oggi di svuotarsi di contenuti. La legalità  sarà la matrice comune di tutti gli appuntamenti in programma, per creare una consapevolezza individuale su questo argomento e acquisire una coscienza collettiva sulla necessità di difendere il Nostro Paese ed il bene comune.

La manifestazione inizierà venerdì 13, alle ore 17.30, con la presentazione del libro di Paolo De Chiara, «Il coraggio di dire no. Lea Garofalo», presso la Sala conferenze del Museo della Città e del Territorio. Alle ore 21.30 seguirà il concerto dei gruppi emergenti locali in Piazza S. Oliva. Nello stesso piazzale, sabato 14, alle ore 21.30, lo spettacolo teatrale «Il paese della vergogna», conDaniele Biacchessi e i GANG. Gran finale domenica 15, nella Sala conferenze del Museo, con la proiezione, alle ore 17.30, del documentario «Il giorno prima» a cura dell’Associazione «I Cittadini Contro le Mafie». A seguire l’incontro/dibattito «L’antimafia del giorno prima, perché stare vicino alle vittime» con Antonio Turri – Presidente dell’Associazione – e la testimonianza un testimone di giustizia. Ingresso gratuito.

da http://www.h24notizie.com/news/2013/09/09/a-cori-un-festival-sulla-scrittura-e-la-legalita/

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MEMORIA e IMPEGNO, 21 marzo 2013

Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie

Sono più di novecento le vittime innocenti uccise dalle mafie. Oggi, 21 marzo, saranno scanditi nuovamente i loro nomi nelle principali piazze del nostro Paese.

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IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta.

con prefazione di Enrico FIERRO
con introduzione di Giulio CAVALLI
[…] la storia di Lea Garofalo, di questo ci parla. Di una vita violenta vissuta in un clima di perenne e quotidiana violenza. Un’esistenza dove la tenerezza, l’affetto, la comprensione non hanno mai trovato spazio. Forse, ma questo lo si avverte leggendo il libro e soffermandosi a riflettere sulle pagine più dense, alla fine della sua vicenda umana.
Lea aveva capito che una vita violenta non è più vita e per questo aveva chiesto aiuto. Allo Stato, a questa cosa incomprensibile e troppo lontana per una ragazza di Calabria, allo Stato come unica entità cui aggrapparsi in quel momento. Perché quando rompi con la famiglia, quando vuoi venirne fuori, diventi una infame, una cosa lorda, la vergogna per il padre, i fratelli, il marito. E la vergogna si lava con il sangue.
dalla Prefazione di Enrico Fierro

[…] Ma il processo a Carlo Cosco e la sua banda è anche la foto di una Lombardia che ha deciso di svegliarsi dal lungo sonno della ragione sulle mafie e abbracciare un lutto senza scavalcarlo ma piuttosto caricandoselo sulle spalle. L’aula del tribunale di Milano dove si celebrò il processo è stata la meta di giovani e meno giovani che hanno deciso di esserci, di stare lì, di metterci la faccia, di non permettere che si derubricasse quel processo ad un litigio coniugale finito male. Il giorno della sentenza, gli occhi lucidi del pubblico che affollava l’aula sono stati la condanna più feroce per gli assassini: qui non c’è posto per voi, dicevano quegli occhi, non c’è più l’indifferenza che vi ha permesso di pascolare impuniti, boriosi e fieri della vostra bassezza criminale. Ecco perché Lea Garofalo e sua figlia Denise vanno raccontate con impegno costante nelle scuole, nelle piazze, sui libri: l’eroismo in penombra di chi crede nel dovere della verità è l’arma migliore contro le mafie, la partigianeria che profuma di «quel fresco profumo di libertà».
dall’Introduzione di Giulio CAVALLI

Il coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ’ndrangheta di Paolo De Chiara
Editore FALCO
Pagine: 224
Prezzo: € 14,00
ISBN: 978-88-96895-93-1
Formato: 15,5×21,5

ROSSANO (Cosenza). Una strada per Lea Garofalo

Tutti insieme possiamo fare molto. Non molliamo!

