Morte (poco) accidentale di un Anarchico

SPECIALE PINO PINELLI/Parte prima. L’Italia delle STRAGI e dei SEGRETI DI STATO, dicembre 1969. L’INTERVISTA a Silvia Pinelli, la figlia della staffetta partigiana. Il ferroviere anarchico innocente, “precipitato” dal quarto piano della questura di Milano. «Io e mia sorella (Claudia, nda) verso le 20:00 arriviamo a casa, contente, perché pensavamo che ci fosse nostro padre. Invece abbiamo trovato la casa completamente a soqquadro con i poliziotti che rovistavano dappertutto, che aprivano gli armadi e spacchettavano i regali che i nostri genitori avevano già comprato. Questo è il ricordo che noi abbiamo del 12 dicembre. Non ebbi neanche il coraggio di entrare, rimasi sulla soglia della porta a controllare lo sfacelo che vedevo.»

Morte (poco) accidentale di un Anarchico
La ricostruzione: il manichino utilizzato per simulare la «caduta» di Pinelli dalla finestra dell’ufficio politico della questura di Milano

di Paolo De Chiara, WordNews.it

La bomba è esplosa. Sono le 16:37 di venerdì 12 dicembre 1969“In dicembre a Milano era caldo. Ma che caldo che caldo faceva”, risuona un famoso ritornello. Quel calore investirà un Paese intero, al centro di una infinita strategia della tensione, pianificata negli anni.

Destabilizzare per stabilizzare.

E in quei giorni le menti raffinatissime (“gruppo di potenti”) decidono di destabilizzare, utilizzando i criminali di destra. Fascisti assassini, allevati durante e dopo la dittatura.  

Un forte boato colpisce il cuore pulsante della città. A pochi passi dal Duomo, all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura. La bomba fascista e di Stato uccide 14 persone, ferendone 87. In totale i morti arriveranno a 17.

Dopo poche ore la polizia trova – come già accaduto qualche mese prima – il capro espiatorio. Gli anarchici sono destinati a subire la reazione da parte chi ha creato il caos.

Destabilizzare per stabilizzare.

E per la strage di Piazza Fontana viene indiziato un anarchico, si chiama Giuseppe Pinelli. Un padre di famiglia, di 41 anni, già staffetta partigiana. Un uomo libero, di sani principi, lontano dalla becera violenza. Pino ha dato il suo contributo per annientare i criminali fascisti e nazisti durante la Resistenza. Saranno proprio quei personaggi, immersi in quella cultura criminale, a privarlo della sua vita. Il questore di Milano, un certo Marcello Guida, è un fascista, ex direttore del carcere di Ventotene, luogo di confino per molti antifascisti, come Sandro Pertini.

Un “semplice accertamento” si trasforma in un fermo illegale. Una vergogna per uno Stato di diritto.

Tre giorni di interrogatori, di minacce, di torture, di violenza verbale. Chiedono a Pinelli di confessare, di fare i nomi dei compagni. Ma Pinelli è innocente e non può confessare nulla.

Il 15 dicembre viene arrestato Pietro Valpreda, il ballerino anarchico. Passerà 1110 giorni nel carcere di Regina Coeli. Da innocente.  

Negli uffici della questura di Milano la polizia ci va pesante. Usa i suoi metodi antidemocratici. Tre giorni di pura follia criminale, di estenuanti interrogatori. Dopo la mezzanotte del 15 dicembre l’innocente anarchico Pino Pinelli “precipita” dal quarto piano della questura. Muore poco dopo al Fatebenefratelli di Milano.

Il fascista-questore, in una conferenza stampa, senza vergogna dirà: “Pinelli era fortemente indiziato di concorso in strage. Il suo alibi era crollato. Si è visto perduto. Si è trovato come incastrato. È crollato. È stato un gesto disperato, una specie di autoaccusa”. Aggiungerà qualche giorno dopo: “Vi giuro, non l’abbiamo ucciso noi”. Uno Stato che uccide impunemente. Non sarà il primo e non sarà l’ultimo caso. Pino Pinelli è stato ammazzato. Era innocente. Era una persona perbene.

Le verità tardano ad arrivare. Ma dopo mezzo secolo un altro elemento si aggiunge alle ipotesi fatte in questi anni.

L’ex numero due del servizio segreto militare, il generale Maletti, ha raccontato ad Alberto Nerazzini e Andrea Sceresini(Il Fattola sua versione: «Pinelli si rifiuta di rispondere alle domande. Gli interroganti ricorrono quindi a mezzi più forti e minacciano di buttarlo dalla finestra. Lo strattonano e lo costringono a sedere sul davanzale. A ogni risposta negativa, Pinelli viene spinto un po’ più verso il vuoto. Infine perde l’equilibrio e cade”.

