«Ho partecipato alla cattura di Brusca, ma non credo più nello Stato»

INTERVISTA. Parla Luciano Traina, il fratello di Claudio, l’agente di scorta ucciso in via D’Amelio, insieme ai colleghi Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Agostino Catalano. L’ex ispettore della polizia di Stato esprime una sua convinzione: «le “menti raffinatissime” avrebbero voluto utilizzarmi. Brusca non doveva essere catturato vivo». Sulla vicenda Bonafede: «In lui non ci vedo la malafede, però vedo tanti fili che lo manovrano».

«Ho partecipato alla cattura di Brusca, ma non credo più nello Stato»

di Paolo De Chiara

«In questi anni lo Stato si è comportato come sempre. Assente. Almeno verso di noi. Molto, molto assente. Non ci credo più». Sono parole amare pronunciate da Luciano Traina, già ispettore della polizia di Stato e fratello di Claudio, l’agente di scorta ucciso dal tritolo ventotto anni fa, in via D’Amelio, insieme al giudice Paolo Borsellino e ai colleghi Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Agostino Catalano.

Luciano Traina ha una carriera importante alle spalle, piena di encomi. Un impegno costante all’interno delle Istituzioni. Si è contraddistinto contro le Brigate Rosse a Milano. Mentre a Palermo si è trovato faccia a faccia con u verru (il porco) Giovanni Brusca, il killer di Cosa nostra. Lui, il fratello di una vittima, ha tratto in arresto il mafioso. Diventato, poi, collaboratore di giustizia. Abbiamo raccolto il pensiero dell’ex ispettore nel giorno della commemorazione della strage di Capaci, per ricordare anche i vivi, come il Pm Di Matteo, minacciato di morte dai “poteri forti”.

«Fino a qualche anno fa speravo, ma adesso sono arrivato alla frutta. Questa mattina sono andato in caserma dove c’è la lapide dei ragazzi ad onorare loro. Tranne il questore e il nuovo prefetto non c’era nessuno. Ho partecipato per i ragazzi, ma il resto è solo noia, apparenza, passerella. Sinceramente sentire alcuni familiari è disgustoso al massimo».

Perché? A cosa si riferisce?

«Mi riferisco a tante cose. Certe persone vogliono soltanto apparire».

Lei dice che fino a un certo punto ha creduto nello Stato. Quando si registra il cambio di rotta? Qual è il momento di rottura?

«Nel momento in cui noi cittadini normali, disarmati, abbiamo fatto la scorta civica a Di Matteo. Uno Stato non deve mandare avanti la popolazione per sostenere e garantire una sicurezza a un magistrato che vuole la verità, insieme ai familiari. Quindi ci siamo adoperati noi, senza armi, davanti al Tribunale. Non avrebbero ucciso solo un magistrato, ma persone inermi».

Lei si riferisce anche alle ultime polemiche che hanno coinvolto il ministro Bonafede?

«L’ho incontrato l’anno scorso in via D’Amelio, abbiamo avuto modo di parlare civilmente. Quando sono salito sul palco ero incazzato nero perché, in questi anni, ci sono state solo promesse e niente fatti. Noi vogliamo che ci sia giustizia. Sul palco mi sono tolto alcuni sassolini dalla scarpa, citando i predecessori di Bonafede che, come ogni anno, promettevano questo e quello. Quando sono sceso dal palco lui mi ha stretto la mano, ero insieme ad Antonio Vullo, l’unico superstite della strage di Borsellino. Ed io, come un cretino, ho creduto nelle sue parole. Dall’anno scorso, ad oggi, non è arrivata né una chiamata né un invito. L’unico regalo che ci ha fatto Bonafede è che ha scarcerato tutti questi mafiosi dal 41 bis. A seguito di questo abbiamo protestato».

E siete stati coinvolti da una trasmissione di Mediaset.

«A seguito di questa protesta è arrivato l’invito da un famoso, in negativo, giornalista (Giordano) che inviò una troupe per raccogliere le nostre proteste dovute a queste scarcerazioni. Ci avevano promesso di mandare tutto in onda. Quindi mi sono tolto tutti i sassolini dalla scarpa».