«A Rossano una strada per Lea»

La notizia data dal vicesindaco Guglielmo Caputo durante la presentazione del libro di De Chiara edito da Falco. Marisa Garofalo: la storia di mia sorella sta cambiando qualcosa. E la figlia Denise avrà un altro cognome

 
«A Rossano una strada per Lea»

Paolo De Chiara e Marisa Garofalo

ROSSANO Una strada per Lea Garofalo, la testimone di giustizia che ha pagato con la vita la sua ribellione alla ‘ndrangheta. La notizia arriva da Rossano, portata dal vicesindaco Guglielmo Caputo sabato sera nel corso della presentazione del libro “Il coraggio di dire no. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta” (Falco Editore) del giornalista molisano Paolo De Chiara.
«Penso che Lea sta cambiando qualcosa – spiega Marisa Garofalo, sorella di Lea – questa sera abbiamo avuto la bella notizia che il comune di Rossano si prenderà l’impegno di ricordare Lea con l’intitolazione di una via. L’altro giorno sono stata a Lamezia dove ho incontrato il ministro Barca ed è stato presentato un progetto “Miur” in cui si parla di Lea e di legalità. Ho preso l’impegno di dare voce a mia sorella, una voce che probabilmente non ha mai avuto e quelle poche volte che l’ha avuta nessuno l’ha mai ascoltata. Ho preso l’impegno con il mio avvocato di istituire una fondazione che aiutasse i testimoni di giustizia in difficoltà, perché ora Denise non deve stare sola».
E proprio la ventunenne Denise, figlia di Lea Garofalo, presto cambierà cognome attraverso un’istanza presso il tribunale civile: «Si trattava di una volontà di mia sorella – spiega Marisa Garofalo – era lei che voleva cambiare il cognome alla figlia visto che il tribunale ha tolto anche la patria potestà al padre. Denise userà il cognome di mia sorella, si chiamerà Garofalo, anche perché lei non vuole portare questo cognome, il padre le ha distrutto la vita».
Il ringraziamento della sorella di Lea Garofalo va al comune di Rossano Calabro e soprattutto «a quei giornalisti come Paolo De Chiara si occupano di ‘ndrangheta, che si occupano di mafia e sono quelli più a rischio. Parecchi giornalisti in passato sono stati uccisi dalla mafia, subiscono violenze e minacce e molto spesso anche loro sono costretti a stare sotto scorta come Giulio Cavalli, che ha curato l’introduzione di questo libro. È stato minacciato dai Cosco al processo di Lea Garofalo».

dal Corriere della Calabria, 18 marzo 2013

(Video) IL CORAGGIO DI DIRE NO… a Petilia Policastro

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a Petilia Policastro 

L’intervento di Marisa Garofalo (sorella di Lea)
CALABRIA, Petilia Policastro (Crotone), 16 marzo 2013

Presentazione del libro IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta (Falco Editore, 2012)
http://www.falcoeditore.com

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LEA GAROFALO, Petilia Policastro (Crotone) non dimentica

dalla GAZZETTA DEL SUD, 17 marzo 2013

PETILIA POLICASTRO (Crotone) non dimentica la sua concittadina Lea GAROFALO, la donna che sfidò la ‘ndrangheta

Gazzetta del Sud, 17 marzo 2013
Gazzetta del Sud, 17 marzo 2013

CALABRIA, IL CORAGGIO DI DIRE NO, 15 e 16 marzo 2013 (Rossano e Petilia Policastro)

CALABRIA, 15 e 16 marzo 2013

PRESENTAZIONE de Il Coraggio di dire NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta (FALCO Editore, Cosenza).

venerdì 15 marzo

Incontro con gli studenti del Liceo Classico Statale “San Nilo di Rossano”

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sabato 16 marzo

PETILIA POLICASTRO (Crotone), ore 9.30 – Biblioteca Comunale

SALUTI: Michele FALCO (Editore)

INTERVENTI: Paolo DE CHIARA (Autore); Marisa GAROFALO(sorella di Lea); Dionigi Fera (sindaco di Petilia Policastro).