E ad un tratto Pinelli cascò!

da Il Fatto Quotidiano

Abbiamo contattato Silvia Pinelli, una delle due figlie (l’altra si chiama Claudia). Due donne dignitose che, insieme alla signora Licia (la vedova di Pino), continuano a ricordare quei fatti. Perché la memoria, nel Paese senza memoriae “orribilmente sporco”, è necessaria per guardare avanti e per ottenere Verità e Giustizia. Due parole fondamentali in una Nazione piena di lati oscuri, misteri e segreti di Stato.

Sono passati 51 anni dalla morte di suo padre, come è cambiato questo Paese?

«È cambiato in peggio. Ce ne rendiamo conto da tante piccole cose. È venuto a mancare quel movimento che spinse negli anni Sessanta a ribellarci contro determinate cose, per portare avanti un percorso di conquiste che furono, purtroppo, represse nel sangue. Adesso ci ritroviamo a perdere le conquiste di quegli anni. Guardiamo a uno Statuto dei Lavoratori, alla sicurezza dei luoghi di lavoro. Si combatteva per questo e siamo nella stessa situazione, peggio forse, di cinquant’anni fa. Volevamo una sanità pubblica e ci troviamo una privatizzazione. Una scuola pubblica, abbiamo combattuto in quegli anni perché l’Università fosse aperta a tutti, e adesso abbiamo anche una scuola privata che riceve dei finanziamenti da parte dello Stato, a discapito del pubblico. La situazione non è delle migliori.»

E in questi giorni, nelle città italiane, sono comparsi questi mega manifesti sulla pillola abortiva RU486.

«Una propaganda che punta sulla parte più becera di noi. Anche quei manifesti che sono apparsi sono orripilanti. Manca una reazione, una presa di posizione seria, anche se ci troviamo in un periodo particolare in cui nessuno si aspettava di poter vivere. Manca un coinvolgimento da parte di alcuni parlamentari che ci sono e si potrebbero smuovere su determinate cose. Sembra che ci sia più paura. È un ritorno indietro.»

Solo da parte dei parlamentari o anche dei cittadini?

«Con le elezioni noi eleggiamo i nostri rappresentanti in Parlamento. I nostri rappresentanti sono nei Comuni, nelle Province. Come cittadini, sicuramente, abbiamo un compito fondamentale che è quello di portare avanti delle istanze. Ma chi ci rappresenta dovrebbe rappresentarci effettivamente.»

Non siamo rappresentati?

«Non siamo rappresentanti. Nel momento in cui si vota, votiamo una lista, delle persone. Qualcuno lo ritengo che sia in buona fede, ma c’è un contesto che, comunque, ti impedisce di poter portare avanti un lavoro comune.»

Un male che ci portiamo dietro da troppi anni. Abbiamo subìto la dittatura e anche dopo la caduta del fascismo ci siamo ritrovati i fascisti all’interno dei posti di comando. Ed hanno mantenuto il controllo delle varie Istituzioni.

«Avevamo ai vertici di ministeri e prefetture persone che arrivavano dal disciolto partito fascista. Solo nel ’46 è stato ricostituito, dai reduci della Repubblica di Salò, il Movimento Sociale italiano. Come è stato possibile consentire una cosa di questo tipo?»

E queste parole riportano agli anni Sessanta: il convegno fascista finanziato dal Sifar (servizio informazioni forze armate); la rete occulta, meglio conosciuta come Gladio; il colpo di Stato dei colonnelli in Grecia (con a capo Papadopoulos, già collaboratore dei nazisti); gli squadristi di Almirante; la nascita del Fronte nazionale di Valerio Borghese (già comandante della X Mas e salvato dagli americani); le bombe del 1969: Padova (15 aprile), Fiera di Milano (25 aprile); Milano e Venezia (8 e 9 agosto), Trieste (4 ottobre).

La strategia della tensione, termine per la prima volta utilizzato dal settimanale The Observer, inaugurata con la prima strage di Stato (Portella della Ginestra), 1° maggio 1947. Senza dimenticare i sindacalisti ammazzati dalle mafie, come: Miraglia, Rizzotto, Carnevale, La Torre. In totale 54 omicidi. I braccianti ammazzati dalla polizia ad Avola (Siracusa) il 2 dicembre del 1968: 2 morti e 48 feriti. I rappresentanti dello Stato sparano sui manifestanti che chiedono il rinnovo del contratto di lavoro. A Forte dei Marmi il 1° gennaio del 1969 una protesta giovanile. Una contestazione davanti alla Bussola, il locale dei ricchi. La polizia spara e ferisce gravemente alla schiena un giovane. Poi la strage di Battipaglia. I manifestanti sono scesi in piazza, gridano “difendiamo il nostro pane”. È il 9 aprile del 1969, la polizia spara ancora una volta: 2 morti e 200 feriti. Da più parti si chiede il “disarmo della polizia”, oggi non è ancora possibile identificare un appartenente alle forze dell’ordine.

