Parla Italo Testa: «In Molise esiste una cultura mafiosa»

L’INTERVISTA al Presidente del Forum per la Sanità pubblica in Molise: «Per colpa del debito sanitario stanno morendo i molisani». Il giudizio sulla politica è netto: «Toma è politicamente incapace. È stato messo lì ad arte perché avrebbe dovuto sistemare i bilanci. La responsabilità dei cittadini è altissima perché fanno le scelte elettorali. Però oggi non hanno alternative. Bisogna lavorare sui molisani perché si riprendano in mano il potere, non votino più in questo modo. Si dovranno cercare delle alternative.» Sui furbetti del vaccino: «È una furberia classica italiana che serve per mantenere nel modo più becero una clientela. Il clientelismo che sta nella mentalità degli italiani e dei molisani.»

di Paolo De Chiara (WordNews.it)

«Non intendiamo partecipare perché non condividiamo l’origine. Noi siamo al fianco delle famiglie di coloro che hanno perso la vita per i quali ci siamo offerti presso gli avvocati di partecipare a qualsiasi azione legale che essi intendano portare avanti». Comincia così la nostra conversazione con il dottor Testa, presidente del Forum per la difesa della sanità pubblica in Molise. Siamo partiti proprio con la protesta in programma domani davanti alla sede del consiglio regionale per raccogliere il punto di vista di un uomo che da tanti anni combatte sul fronte sanitario. «Questo modo di procedere, “andiamo a fare caciara” per cacciare questi consiglieri regionali, è una cosa stupida». Per quale motivo? «Sono stati eletti e il governo non li può rimuovere e loro non si muovono. Tutto quello che stanno facendo sono operazioni interne che riguardano le posizioni di ognuno all’interno del consiglio e i desideri di ognuno di avere visibilità. Lo dimostra il fatto che l’azione che era stata portata avanti di sfiduciare Toma. Nessuno di questi signori vuole andare a casa. Non lo faranno mai».

E lo hanno dimostrato con la crisi della scorsa settimana, subito rientrata. Non si era mai visto che un consigliere, dopo aver firmato la sfiducia al presidente della giunta, accettasse di diventare assessore. Uno stretto collaboratore di quel presidente appena “sfiduciato”. Un’azione fulminea, durata pochi minuti. «Non vogliono perdere due anni di stipendio.»

Quindi fare “caciara” non serve a niente? «Serve a distrarre da quelli che sono i veri problemi che attanagliano la sanità molisana. Il problema che va affrontato oggi è il debito della sanità in Molise».

Sono 14 anni che si parla di debito pubblico. Sono cambiati diversi sGovernatori (Di Stasi, Iorio, Frattura, ora Toma) ma questa spada di Damocle pende da decenni sulla testa dei molisani. I consiglieri no, quelle belle facce sono sempre presenti in quell’aula. Al massimo hanno cambiato il colore della giacca.

Ma cosa comporta questo debito? «A causa del debito sanitario del Molise sta morendo la gente molisana». Perché? «In nome del debito sanitario è stata distrutta la sanità pubblica, privilegiando quella privata accreditata. È stato depauperato di personale tutto quello che è la sanità pubblica. Nel piano Frattura erano previsti due letti di malattie infettive, in tutto il Molise, nell’ospedale di Campobasso. Adesso i letti sono diventati ottanta e il personale è rimasto lo stesso».

E cosa significa? «Che la gente non può essere assistita. Non ci può essere una assistenza adeguata». Ma tutto questo accade per incapacità politica? «A questa condizione di mancanza di personale si è aggiunta una incapacità politica di porre un rimedio a questo fatto costruendo un ospedale Covid unico, con adeguato personale in previsione della seconda pandemia. Cosa che non si è voluto fare perché questo significava andare verso una sanità pubblica.»