A chi si è rivolto?

«Al nostro Presidente della Repubblica. Dicendo che anche lui, avendo avuto un lutto in famiglia, non aveva speso una parola. Essendo anche presidente del CSM. Parlando pure di Bonafede. La trasmissione è andata in onda e hanno deciso di tagliare tutti i nostri interventi. Dopo due giorni è andata in onda la trasmissione di Giletti, così è uscito fuori tutto. Abbiamo fatto una lettera contro Giordano ma nessuno si è degnato di darci una risposta».

In questo Paese, quindi, non si vogliono affrontare certi temi?

«La tv italiana, sia Mediaset che la Rai, preferisce invitare i figli dei mafiosi. Noi familiari non veniamo coinvolti in questi dibattiti. Nessuno vuole affrontare la realtà di quello che succede, di quello che è successo e di quello che continua a succedere».

Cosa ha provato dopo aver ascoltato la telefonata del Pm Di Matteo nella trasmissione di Giletti?

«Ho provato sdegno, mortificazione. Sinceramente un pochino ci credevo in Bonafede. In lui non ci vedo la malafede, però vedo tanti fili che lo manovrano. Anche nella fiducia che ha dato Renzi, se ascoltiamo bene, lui manda tanti messaggi. Una caramella a Di Matteo e un messaggio chiaro verso Napolitano. Da una parte mi fa tenerezza Bonafede, ma non lo vedo nel posto dove sta. In quei posti ci vorrebbero personaggi, come dicono a Palermo, con i canini affilati».

Ci vorrebbe un Di Matteo, un Gratteri?

«Certo. In Di Matteo vedo un Falcone, un Borsellino. Le persone giuste non possono stare nei posti giusti, questa è la verità».

Questo ministro (Bonafede) e questo Governo sono adeguati a contrastare le mafie?

«No, per niente. Non mi venga a dire Bonafede che non sapeva quando hanno scarcerato il primo, il secondo, il terzo. E siamo arrivati quasi a 500 mafiosi. E lui non sapeva nulla. Che Di Matteo ha frainteso. Non possiamo crederci».

Lei ha perso un fratello nella strage di via D’Amelio e, nello stesso tempo, è stato un rappresentante delle forze dell’ordine. Cosa ha provato a seguito di tutte queste scarcerazioni?

«Che sono uno stronzo».

In che senso?

«Ho fatto patire la mia famiglia dopo la morte di mio fratello. Prima lavoravo, poi ho cominciato a lavorare di più. Ho partecipato alla cattura di Brusca, hanno voluto forzatamente che partecipassi alla cattura».

Che significa “forzatamente”?

«In quel periodo, quando ci sono state tutte le indagini per la cattura di Brusca, gestivo dei pentiti di mafia, coloro che scioglievano le persone nell’acido. Andavo sempre in giro con il dott. Sabella e con il dott. Prestipino, due magistrati di un certo livello. A Palermo c’ero e non c’ero. Due o tre giorni prima che si catturassero i fratelli Brusca mi hanno bloccato. In quei giorni non dovevo partire perché la squadra mobile aveva bisogno di personale. Ma io ero distaccato per queste faccende, per questi  interrogatori con i magistrati».

Quindi, “forzatamente”?

«Forzatamente mi ritrovai dentro il furgone. Eravamo una decina di persone impegnate per il blitz. Il furgone era a distanza di 100 metri dalla villa dei Brusca. Arrivato il segnale, siamo piombati dentro. Hanno voluto con forza che io ci fossi».

Perché?

«L’ho capito negli anni. Perché dopo la cattura di Brusca, e me lo ritrovai davanti, è successo che l’indomani, rientrato a casa dopo aver passato la notte con i miei colleghi di squadra per la perquisizione dell’abitazione, i giornali cominciarono a scrivere. Affibbiandomi delle dichiarazioni mai rilasciate. Questi erano i titoli: “Io Luciano Traina ho messo le manette a Brusca e ho buttato le chiavi”. Strada facendo Brusca è stato malmenato, si vede anche in una fotografia. Il suo volto è tutto tumefatto. Ho ancora quella copia del giornale. Ma io non ho mai parlato con i giornalisti».