Ma andiamo avanti.

I tentati colpi di Stato: nel 1964 il “piano Solo” (con il generale De Lorenzo, già ai vertici del Sifar); il golpe Borghese: nella notte tra il 7 e l’8 dicembre del 1970, il tentativo di “creare panico e disorientamento”. I congiurati occupano il ministero dell’Interno per qualche ora, poi arriva il contrordine. Tutto organizzato dal Fn di Borghese, insieme ad Avanguardia nazionale, Ordine nuovo, Europa Civiltà, con l’appoggio dei vertici delle forze armate, di personalità criminali e il sostegno dei servizi segreti, della P2 e della Cia; nel 1973 l’ennesimo tentativo con “la Rosa dei Venti”. Nello stesso calderone gerarchi della Repubblica Sociale, criminali, neofascisti, massoni, generali dell’Esercito, ufficiali delle forze armate, industriali. Un “gruppo di potenti”, formato da “persone serie ed importanti”, che – in questo Paese “orribilmente sporco” – ha dato disposizioni e assicurato protezione politica.      

Continui segnali, continui proclami. Il 10 dicembre del 1969, due giorni prima della strage di Piazza Fontana, il fascista Almirante, intervistato da Der Spiegel, dichiara: “Le organizzazioni giovanili fasciste si preparano alla guerra civile… tutti i mezzi sono giustificati per combattere i comunisti… misure politiche e militari non sono più distinguibili”. Oggi vorrebbero farlo passare per uno statista. C’è chi vorrebbe intitolargli delle strade, come se non bastassero quelle intitolate ad altri fascisti (Farinacci docet). Ma giusto per far chiarezza è importante sdoganare questo pessimo soggetto, descritto con queste parole dal peggior presidente della Repubblica (Napolitano): «Ha avuto il merito di contrastare impulsi e comportamenti anti-parlamentari che tendevano periodicamente ad emergere, dimostrando un convinto rispetto per le istituzioni repubblicane che in Parlamento si esprimeva attraverso uno stile oratorio efficace e privo di eccessi…». Ecco i fatti: nel 1938 firma il Manifesto della Razza; dal ’38 al 1940 collabora alla rivista La difesa della Razza; dopo l’8 settembre aderisce alla Repubblica Sociale, si arruola nella guardia nazionale con il grado di capomanipolo; il 30 aprile del 1944 diventa capo di quel “gabinetto” del ministero della cultura popolare e il 17 maggio firma il manifesto della RSI (“…gli sbandati ed appartenenti a bande che non si consegneranno ai comandi nazifascisti entro il 25 maggio saranno passati per le armi mediante fucilazione alla schiena”). Un “servo dei nazisti. Come Almirante collaborava con gli occupanti tedeschi”, titolerà l’Unità il 27 luglio del 1971; diventa tenente della brigata nera, impegnato nella lotta contro i partigiani; nel 1946 fonda i Fasci di azione rivoluzionaria. Racconta De Marzio, ex capogruppo Msi alla Camera, di un incontro tra Almirante e Borghese nel 1970, l’anno del tentato golpe. Il fascista “privo di eccessi” (secondo Napolitano) avrebbe detto: “Comandante (Borghese, nda), se parliamo di politica e tu sei dei nostri devi seguire le mie direttive. Ma se il terreno si sposta sul campo militare allora saremo noi ad attenerci alle tue indicazioni”. La memoria è importante, caro Napolitano.    

La destra eversiva, in questo Paese, è stata protetta da un sistema di potere nazionale e internazionale (Wikileaks, gli Usa e la strategia della tensione, l’Espresso, 2015). L’opera strategica e stragista è proseguita nel corso degli anni, ecco soli alcuni esempi: i Moti di Reggio (Msi, Avanguardia Nazionale e Fronte nazionale con un forte legame con la ‘ndrangheta); deragliamento della Freccia del Sud (6 morti, 72 feriti); un ordigno ritrovato a Verona; le bombe di Catanzaro (1 morto); la strage di piazza della Loggia (8 morti); l’Italicus (12 morti e 44 feriti); la stazione di Bologna (85 morti, 200 feriti); il rapido 904 (17 morti e 267 feriti). A seguire, fino ad oggi, una lunga scia di sangue. Comprese le bombe e le stragi di mafia.