Anche i commissari governativi hanno fallito la loro missione? «L’ultimo che è venuto (Giustini, nda), che ha fallito, non è stato messo in condizione di lavorare. Ma è stato l’unico a scoprire che i soldi che noi versavamo, come aumento dell’Irpef a causa del debito che dovevano essere messi sul fondo sanitario, sono stati utilizzati, per anni, per altre cose. E ha capito che se non si esce dal debito sanitario non si torna alla normalità. Il commissario avrà sempre il compito di tagliare. E siccome la politica molisana è gestita in un determinato modo i fondi vanno sempre in quella direzione. E per togliere il debito sanitario serve l’intervento dello Stato, come è stata fatto con la legge per la Calabria. Il governo e tutti i partiti che stanno al governo hanno una tendenza verso il liberismo, anche in medicina. Tutto quello che sta succedendo è legato al fatto che è stata smantellata la sanità pubblica».

In che modo? «Prima riducendo i finanziamenti poi smantellando il pubblico per avvantaggiare il privato. E oggi ci troviamo in questa situazione». Un dato impressionante, in questa situazione drammatica, accomuna il Molise con la Lombardia. «In percentuale nelle due regioni, la più grande e la più piccola, ci sono state le maggiori privatizzazioni. E abbiamo la maggiore mortalità.»

Il quadro non è affatto dei migliori: la politica è gestita in un determinato modo, la dirigenza sanitaria è legata alla politica fallimentare, il governo ha una tendenza verso la privatizzazione e i commissari, rappresentanti del governo, hanno fallito. Come se ne esce da questa situazione? «Innanzitutto abolendo il debito sanitario, così il Molise può progettare la sua sanità non con il commissario ma con tutto il consiglio regionale. Tutti i molisani dovrebbero chiedere al governo con forza di fare una legge ad hoc per abolire il debito sanitario.»

Ma in tutta questa situazione che tipo di responsabilità hanno i molisani? Anche perché questa scadente classe dirigente è stata scelta dai cittadini attraverso il voto. «La responsabilità dei cittadini è altissima perché fanno le scelte elettorali che poi ci portano a questo. Però oggi non hanno alternative. Bisogna lavorare sui molisani perché si riprendano in mano il potere, non votino più in questo modo. Si dovranno cercare delle alternative. Due sono i punti su cui lavorare.»

Iniziamo dal primo. «Togliere il debito sanitario. E su questa linea, noi come Forum, eravamo riusciti ad organizzare una convergenza di tutti quei comitati che erano sorti in difesa del proprio ospedale senza porsi il problema di quale fosse il vero danno. Questo fronte, che parla del debito sanitario, non è stato ripreso da nessuno dei partiti e dei movimenti che sta facendo la battaglia.»

E il secondo punto? «Una volta che i molisani sono tornati titolari della loro sanità è doveroso convincerli che la soluzione del liberismo è fallimentare. Come è fallimentare la presenza dei poteri forti.»

I fronti impegnati sul problema della sanità sono diversi. Comitati, associazioni, presidi, capipopolo non rendono unitaria la lotta per raggiungere gli obiettivi. Ognuno va per la sua strada. È possibile vincere una battaglia se i fronti sono divisi? «La battaglia diventa difficile se non si ha la chiarezza di quali sono i problemi. Se non si va all’origine del problema è tutto inutile. Mentre eravamo riusciti a coagulare tutti i comitati c’è stata la rottura del fronte». Perché è stato rotto il fronte? «Sta venendo fuori che il fronte è stato rotto perché sono entrate forze conservatrici che non volevano il cambiamento.»

Una rottura voluta? «È stata voluta». Quale sarà il vostro impegno? «Far comprendere il problema reale alla gente. Con la rabbia si toglie quel senso di frustrazione ma con quale risultato? Si perdono le forze. Questo modo di procedere viene stimolato dalla classe dirigente che non vuole cambiare.»