Tutto questo cosa significa?

«Poi andiamo a scoprire chi era La Barbera (Arnaldo, il superpoliziotto e agente dei Servizi, nda), il questore che ha voluto forzatamente il mio impiego, che faceva parte dei Servizi deviati. Brusca non doveva essere catturato vivo? Brusca doveva essere catturato tre mesi prima in un altro paesino vicino Palermo. Poi sparì improvvisamente. Chi meglio di me, il fratello che si vendicava di questa persona. Questa è stata la mia sensazione».

Sta dicendo che mandarono “forzatamente” lei per una vendetta nei confronti del killer di Cosa nostra?

«Questo l’ho sempre detto. Meno male che Di Matteo ha fatto condannare queste persone nel processo sulla Trattativa Stato mafia».

Quindi, dietro quella decisione, c’erano delle “menti raffinatissime”?

«Certamente. Dopo due giorni mi ha chiamato La Barbera e mi ha detto: “Lei ha finito di fare la pacchia”. Mi ha spedito per una settimana al reparto Mobile di Reggio Calabria e, dopo, grazie a un medico della polizia che ha capito il mio stato d’animo, che io non avrei sostenuto il peso, mi mandò a casa per un mal di schiena. Poi hanno voluto “forzatamente” che me ne andassi da Palermo. La cosa strana è che mi è arrivato un encomio per la cattura di Brusca».

Riepilogando, possiamo dire che le “menti raffinatissime” volevano la morte di Brusca?

«L’ho pensato, lo penso, ma sinceramente non c’è una prova. Ma perché proprio io vengo mandato ad arrestare Brusca? Se lo avessi visto fare un gesto inconsulto non ci avrei pensato due volte. Ma io non uccido una persona perché è stato un assassino».

Che impressione le ha fatto Brusca in quel momento?

«Mi ha fatto schifo. Non lo conoscevo. Pensavo ad un omone. Mi sono ritrovano davanti un uomo più basso di me, scalzo, con i pantaloncini e a petto nudo, con un’espressione stupita. Entrambi, in quella frazione di secondo, siamo rimasti sorpresi, sbalorditi, bloccati. Mi aspettavo un orso, ho visto un omino. Questo mio pensiero me lo porterò sempre dietro: perché tra i dieci uomini scelti, tra i primi a scendere, doveva esserci Luciano Traina? Negli anni abbiamo visto chi era La Barbera e dopo due giorni ho visto come mi ha trattato. Ripeto, secondo me non volevano che si catturasse vivo. Non potevano non arrestarlo, non potevano farlo scappare. Ormai si sapeva che era lì, anche se hanno impiegato diversi giorni per la cattura. Abbiamo dovuto attendere i colleghi di Roma, come se da Palermo non fossimo stati in grado di catturare un latitante».

Come possiamo ricordare, senza retorica, suo fratello Claudio?

«È entrato in polizia perché vedeva in me un idolo. Un giorno è venuto da me e mi ha comunicato la sua decisione. Ha fatto domanda ed è entrato in polizia. Caso volle che, come me, ha fatto la scuola ad Alessandria, poi Milano e, nel 1991, è stato trasferito, dietro sua richiesta, a Palermo. Ed è finito all’ufficio scorte. Lui non scortava il giudice Borsellino, quel giorno si è trovato lì perché giorni addietro un collega è stato male. Lui quel giorno mi aveva chiesto di andare a pescare, perché era libero. Invece lo avevano chiamato perché la domenica doveva coprire un turno di un altro collega. Quello è stato il 19 luglio del 1992.

Dopo 40 anni di servizio in polizia lei sta dedicando la sua vita ai giovani studenti. Possiamo credere in questi ragazzi?