La “strategia della tensione”, in questo Paese, non è mai terminata.

Gaetano Lunetta (Fn Liguria) spiega (Domani): «Il golpe c’è stato, siamo stati padroni del Viminale. Il risultato politico è stato raggiunto: congelamento della politica di Aldo Moro (che verrà poi ucciso dalle Br, nda), allontanamento del Pci dall’area di governo, garanzia di una totale fedeltà filoatlantica e filoamericana. Il golpe c’è stato ed è riuscito.»

In tutta questa lunga storia di bombe, strategie, silenzi, complicità, destabilizzazioni, stabilizzazioni, rientra la strage di piazza Fontana del 12 dicembre del 1969 a Milano. L’ordigno posizionato nella Banca Nazionale dell’Agricoltura. Una strage di Stato compiuta dalla destra eversiva. Ma non solo.

Signora Pinelli, lei quanti anni aveva?

«Nove anni.»

E cosa ricorda di quella giornata?

«Non ricordiamo niente, in pratica. Ricordiamo che mio padre era smontato dalla notte e che quel giorno avevamo mangiato tutti assieme e, poi, mio padre era uscito per andare con i suoi amici. Poi era andato in ferrovia a ritirare la tredicesima e poi era andato al Circolo al Ponte della Ghisolfa, dove aveva scritto una lettera a Paolo Faccioli, uno degli anarchici che erano in carcere, falsamente accusati delle bombe alla Fiera di Milano.»

Il 25 aprile del 1969 alla Fiera di Milano, intorno alle 19:00, si verifica un’esplosione all’interno dello stand della Fiat: venti feriti. Alle 21:00 una seconda bomba deflagra nell’ufficio cambi della Banca Nazionale delle Comunicazioni, nessun ferito. Solo panico e disorientamento. Vengono individuati e arrestati i responsabili: sei anarchici. Alcuni rilasciati qualche giorno dopo, gli altri processati e assolti nel maggio del 1971.

Possiamo soffermarci su questa lettera?

«Purtroppo diventerà il suo testamento. Dove dice, tra le altre cose, che l’Anarchia non è violenza, “che rigettiamo, ma non vogliamo subirla. L’Anarchia è ragionamento e responsabilità”. Dopodiché si reca al Circolo di via Scaldasole, nel quartiere Ticinese, dove c’è la volante della polizia. Mio padre, in quel momento, ancora non sapeva che era scoppiata una bomba. E da lì Calabresi lo invita a seguire la volante della polizia con il suo motorino, in questura. Cosa che mio padre farà.»

Perché non sapevate nulla della bomba di piazza Fontana?

«A casa nostra la televisione era rotta, quindi non si sapeva assolutamente niente. Io e mia sorella (Claudia, nda) verso le 20:00 arriviamo a casa, contente, perché pensavamo che ci fosse nostro padre. Invece abbiamo trovato la casa completamente a soqquadro con i poliziotti che rovistavano dappertutto, che aprivano gli armadi e spacchettavano i regali che i nostri genitori avevano già comprato. Questo è il ricordo che noi abbiamo del 12 dicembre. Noi eravamo abituate a vedere gente in casa, però ricordo che mia madre ci avvisò che erano dei poliziotti. Non ebbi neanche il coraggio di entrare, rimasi sulla soglia della porta a controllare lo sfacelo che vedevo.»

Poliziotti dell’ufficio politico della questura di Milano?

«Sì, sicuramente.»

Il commissario era Lugi Calabresi?

«Era Calabresi. È stato lui ad invitare il mio papà ad andare in questura per degli accertamenti.»

1 parte/continua

Pino Pinelli

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LA LETTERA/TESTAMENTO DI PINO PINELLI

Indirizzata all’Anarchico Paolo Faccioli, accusato ingiustamente (insieme ad altri compagni) delle bombe alla Fiera di Milano del 25 aprile 1969.

Caro Paolo,

rispondo con ritardo alla tua, purtroppo tempo a disposizione per scrivere come vorrei ne ho poco; ma da come ti avrà spiegato tua madre ci vediamo molto spesso e ci teniamo al corrente di tutto. Spero che ora la situazione degli avvocati si sia chiarita.

Vorrei che tu continuassi a lavorare, non per il privilegio che si ottiene, ma per occupare la mente nelle interminabili ore; le ore di studio non ti sono certamente sufficienti per riempire la giornata.