Cosa ne pensa del ministro della Sanità? Serve un medico per questo ruolo? «Il fatto che non sia un medico non è un fatto importante. L’importante è che il politico abbia dei tecnici adeguati. Vediamo il Molise: tra i tecnici non ci sono medici. Solo uno, la Scarfato, che non sappiamo se ha i titoli per fare quel lavoro. Il presidente è un commercialista, ma sta dimostrando di essere un politico incapace. Non ha neanche l’astuzia del politico».

Non l’ha dimostrata con la Calenda, il giorno della mozione di sfiducia? «Quella è furberia. Non è astuzia. È stato messo lì ad arte perché, essendo un ottimo commercialista, avrebbe dovuto sistemare i bilanci. Ma da chi è stato scelto?»

Da chi è stato scelto l’attuale sGovernatore del Molise? «Quando a Bojano le elezioni le vinse l’uomo di Frattura chi intervenne per indicare l’assessore esterno al bilancio?» Frattura? «Ecco. Quando Toma è diventato governatore ha messo tutti i collaboratori di Frattura nel suo entourage. Perché non c’è stato un cambio? Tutte persone che stanno lì senza titoli per starci.»

Non esiste più una differenza tra centro-sinistra e centro-destra? «Non è mai esistita, da quando c’è stata la caduta del muro di Berlino con la trasformazione del Pci. Si è passati da uno statalismo eccessivo a un iper liberismo. In periferia si è ripetuto quello che accadeva al centro. Renzi aveva fatto il patto con Berlusconi, aveva governato con i berlusconiani. E chi erano? Alfano e Lorenzin, ex ministro della Sanità. Dai giornali è venuto fuori che questi signori erano finanziati dall’AIOP, l’associazione delle case di cura private accreditate che hanno un peso economico notevole. Alfano è diventato il presidente della più grossa associazione di sanità privata. La Lorenzin è diventata la responsabile sanitaria del Pd».

Cosa significa tutto questo? «La linea politica è quella della privatizzazione. L’attuale ministro cosa può fare con il suo 1% di voti, ammesso che abbia capito l’importanza di tornare alla sanità pubblica.»

Nelle ultime settimane è scoppiata una vicenda vergognosa. Diversi personaggi, senza alcun diritto, sono stati vaccinati. Anche una trasmissione nazionale di inchiesta giornalistica ha approfondito la questione, facendo emergere le disparità di trattamento. Nelle scorse ore il gruppo dei 5 stelle in consiglio regionale ha inoltrato un esposto in Procura proprio su questa vicenda. Chiudiamo, allora, con i furbetti dei vaccini per comprendere il punto di vista di Italo Testa. «È una furberia classica italiana che serve per mantenere nel modo più becero una clientela. Il clientelismo che sta nella mentalità degli italiani e dei molisani. Una cultura mafiosa, nel senso che io faccio il piacere a te e tu poi dai il voto a me. È come per il precariato che tiene vincolate le persone al carro del padrone. Questo fatto di avere gente che non ha i titoli, soggetti che possono cacciare, è caratteristico di una cultura di mafia. Non dico che c’è la mafia, non dico che i molisani sono mafiosi ma è una cultura che va cambiata. Al posto giusto va messa la persona giusta. Chi è stato messo lì per grazia ricevuta ha bisogno di altre persone per governare.»       

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LA PROTESTA #tdg

La protesta del testimone di giustizia Gennaro Ciliberto davanti al Viminale (Ministero dell’Interno).

Dov’è Salvini?

Dov’è Gaetti?

Dove sono le Istituzioni?

#vergognadiStato

Roma, 5 maggio 2019

Il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto continua lo sciopero della fame davanti al Viminale.

Ma dove sono le associazioni dei testimoni di giustizia che avevano annunciato la protesta?

#roma#viminale#tdg#gennarociliberto

Roma, 7 maggio 2019

LA PROMESSA AL TESTIMONE

L’avv. Giuseppe De Salvo ha annunciato al testimone Gennaro Ciliberto che il suo caso è all’ordine del giorno.

Sarà vero?

Ma chi è De Salvo?

Ma cosa c’entra l’ex capo del centro SISDE di Messina (servizi segreti) con il presidente della Commissione Centrale?