«Vedo in loro molta attenzione. L’ultimo incontro l’ho fatto a Capo d’Orlando, dove ho visto i ragazzi piangere. I giovani non hanno bisogno delle favole, ma della realtà».        

In questo Paese si arriverà mai alla piena verità?

«No. Ci faranno sapere le briciole, che non porteranno mai al pane».

da WordNews.it

“Io, testimone di giustizia, sono carne da macello…” da restoalsud.it

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di  | 13 agosto 2013

“Un atto vile. La macchina che hanno danneggiato non è nemmeno la mia, mi è stata prestata. Loro non vinceranno, ma la mia situazione è drammatica. Mi sento solo ma non mi fermo”. Dopo il ‘vile’ attentato il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto ha deciso di parlare e di raccontare la sua drammatica storia. Ha denunciato infiltrazioni camorristiche, corruzioni negli appalti pubblici, la presenza e il coinvolgimento della famiglia Vuolo di Castellamare di Stabia.

“Nel 2011 mi sono rivolto alla Dia di Milano per denunciare tutto. La mia vita da quel momento è stata stravolta. Ho parlato della consegna di orologi Rolex e di decine di migliaia di euro a chi doveva vigilare sui lavori. Corruzioni di vario tipo che hanno portato al collasso di alcune strutture metalliche costruite sulle autostrade italiane. Sono stato abbandonato anche da mia moglie, mia figlia pensa che sono scappato di casa”. Da Bitonto (“una terra di nessuno, dove accade di tutto”) continua il suo impegno per la legalità. “E’ inutile scappare. Sono impegnato nell’antimafia di strada, salvando qualche ragazzo dalla criminalità, combattendo le piazze di spaccio”.

Gennaro Ciliberto, ex carabiniere, è il coordinatore della Regione Puglia dell’Associazione ‘I cittadini contro le mafie e la corruzione’, presieduta da Antonio Turri. “Il giorno 9 agosto – ha spiegato Turri – eravamo in Puglia per incontrare gli imprenditori della provincia di Bari vittime delle mafie locali e proprio con Gennaro Ciliberto abbiamo dato vita ad un coordinamento tra alcuni di questi nella città di Bitonto. Questa riteniamo sia la risposta dei clan che tentano di intimorirci. Ma sappiano i boss ed i loro sgherri che non faremo un passo indietro. Il nostro rappresentante ha ricevuto fin dalle prime ore il sostegno convinto delle forze di polizia e del sindaco Michele Abbaticchio”. Parole rafforzate da Gennaro: “Non mi fermeranno. Dopo la manifestazione con i cittadini di Bitonto ho trovato tutte e quattro le ruote della macchina sventrate. Segnali già c’erano stati in precedenza. Hanno già tentato di rubarmi la macchina, sono stati arrestati. C’è una netta contrapposizione tra Stato e antistato, con una criminalità molto pericolosa”.

Ti aspettavi questa reazione?

Mi ha turbato molto. Non mi aspettavo questa reazione. C’è molta omertà, lo hanno fatto di domenica, ma nessuno ha visto niente. Bitonto è terra di nessuno, abbandonata da tutti. Ne ho viste di situazioni particolari, ma qui è fuori dal normale. Continue sparatorie, droga, motociclette che viaggiano senza targa.

Dopo le denunce fatte contro il clan camorristico D’Alessandro perché hai scelto Bitonto?

Sono carne da macello, sono un uomo morto. Se posso fare del bene cercherò sempre di farlo. Non voglio che la criminalità cresca, io ho dichiarato guerra alla criminalità. La gente mi ferma e mi racconta che ha paura, che non si sente tutelata.

Perchè ‘carne da macello’?