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ROSSANO, ore 17.30 – Sala Rossa S. Bernardino

SALUTI: Giuseppe ANTONIOTTI (Sindaco); Michele FALCO(Editore)

INTERVENTI: Paolo DE CHIARA (Autore), Marisa GAROFALO(sorella di Lea)

MODERA: Fabio BUONOFIGLIO (Giornalista)

L’evento è stato trasmesso in diretta sul sito www.falcoeditore.com

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IL CORAGGIO DI DIRE NO… in CALABRIA, 15 e 16 marzo 2013

CALABRIA, 15 e 16 marzo 2013

PRESENTAZIONE de Il Coraggio di dire NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta (FALCO Editore, Cosenza).

venerdì 15 marzo

Incontro con gli studenti del 

Petilia Policastro, 16 marzo 2013

sabato 16 marzo

PETILIA POLICASTRO (Crotone), ore 9.30 – Biblioteca Comunale

SALUTI: Michele FALCO (Editore)

INTERVENTI: Paolo DE CHIARA (Autore); Marisa GAROFALO (sorella di Lea); Dionigi Fera (sindaco di Petilia Policastro).

Rossano 16 marzo 2013

ROSSANO, ore 17.30 – Sala Rossa S. Bernardino

SALUTI: Giuseppe ANTONIOTTI (Sindaco); Michele FALCO (Editore)

INTERVENTI: Paolo DE CHIARA (Autore), Marisa GAROFALO (sorella di Lea)

MODERA: Fabio BUONOFIGLIO (Giornalista)

L’evento sarà trasmesso in diretta sul sito www.falcoeditore.com

Finalità mafiosa

Massimo Sabatino
Massimo Sabatino

Finalità mafiosa

9 luglio 2011 (malitalia.it)