#viminale#protesta#tdg#ciliberto

Roma, 7 maggio 2019

Salvini (ministro della Repubblica) “invita” il testimone di giustizia a Milano per un appuntamento elettorale

#ilministrodellapropaganda

#vergognadiStato

#roma

#protesta

#tdg

Roma, 7 maggio 2019

IL VELENO DEL MOLISE con gli #studenti 

manifesto studenti Isernia, 17 febbraio 2018

 

IL VELENO DEL MOLISE con gli #studenti di #Isernia.
17 febbraio 2018
#ilvelenodelmolise #molise #veleni #conoscenza #sapere #cambiamento

 

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IL VELENO DEL MOLISE a LARINO

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IL VELENO DEL MOLISE a LARINO, 9 febbraio 2018 

#ilvelenodelmolise (foto Travaglini Massimiliano).

da Ultimavoce.it – Intervista A Paolo De Chiara – Il Coraggio Di Scrivere La Verità

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Paolo de Chiara: “Una sana informazione, quella che racconta i fatti, è fondamentale per un Paese civile. È il sale della democrazia.”

 

Paolo de Chiara è uno scrittore che non si tira certo indietro quando si tratta di dire la verità. Infatti, le sue opere: Il Coraggio di dire NoIl veleno del Molise e Testimoni di Giustizia, affrontano tre temi complessi di cui l’autore parla con estrema chiarezza. Paolo de Chiara è giornalista e collaboratore con diversi giornali on-line, tra cui Resto al Sud, Caporedattore presso La Voce Nuova del Molise, ideatore e conduttore della trasmissione di approfondimento Diritto di Cronaca, vincitore del Premio Giornalistico Nazionale ‘Ilaria RAMBALDI 2014’.

In tutti i libri di Paolo de Chiara si percepisce il grande desiderio di raccontare, come un obiettivo primario. Da dove nasce questa vocazione?

Solo passione per questo bellissimo mestieraccio. Informare semplicemente i lettori, i cittadini, senza alcun filtro, senza padroni e con la schiena dritta. Il sapere è il primo passo per cambiare e, quindi, solo attraverso la conoscenza è possibile prendere coscienza ed affrontare le tante problematiche che coinvolgono la nostra esistenza quotidiana. Una sana informazione, quella che racconta i fatti, è fondamentale per un Paese civile. È il sale della democrazia. Ecco perché il potere tende a mettere le mani sul sistema dell’informazione. Ecco perché la funzione del giornalista, come quella dello scrittore, è necessaria. Per controllare e non essere controllati dal potere. Per fare i “cani da guardia” e non gli scendiletto di qualcuno. Nella mia Regione, in Molise, il primo problema – tra i tanti – da risolvere è proprio quello dell’informazione. Una piccola Regione dove è quasi tutto controllato dal potente, o meglio dai potenti, di turno. L’informazione è debole, i cittadini non sono adeguatamente informati e il “signorotto di turno” può fare, e fa, ciò che vuole. Abbiamo un consigliere regionale, eletto da diverse legislature, per due anni e mezzo – addirittura – presidente del consiglio regionale, che negli anni ’80 faceva tutt’altro mestiere: era impiegato nella polizia penitenziaria. È stato arrestato e condannato, in via definitiva, per aver portato in carcere, dove era detenuto Raffaele Cutolo (il capo indiscusso della NCO), delle armi. Ha beneficiato della riabilitazione – una stortura per la democrazia – e, il galeotto, ha fatto carriera. In politica, gestendo il futuro dei molisani. Non c’è un dibattito nella mia Regione, questo perché la maggior parte degli organi di informazione non fanno il proprio dovere. E questo è solo un piccolo esempio.