La mia sentenza è stata scritta. Ora iniziano i processi, sono l’unico testimone oculare che ha fatto registrazioni. La settimana prossima sarò nuovamente a Roma alla DDA (Direzione Distrettuale Antimafia, ndr). Senza la mia testimonianza cadrebbe tutto. Su cento operai nessuno ha dichiarato le cose che ho potuto dichiarare io, tutto provato. E’ anche vero che molte forze di polizia mi hanno detto ‘ti sei andato a mettere in bocca al lupo’. Ma cosa potevo fare? Quando sono arrivato a Bitonto la gente mi ha detto ‘buona fortuna, che Dio te la mandi buona’.

Perché diventi testimone di giustizia?

Divento testimone, nel momento in cui, da dirigente, vengo a sapere che molte strutture in ambito autostradale sono pericolanti. Il mio dovere civico mi porta a confidarmi con un ufficiale dei carabinieri che trova un contatto con la Dia (Direzione Investigativa Antimafia, ndr). Comincio a portare tutto il materiale in mio possesso, in qualità di dirigente avevo accesso a tutto, comprese le registrazioni. L’ultima ferita che si apre in me è l’incidente del pullman in autostrada con 39 vittime. Sono stato male, sono anni che dico che i lavori fatti dalla famiglia Vuolo di Castellamare, clan D’Alessandro non sono sicuri. Sono anni che dico ai magistrati che bisogna controllare. Si fanno i lavori con delle compiacenze e non si fanno i collaudi. Un lavoro fatto male e preso in tempo può essere riparato. Questo è un orribile modus operandi.

Dopo le denunce che succede?

Non succede niente. Questi continuano a costruire, io continuo a denunciare. Fino a quando non avvengono i crolli e le Procure mi cercano. Loro cambiano ditte e continuano a costruire. Hanno una potenza impressionante, non è quella camorra di strada che spara. E’ una potente mafia che è entrata nel tessuto imprenditoriale, fatta di connivenze con alti ufficiali, politici, dirigenti.

Soffermiamoci sul clan D’Alessandro di Castellamare di Stabia…

Il figlio del titolare dell’azienda dove lavoravo (Pasquale Vuolo, detto ‘Capastorta’, ndr) è un condannato in Cassazione, oggi scarcerato, per associazione mafiosa con l’aggravante dell’articolo 7. E’ lui che mi ha condannato a morte, dicendo che in quella finta rapina dove sono stato sparato dovevo morire. E’ sempre lui che mi dice, tutto è stato denunciato, che prima o poi mi ucciderà, perché è abituato a sparare le ‘guardie’ in testa. Lui me lo ha detto verbalmente, aggiungendo che in tutta Italia ha contatti con altre organizzazioni criminali. La stessa Procura di Monza scrive che ci sono state delle difficoltà per le indagini per l’omertà e la poca collaborazione di enti istituzionali. Perché questa gente ha paura?

Perché?

Perché lo spessore criminale di Pasquale ‘Capastorta’, oggi sorvegliato speciale, è lampante. Nessuno ha mai denunciato. Quando ho detto alla Dia di Firenze di fare attenzione per il rischio di crollo delle strutture mi hanno riso in faccia. Sono cadute veramente. Mi sono dovuto impuntare per far mettere a verbale i legami e l’amicizia dei Vuolo con un generale dei carabinieri.

Ancora in servizio?

In pensione dall’anno scorso, ma di una potenza impressionante. I Vuolo, anche se questo generale non entra negli appalti pubblici, se ne vantavano di questa amicizia, lo chiamavano ‘Giovannino’.