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)
“E’ la prima volta che l’Autorità giudiziaria di Campobasso afferma con una sentenza definitiva l’aggravante di un reato con la finalità mafiosa commesso in Campobasso. Abbiamo fatto la nostra parte fino in fondo”. E’ soddisfatto il Procuratore della Dda di Campobasso Armando D’Alterio. Il magistrato tenace del caso Siani. Nella sentenza del 5 maggio scorso si parla chiaramente di “carattere mafioso del movente che spinse il Sabatino”, su mandato di Carlo Cosco (ex convivente di Lea Garofalo) ad introdursi nell’abitazione della donna a Campobasso. Lea Garofalo andava punita per la sua collaborazione. Era il 5 maggio 2009. L’ex convivente di Carlo Cosco, residente in una casa in affitto in via S. Antonio Abate a Campobasso, (dove viveva con la figlia Denise) riceve la visita di un pluripregiudicato di Pagani (Massimo Sabatino) mandato dal suo ex compagno, il padre di Denise. Il piano era stato studiato nei minimi particolari. Nella casa c’era bisogno di un idraulico. Il Cosco era a conoscenza del guasto alla lavatrice delle due donne. Quale momento migliore per attuare il suo piano criminale? Il Cosco era impegnato nella scalata ai vertici del clan. “Doveva essere considerato estremamente pericoloso – si legge nella sentenza – poichè determinato ad eliminare ogni ostacolo materiale si frapponesse a tale ascesa, e, primo fra tutti, la presenza, ai vertici del clan, proprio di quei Garofalo, che dovevano cadere sotto i suoi colpi”. Erano un serio ostacolo le rivelazioni di Lea nei due processi contro la ‘ndrangheta di Petilia Policastro (Kr). Uno relativo all’uccisione di suo fratello Floriano. L’altro per l’uccisione di Antonio Comberiati. Fatto di cronaca consumato a Milano nel 1995. (“Omicidi nei quali il Cosco aveva svolto un ruolo di primo piano, nell’ottica di conquista dei vertici del clan, e della egemonia del territorio”).Proprio a Milano fanno affari e risiedono molti esponenti della famiglia Cosco. A Milano Lea Garofalo è stata rapita, interrogata e sciolta nell’acido. A Milano è iniziato il processo che vede alla sbarra sei imputati. Il padre di Denise (Carlo Cosco), gli zii Vito (il protagonista della strage di Rozzano) e Giuseppe (detto Smith, ha gestito il traffico di droga a Milano e “sembra essere il responsabile dell’omicidio Comberiati”), Carmine Venturino, Rosario Curcio e Massimo Sabatino. Sempre a Milano la piccola Denise ha deciso di testimoniare, costituendosi parte civile. “Chi ha ucciso mia madre deve pagare, solo allora mi sentirò libera per ricominciare”. Il primo tentativo di sequestro, organizzato per costringere la vittima a riferire i contenuti, segreti, della collaborazione e per punirla, non va a buon fine. Il Sabatino, condannato definitivamente a sei anni di carcere (con rito abbreviato), non porta a termine la missione. Viene incalzato dalla coraggiosa Lea. Che non ci vede chiaro. Inizia a fare domande, scoprendo l’inganno. Il falso elettrotecnico Sabatino aggredisce la donna tentando di immobilizzarla e di soffocarla. Ma non ci riesce. “Non solo per la pronta reazione della vittima, ma anche per l’intervento della figlia Denise”. Il piano salta. Viene rinviato. Carlo Cosco e Massimo Sabatino (uno dei luoghi tenenti della famiglia) verranno arrestati il 4 febbraio del 2010 dai militari del Nor della compagnia carabinieri di Campobasso. Il primo a Petilia Policastro e il secondo a Milano. “Avevano messo in atto – queste le parole utilizzate durante la conferenza stampa del febbraio 2010 – un reato tipicamente mafioso, cercando di restare nell’anonimato. Ma non ci sono riusciti”.

Dopo due anni esatti dal fatto è arrivata la condanna definitiva per Massimo Sabatino. Sei anni di reclusione con interdizione in perpetuo dai pubblici uffici e legale per la durata della pena. Per tentato sequestro di persona e lesioni volontarie. Reati commessi su mandato di Carlo Cosco. Una sentenza arrivata grazie all’importante lavoro dei magistrati della Procura di Campobasso, coordinati e diretti dal capo della Dda Armando D’Alterio. Che, dal primo momento, ha cercato di capire quale fosse il senso di quella aggressione misteriosa verificatasi nel maggio 2009 nel capoluogo di Regione. Il lavoro è stato svolto, ha tenuto a sottolinearlo D’Alterio, “in coordinamento con la Procura nazionale nella persona del Procuratore Pietro Grasso e della dottoressa Vittoria De Simone. Abbiamo chiesto e ottenuto riunioni di coordinamento con i colleghi milanesi, con i colleghi della Dda calabrese per uno scambio di informazioni e di supporto investigativo, ma anche ideativo, che secondo noi è alla base di questo primo risultato definitivo che abbiamo ottenuto”. La prima sentenza non definitiva era già stata trasmessa alla Procura di Milano. “Ci apprestiamo a trasmettere – ha continuato il Procuratore Armando D’Alterio – anche quella definitiva che sicuramente potrà essere acquisita a quel dibattimento. Riteniamo che questa sia una pietra miliare anche per quel processo”. In Molise, con l’arrivo di Armando D’Alterio, si respira una nuova aria. Si comincia a fare sul serio.

malitalia.it

http://www.malitalia.it/2011/07/finalita-mafiosa/