Lea Garofolo, il Coraggio di dire NO,  è la storia drammatica di una giovane donna calabrese che ha avuto il coraggio di sfidare l‘ndrangheta, e che ora è diventato anche un film. Nata in una famiglia mafiosa, ha visto morire la sua famiglia ed i suoi amici, sterminati da uomini senza cuore. Parlare e raccontare queste verità, secondo te, possono aiutare a cambiare il futuro e combattere questa prepotenza criminale?

Lo diceva Paolo Borsellino, il magistrato ucciso (insieme agli uomini della sua scorta) dalla mafia e da pezzi dello Stato: “parlatene sempre”, in ogni luogo. Il nostro dovere – e riguarda tutti – è informare, raccontare e, possibilmente, delegittimare questi schifosi criminali attraverso la parola. Ma anche utilizzando la cultura. Perché il problema è anche culturale. “Per combattere la mafia – scriveva Rita Atria, la picciridda di Paolo Borsellino – bisogna prima farsi un auto esame di coscienza e poi sconfiggere la mafia che è dentro di noi”. Il futuro lo si cambia tutti insieme, rispettando semplicemente le regole. Gli eroi non esistono, non servono. Sventurato è quel Paese che ha bisogno di eroi. Servono persone perbene, con le mani pulite. Continuiamo a commemorare, giustamente, ma ci dimentichiamo delle persone vive che vengono abbandonate al proprio destino. Le persone che oggi ricordiamo sono morte, ammazzate, perché noi ci siamo distratti. È successo ieri, con Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa, Chinnici, Puglisi, Pasolini, De Mauro, Rostagno e tantissimi altri, e continua a succedere oggi. Cosa è cambiato? Le persone che lottano sul fronte restano isolate. E ancora non riusciamo ad aprire la cassaforte dei misteri sui fatti sconvolgenti di ieri.

Il libro Testimoni di Giustizia di Paolo de Chiara, scritto con grande trasparenza, è composto da diversi episodi di persone che in qualche modo sono state testimoni e/o vittime di crimini mafiosi, e che sono ben diversi dei collaboratori di giustizia. Puoi spiegarci la differenza tra collaboratori e testimoni di giustizia?

Sono due figure completamente diverse. Qualcuno ancora tende a confonderle – la convenienza è evidente -, ma è necessario differenziare. I collaboratori di giustizia, i cosiddetti “pentiti”, sono personaggi che facevano parte di un’organizzazione criminale e, per motivi opportunistici, decidono di “saltare il fosso”, di passare dalla parte dello Stato. Loro sono necessari per permettere agli inquirenti di entrare all’interno di queste schifose mafie per disarticolarle. Ci sono stati degli esempi destabilizzanti, come il sedicente “pentito” Scarantino, imbeccato dalle “menti raffinatissime” per raccontare una storia completamente sballata, inventata a tavolino, sulla strage di via d’Amelio. Un depistaggio di Stato, uno dei tanti. E per tanti anni siamo stati presi per il culo da un sistema che da sempre governa le nostre vite. I testimoni di giustizia, invece, sono tutta un’altra cosa. Sono cittadini onesti che hanno fatto il loro dovere. Hanno visto, hanno sentito, hanno toccato con mano, hanno subito l’arroganza criminale delle mafie e hanno denunciato i loro aguzzini. Si sono opposti al metodo mafioso, fatto di estorsioni, minacce, violenza e sangue. Loro non provengono dalle organizzazioni criminali, loro hanno subito. Loro sono necessari per credere nella legalità, quella vera, che è diversa da quella utilizzata per fare carriera. Hanno fatto condannare tanti mafiosi. Però lo Stato (quello con la ‘s’ minuscola, rappresentato da personaggi indegni), con alcuni di loro non si è comportato in maniera degna. Molti lamentano, ancora oggi, l’abbandono, l’insensibilità, la freddezza, il menefreghismo di funzionari inutili e dannosi. Proprio la settimana scorsa sono stati arrestati degli appartenenti alle forze di polizia, accusati di aver sottratto ingenti somme di denaro destinati ai collaboratori e ai testimoni. E non è l’unico ammanco. Esiste una legge, la n. 45 del 2001, che disciplina queste due figure. Per i testimoni c’è solo il titolo e qualche articolo. La relazione di Angela Napoli del 2008 parla chiaro. In questo Paese i testimoni sono trattati come un peso e non come una risorsa. Oggi esiste qualche provvedimento per migliorare la loro condizione, ma è tutto bloccato. Non esiste la volontà politica. Molti testimoni sono stati abbandonati dallo Stato e uccisi dalle mafie. Non c’è riconoscenza verso chi cerca di fare il proprio dovere, nel Paese impregnato dalle schifose mafie.        