Hai scritto al Capo dello Stato, al Ministro degli Interni, della Giustizia…

Ho scritto a tutti. Addirittura sono stato denigrato e chiamato ‘rompicoglioni’ dopo che un Procuratore mi aveva detto di mandare le comunicazioni. Ho continuato a monitorare le gare d’appalto, ho continuato a scrivere, a denunciare alle autorità competenti. Ho fatto notare le gravi anomalie intorno alle certificazioni antimafia, ho denunciato facendo nomi e cognomi. Mi hanno detto che non devo ‘rompere i coglioni’. Per me questa è la sconfitta della legalità. E’ il sistema che non funziona. Il certificato antimafia, se ci sono delle compiacenze, non viene verificato. Mi sento abbandonato dalle Istituzioni e, nonostante tutto, io sono a Bitonto, in una terra di criminalità a fare cultura della legalità. Ho perso una famiglia e una figlia per fare queste scelte. Mia moglie a un certo punto mi ha detto ‘cosa ci mancava, avevamo tutto. Oggi sembri un latitante che scappa per tutta l’Italia’. Mia figlia pensa che sono scappato di casa. Come devo vivere, di cosa devo vivere? Non ho nessuna tutela e le Procure mi continuano a chiamare. Ho lasciato delle memorie storiche, se un giorno mi uccideranno tutti dovranno sapere che la colpa è di uno Stato che ha abbandonato i testimoni di giustizia.

da restoalsud.it

da ANTIMAFIA2000

da 19luglio1992.it

DIAZ, AGNOLETTO: “NAPOLITANO SI SCUSI”

Intervista a Vittorio Agnoletto, portavoce del Genova Social Forum

DIAZ: “NAPOLITANO SI SCUSI”

Dopo la sentenza di condanna, “lezione di democrazia e diritto”, una lettura storica

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“La sentenza della Corte di Cassazione va rispettata come tutte le decisioni della Magistratura. Il Ministero dell’Interno ottempererà a quanto disposto dalla Suprema Corte”.In questo modo il Ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri ha commentato la sentenza della Cassazione per l’irruzione alla scuola Diaz-Pertini di Genova, durante il G8 del 2001. Il blitz degli uomini dello Stato, delle forze dell’ordine, avvenne nella notte tra il 21 e 22 luglio di undici anni fa. Poliziotti in assetto da guerra, entrarono nella scuola dove alloggiavano i manifestanti, abusando del loro potere. Uomini e donne vennero brutalmente feriti con fratture alle mani, al cranio, alle costole. Un vero e proprio inferno quella notte, una ‘macelleria sociale’. Sangue, urla e pestaggi.

Il giorno prima, in piazza Alimonda, venne ucciso da un carabiniere Carlo Giuliani. Il giorno dopo l’irruzione, l’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, dichiarò alle telecamere: “ho avuto questa mattina una telefonata del Ministro degli Interni, che mi ha rappresentato il ritrovamento di armi improprie all’interno del Genova Social Forum e la individuazione di 60 persone appartenenti alle squadre violente che si erano occultate, a dire del Ministro, con la connivenza degli esponenti del Genova Social Forum”. A seguire una strana conferenza stampa organizzata dalla Polizia di Stato dove i giornalisti, senza fare domande, dovettero ascoltare la lettura di un comunicato: “Nella scuola Diaz sono stati trovati 92 giovani, in gran parte di nazionalità straniera, dei quali 61 con evidenti e pregresse contusioni e ferite. In vari locali dello stabile sono stati sequestrati armi, oggetti da offesa ed altro materiale che ricollegano il gruppo dei giovani in questione ai disordini e alle violenze scatenate dai Black Bloc a Genova nei giorni 20 e 21. Tutti i 92 giovani sono stati tratti in arresto per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e saccheggio e detenzione di bottiglie molotov. All’atto dell’irruzione uno degli occupanti ha colpito con un coltello un agente di Polizia che non ha riportato lesioni perché protetto da un corpetto. Tutti i feriti sono stati condotti per le cure in ospedali cittadini”. Una violentaperquisizione’ che si concluse con 93 arresti e 82 feriti con tre prognosi riservate. 

Ieri la sentenza della Corte di Cassazione. Con le condanne definitive per 25 poliziotti, con l’aggiunta dell’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. La sentenza colpisce anche alti funzionariFranco Gratteri, capo della direzione centrale anticrimine; GilbertoCaldarozzi, capo del servizio centrale operativo e Giovanni Luperi, capo del dipartimento analisi dell’Aisi (il vecchio Sisde). Tutti condannati per falso aggravato. Su twitter la deputata del Pdl, Jole Santelli, ha scritto: “Mi vergogno di essere italiana. Mi vergogno di una magistratura che condanna i migliori uomini dello Stato. Sentenza politica e pilotata”. Per il capo della Polizia, Manganelli: “è il momento delle scuse”.

Abbiamo sentito Vittorio Agnoletto, portavoce del Genova Social Forum 2001, che subito dopo la sentenza della Cassazione ha affermato: “oggi abbiamo ricevuto una lezione di democrazia e di diritto”. Chiedendo le dimissioni dell’ex Capo della Polizia, Gianni DeGennaro “responsabile etico e morale”. Oggi sottosegretario con delega ai servizi segreti. Il processo condanna in modo definitivo i numeri due, tre e quattro della Polizia. Queste persone da chi dipendevano? A chi rendevano conto? Al numero uno, al capo della Polizia.Che non era coinvolto in questo processo, anche perché materialmente in quei giorni non stava a Genova. Ma aveva la responsabilità di tutto quello che accadeva, di tutta la gestione dell’ordine pubblico. E’ possibile ritenere che tutti abbiano agito all’insaputa o, addirittura, contro i desideri del numero uno? Credo che sia naturale che anche Gianni De Gennarodebba dare le dimissioni. Credo che dovrebbe essere un atto dovuto e un atto di cui dovrebbe sentire l’esigenza etica e professionale lo stesso De Gennaro. Ho molti dubbi che il mondo politico che lo ha nominato sottosegretario osi chiederne le dimissioni”.

Lei ha rivolto un appello anche al Presidente della Repubblica.

Ritengo che sia un dovere che il Presidente Napolitano, che rappresenta l’insieme di questo Paese, faccia l’ atto di chiedere scusa a nome delle Istituzioni ai cittadini che sono stati picchiati alla Diaz e a Bolzaneto, per le violenze che hanno subito ad opera dei rappresentanti delle Istituzioni. E che chieda scusa all’insieme dei cittadini italiani per quello che non hanno fatto in tutti questi anni le Istituzioni per aiutare la ricerca della verità.

Nel suo libro ‘L’eclisse della democrazia’ si fa riferimento alla tortura. In Italia ancora non esiste questo tipo di reato.

Questo è un gravissimo scandalo per cui l’Italia è stata richiamata da tutte le Istituzioni internazionali e dopo quasi trent’anni dalla firma della Convenzione Internazionale l’Italia aveva il compito e il dovere di fare una legge, che non ha mai voluto fare. E non la farà nemmeno questo Governo. L’assenza del reato di tortura ha già inciso molto sul processo d’appello di Bolzaneto ed è destinata ad incidere molto anche sulla sentenza della Cassazione, per Bolzaneto, che arriverà tra oltre un anno. Dietro le resistenze della politica a fare una legge sul reato di tortura c’è una convinzione molto sbagliata. E cioè che le forze dell’ordine siano al di sopra della legge. E’ un reato previsto in tutti i Paesi civili.

Lei, subito dopo la sentenza della Cassazione, ha parlato di “lezione di democrazia e di diritto“.

Credo che la sentenza di ieri sia stata veramente una lezione di democrazia e di diritto. I cinque magistrati della Cassazione si sono trovati ad agire in una condizione pesantissima, che andava oltre il loro ruolo istituzionale. Sono stati caricati di una responsabilità che non era loro. Grandi media nei giorni precedenti la sentenza hanno continuato ad insistere che un eventuale conferma della condanna avrebbe portato alla decapitazione di importanti Istituzioni italiane, perché sarebbero stati obbligati a dimettersi persone che ricoprono ruoli importantissimi nella Polizia italiana. Questa non è una responsabilità che può essere scaricata sui magistrati. I magistrati non hanno colpa se chi ha commesso un reato ricopre ruoli importanti nello Stato. La responsabilità grossa è della politica, che in questi undici anni non ha fatto nulla. Anzi ha promosso tutti coloro che venivano condannati dai magistrati. Questi magistrati hanno dimostrato che la legge è uguale per tutti.

Undici anni dopo Genova, qual è la sua lettura storica?