Raccontaci quali difficoltà hai dovuto affrontare per scrivere questo libro e qual è stato l’episodio che più ti ha coinvolto?

È necessario cambiare inquadratura. Le difficoltà non sono di chi racconta, ma di chi subisce. Ho iniziato ad approfondire le storie dei testimoni di giustizia dopo aver conosciuto la drammatica esistenza di Lea Garofalo, la fimmina calabrese che ha sentito il puzzo della ‘ndrangheta (l’organizzazione criminale più potente nel mondo) sin dalla culla: padre mafioso, fratello mafioso, «famiglia» mafiosa. Ha visto scorrere il sangue, è cresciuta in una cultura mafiosa, ma si è ribellata. Come Peppino Impastato, come Rita Atria, come tanti altri. Da sola e con una figlia piccola, più coraggiosa della madre, ha sconfitto un intero clan, ha salvato sua figlia Denise e ha fatto capire a tutti noi che è possibile contrastare questi ominicchi del disonore. E Lea è una testimone di giustizia, anche se molti continuano a definirla “pentita”.

Ti occupi di diversi eventi letterari e manifestazioni, soprattutto nelle scuole superiori. Com’è il riscontro dei ragazzi a queste storie e cosa si può fare per raccontare loro il pericolo delle mafie?

La cosa più bella è confrontarsi con i ragazzi, anche delle superiori. Loro hanno la voglia di apprendere, hanno la forza di combattere. Sono pronti ad affrontare e risolvere i problemi che abbiamo lasciato e che non abbiamo mai risolto. I loro occhi parlano, sono vivi, come le loro menti. I ragazzi sono diversi dagli adulti, bisogna puntare sulle “giovani generazioni” per distruggere e annientare questa maledetta mentalità mafiosa. Ma non dobbiamo lasciarli soli, ognuno deve fare la sua parte. Fino in fondo, costi quel che costi. Come diceva qualcuno.   

Quali sono le regole fondamentali per essere un bravo giornalista e un buon scrittore?

Per esprimersi non esistono regole. Ognuno ha le sue, l’importante è non prendersi gioco della verità dei fatti. Non bisogna stravolgere la realtà, questa potrebbe essere una buona regola.

Ogni scrittore ha un sogno nel cassetto, il tuo qual è?

Allora la domanda non è rivolta a me (ride). Io sono solo un giornalista di provincia.

 

http://www.ultimavoce.it/paolo-de-chiara-testimoni-di-giustizia/

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Il CALVARIO dei Testimoni di Giustizia

Gennaro C.
Gennaro Ciliberto, testimone di giustizia

LA LETTERA APERTA DEL TESTIMONE 

 

Siamo trattati malissimo dal Servizio Centrale Protezioni del Ministero dell’Interno, ci trattano come un numero di matricola.

 

“Continua l’accanimento del Servizio Centrale di Protezione nei confronti dei Testimoni di Giustizia, ci trattano peggio di criminali.

Ora basta!

Da persone perbene e rispettose delle regole osservate alla lettera ci sentiamo costantemente umiliati e “minacciati” da questi individui che dovrebbero garantirci serenità e sicurezza. Invece ci ricattano ogni volta che chiediamo un nostro diritto con il motto: “VI BUTTIAMO FUORI DAL PROGRAMMA”.

Non c’è alcuna professionalità e umanità nel gestire le nostre vite e i nostri impegni di salute.

Ci trattano come un numero di matricola che ci hanno attribuito.

Comunico che darò vita ad una eclatante protesta per difendere il mio diritto alla libertà, costi quel che costi.

Non temo solo la camorra a questo punto…

Ho dato un altissimo contributo alla magistratura, ho salvato migliaia di vite umane, ho contribuito con le mie denunce a svelare il più grande sistema di corruzione in ambito appalti autostradali, a far mettere in sicurezza centinaia di opere decretate a rischio crollo.

Guadagnavo 60mila euro all’anno, ora mi danno 1600 euro di contributo al mese e me lo fanno anche pesare, perchè spesso mi hanno detto che sono un “rompicoglioni”…

Risultato: ho perso tutto, ma non voglio perdere la libertà di uomo per bene e incensurato.

In 7 anni ho lottato contro il sistema, credevo di riuscire a resistere, di poter iniziare una nuova vita, ma oggi mi rendo conto che nessuno può resistere.

Mi sento morto dentro, umiliato.

Ho cercato sempre un confronto civile e rispettoso, ho sempre atteso i tempi della burocrazia, ad ogni chiamata della giustizia ho risposto. Ho messo in prima linea i miei doveri di cittadino e testimone. Ho cercato di capire le strutture della macchina di protezione, le loro contorte deduzioni. Ho cercato di stare sempre calmo, perchè chi è al potere mi ha sempre detto che “non bisogna farsi la guerra”, ma cercare un punto di incontro. Ma oggi non trovo più una risposta e mi tormento nel mio essere.

Perchè il Servizio Centrale di Protezione deve comportarsi in questo modo? Basterebbe solo applicare la legge e non interpretarla. Ma forse chiedo troppo.

Forse noi testimoni di giustizia dobbiamo scomparire? A che serve una nuova legge? A cosa servono i tanti convegni se poi ci si trova ad essere isolati umanamente. Forse qualcuno vuole farci passare per pazzi, per instabili?

Ma dopo 7 anni chiunque cede, chiunque molla la presa. Ho tanto da perdere, ma la libertà già è andata, insieme alla salute. Ho molti rimpianti, molti dubbi che mi portano ad uno stato di confusione. Questa è l‘impotenza di un uomo di fronte a quella prassi applicativa segreta e che, ogni volta, viene costruita ad hoc, per rendere un inferno un programma di protezione che dovrebbe garantire la serenità di chi è sotto protezione”.


Ciliberto Gennaro
Tdg

TDG SHERE KAN

 

LA RICHIESTA DEI TESTIMONI DI GIUSTIZIA: “MATTARELLA SI DISTINGUA DAL GOVERNO”

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Mattarella, da Repubblica.it