Dovremo ricordare che il movimento di Genova veniva da Portalegre, sei mesi prima c’era stata la prima edizione del Forum Sociale Mondiale dove i movimenti di tutto il mondo si erano dati appuntamento in Brasile per parlare, discutere e progettare un mondo completamente diverso. Questo movimento in pochissimi mesi si diffuse in tutto il mondo. La repressione di Genova è attuata e praticata dalle forze dell’ordine e dai politici italiani, ma la decisione della repressione nasce a livello internazionale per stroncare questo movimento. Non possiamo dimenticarci che prima di Genova c’era stata Napoli, prima di Napoli c’era stata Goteborg e prima di Goteborg c’era stata Praga. Una decisione presa a livello internazionale per cercare di fermare la crescita di un movimento che si diffondeva, come poi è avvenuto, in tutto il mondo. E che aveva ragione. La realtà che viviamo oggi, la crisi economica e sociale che viviamo oggi è esattamente la conseguenza di quello che noi avevamo previsto undici anni fa. Quando nessuno ci ha dato ragione.

Un esempio?

In questi giorni i capi di Stato discutono se trovare il modo per applicare una tobin tax, che era quello che esattamente chiedevamo nel 2001. Abbiamo raccolto 150mila firme in Italia e nessuno ci ha preso in considerazione.

Lei crede che ci siano stati errori, responsabilità, leggerezze da parte del Movimento NoGlobal?

Se si parla delle giornate di Genova, il Movimento non ha nulla da rimproverarsi. Ci siamocomportati in un modo assolutamente trasparente. Eravamo convinti che il diritto a manifestare dovesse essere tutelato dalla Polizia. Come potevamo immaginare, per esempio, che potessero arrivare a Genova i black bloc a sfasciare tutto nell’indifferenza più totale delle forze dell’ordine, anzi nella tutela delle forze dell’ordine che li hanno lasciati sfasciare. Non potevamo prevedere simili atteggiamenti.

E in questi undici anni?

Abbiamo fatto due errori di tipo politico. Il non capire che la nostra unità era il più grande bene comune che avevamo. La forza di Genova era il fatto che insieme si sono mosse 1600 organizzazioni, di cui 900 italiane. Dopo Genova si è tornati ad agire ognuno per conto suo. Un grande errore. La seconda questione, quando c’è stato il governo Prodi, il delegare alla politica la speranza di un cambiamento. E la politica si è dimostrata incapace totalmente di qualunque cambiamento.

Come è cambiato il movimento in questi anni?

Il movimento di cui parliamo è un movimento mondiale. A livello globale il movimento ha fatto passi da gigante. Ha contribuito fortemente a cambiare profondamente la realtà di un intero continente, come l’America Latina. In Africa i movimenti sono riusciti a bloccare un accordo commerciale proposto dall’Unione Europea che avrebbe distrutto l’economia agricola africana. Ha cambiato le cose in India, in Asia. Abbiamo molte più difficoltà in Europa, questo però era naturale, per la repressione fortissima che c’è stata allora e poi perché in questa società gli apparati mediatici, culturali sono fortemente controllati dai poteri delle grandi multinazionali, dalle grandi concentrazioni economiche e finanziarie. Però abbiamo raggiunto degli obiettivi importanti. Non dimentichiamoci un anno fa i referendum per mantenere pubblica l’acqua. E’ a Genova che nasce il concetto di bene comune. E a Genova che per la prima volta si parla di acqua come bene comune.

Come è cambiata la società in questi anni?

La società italiana ha vissuto dieci anni narcotizzata. Oggi di fronte a una crisi economicapesantissima e gli indici di povertà che aumentano enormemente la società italiana, molto lentamente, forse si sta risvegliando. Ma il percorso sarà molto lungo. Abbiamo perso, prima che sul piano politico, sul piano culturale. E recuperare sul piano culturale richiede tempi lunghi.

da L’INDRO.IT di venerdì 6 Luglio 2012, ore 19:25

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