di Paolo De Chiara

“Noi del gruppo testimoni di giustizia campani ci chiediamo se Mattarella riconosce in noi il vero segnale dell’antimafia”. Questa la dichiarazione a caldo di Luigi Coppola, il portavoce dei testimoni della Campania, che ha chiesto a gran voce un incontro con il neo Presidente della Repubblica. Due giorni e due notti di sit-in a Roma, in piazza del Quirinale, per incontrare il Capo dello Stato. Due giorni di inutile attesa. Le porte della ‘casa degli Italiani’ non si sono aperte per queste persone, per questi cittadini che hanno denunciato le organizzazioni criminali. Cittadini onesti che non hanno girato la testa dall’altra parte, facendo semplicemente il proprio dovere. Perdendo il nome, gli amici, il lavoro. La libertà eluigi coppola tdg la speranza. “Ancora non siamo stati accolti da Mattarella – ha dichiarato Coppola -, tutto il contrario di quello che al suo giuramento ci sembrò di capire. Ci eravamo caricati di tante speranze. Finalmente un Presidente che ama chi combatte le mafie. Invece anche lui ci ha mollato. Uomini che per lo Stato hanno messo in bilico la vita e il futuro, ci sentiamo lasciati fuori dal capo dello Stato”. Un’altra manifestazione si era registrata, sempre nella Capitale, qualche settimana fa. Per chiedere l’attuazione del decreto che prevede l’assunzione nella Pubblica Amministrazione. Un lavoro e maggiori attenzioni per le loro problematiche. Hanno chiesto al “popolo onesto di non essere abbandonati”. Si legge in una nota, a firma dei testimoni di giustizia campani: Sembrava che lo Stato si stesse adoperando per ridare dignità ai testimoni di giustizia, uomini e donne onesti che hanno avuto il coraggio di denunciare le mafie, pagando in prima persona questo loro coraggioso gesto, ma la speranza di avere un lavoro finora è rimasta un miraggio”. Non sono tanti i testimoni di giustizia in Italia, stiamo parlando di circa 85 persone. Perché non si risolvono i problemi di questi cittadini? Perché non è mai stata presa in considerazione la Relazione della Commissione Antimafia, relatrice Angela Napoli, del 2008? Perché non è ancora stata fatta una legge solo per i testimoni? Per la Napoli “le loro testimonianze fanno paura, sono coraggiose e rivolte in maniera individuata a persone. Provengono da soggetti che non hanno commesso alcun reato. Ogni testimone è diverso dall’altro, ognuno va valutato per sé. Sono storie che vanno conosciute. I testimoni sono vittime di mafia”.

Luigi Coppola, avete scritto qualche giorno fa che “siete determinati”. Ma le porte, per voi, restano chiuse.  Mattarella non vi ha ricevuti. Come spiegate questo comportamento da parte del Presidente della Repubblica?

Dallo scorso 17 febbraio, con una nota scritta, abbiamo chiesto questo incontro. Non accettiamo incontri con funzionari del Quirinale, vogliamo guardare negli occhi Mattarella. Vogliamo rimarcare questa nostra volontà di parlare con lui che di mafia ha patito. Andare al Quirinale e depositare un’istanza non serve, non ci interessa e non offre il risultato sperato. Mattarella deve prestare attenzione alle persone che ci rimettono la vita. La morte del fratello (Piersanti, ucciso da Cosa Nostra il 6 gennaio 1980, ndr) dovrebbe far aprire le sue braccia, non solo le porte del Quirinale. Lui ha parlato di parte sana della società e poi non la riceve?

Sono stati due giorni buttati? È stato inutile questo sit-in al Quirinale?

No, è stato utile farlo. Adesso aspettiamo un gesto del Presidente. Se si fa consigliare da chi non vuole combattere le mafie questa è la prova che non si vogliono combattere le organizzazioni criminali presenti sul territorio italiano.

Cosa avreste voluto chiedere al Capo dello Stato?

Lui è il garante della Carta Costituzionale, vogliamo sapere se per il Capo dello Stato è normale che una legge fatta dallo stesso Stato non venga portata avanti (l’assunzione dei testimoni di giustizia nella pubblica amministrazione, ndr).

Come vi comporterete nei prossimi giorni?

Questo sit-in non si è interrotto. Lasciamo per un po’ di giorni, poi ripartiremo alla carica.

In che modo?

Con un sit-in più lungo, a turnazione. Devono darci delle risposte chiare, guardandoci in faccia. Non molleremo la presa facilmente.

Se tutto ciò non accadrà?

Vorrà dire che Mattarella è la fotocopia dell’attuale Governo.

Com’è l’attuale Governo?

Ha poca sensibilità nei confronti dei testimoni di giustizia, di chi combatte realmente e concretamente le mafie. Non ho mai sentito una parola da parte del Ministro degli Interni Alfano nei confronti dei testimoni.

vedo sento parlo

BIOMASSE in MOLISE, i comitati dicono NO a risarcimento

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Bojano (Campobasso), 3 gennaio 2015
Palazzo Colagrosso
Convegno AMBIENTE & SALUTE

Servizio TeleMolise (Giovanni Minicozzi), 5 gennaio 2015

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