Ho invitato i compagni di Trento a tenersi in contatto con quelli di Bolzano per evitare eventuali ripetizioni dei fatti.

L’anarchismo non è violenza, la rigettiamo, ma non vogliamo nemmeno subirla: essa è ragionamento e responsabilità e questo lo ammette anche la stampa borghese, ora speriamo che lo comprenda anche la magistratura.

Nessuno riesce a comprendere il comportamento dei magistrati nei vostri confronti. Siccome tua madre non vuole che invii soldi, vorrei inviarti libri, libri non politici (che me li renderebbero) così sono a chiederti se hai letto Spoon River, è uno dei classici della poesia americana, per altri libri dovresti darmi tu i titoli.

Qua fuori cerchiamo di fare del nostro meglio, tutti ti salutano e ti abbracciano, un abbraccio in particolare da me ed un presto vederci.

Tuo Pino.

Morte accidentale di un anarchico.

Spettacolo rappresentato per la prima volta il 5 dicembre 1970 a Varese da Dario Fo e il suo gruppo teatrale “La Comune”.

«Ho partecipato alla cattura di Brusca, ma non credo più nello Stato»

INTERVISTA. Parla Luciano Traina, il fratello di Claudio, l’agente di scorta ucciso in via D’Amelio, insieme ai colleghi Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Agostino Catalano. L’ex ispettore della polizia di Stato esprime una sua convinzione: «le “menti raffinatissime” avrebbero voluto utilizzarmi. Brusca non doveva essere catturato vivo». Sulla vicenda Bonafede: «In lui non ci vedo la malafede, però vedo tanti fili che lo manovrano».

«Ho partecipato alla cattura di Brusca, ma non credo più nello Stato»

di Paolo De Chiara

«In questi anni lo Stato si è comportato come sempre. Assente. Almeno verso di noi. Molto, molto assente. Non ci credo più». Sono parole amare pronunciate da Luciano Traina, già ispettore della polizia di Stato e fratello di Claudio, l’agente di scorta ucciso dal tritolo ventotto anni fa, in via D’Amelio, insieme al giudice Paolo Borsellino e ai colleghi Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Agostino Catalano.

Luciano Traina ha una carriera importante alle spalle, piena di encomi. Un impegno costante all’interno delle Istituzioni. Si è contraddistinto contro le Brigate Rosse a Milano. Mentre a Palermo si è trovato faccia a faccia con u verru (il porco) Giovanni Brusca, il killer di Cosa nostra. Lui, il fratello di una vittima, ha tratto in arresto il mafioso. Diventato, poi, collaboratore di giustizia. Abbiamo raccolto il pensiero dell’ex ispettore nel giorno della commemorazione della strage di Capaci, per ricordare anche i vivi, come il Pm Di Matteo, minacciato di morte dai “poteri forti”.

«Fino a qualche anno fa speravo, ma adesso sono arrivato alla frutta. Questa mattina sono andato in caserma dove c’è la lapide dei ragazzi ad onorare loro. Tranne il questore e il nuovo prefetto non c’era nessuno. Ho partecipato per i ragazzi, ma il resto è solo noia, apparenza, passerella. Sinceramente sentire alcuni familiari è disgustoso al massimo».

Perché? A cosa si riferisce?

«Mi riferisco a tante cose. Certe persone vogliono soltanto apparire».

Lei dice che fino a un certo punto ha creduto nello Stato. Quando si registra il cambio di rotta? Qual è il momento di rottura?

«Nel momento in cui noi cittadini normali, disarmati, abbiamo fatto la scorta civica a Di Matteo. Uno Stato non deve mandare avanti la popolazione per sostenere e garantire una sicurezza a un magistrato che vuole la verità, insieme ai familiari. Quindi ci siamo adoperati noi, senza armi, davanti al Tribunale. Non avrebbero ucciso solo un magistrato, ma persone inermi».

Lei si riferisce anche alle ultime polemiche che hanno coinvolto il ministro Bonafede?

«L’ho incontrato l’anno scorso in via D’Amelio, abbiamo avuto modo di parlare civilmente. Quando sono salito sul palco ero incazzato nero perché, in questi anni, ci sono state solo promesse e niente fatti. Noi vogliamo che ci sia giustizia. Sul palco mi sono tolto alcuni sassolini dalla scarpa, citando i predecessori di Bonafede che, come ogni anno, promettevano questo e quello. Quando sono sceso dal palco lui mi ha stretto la mano, ero insieme ad Antonio Vullo, l’unico superstite della strage di Borsellino. Ed io, come un cretino, ho creduto nelle sue parole. Dall’anno scorso, ad oggi, non è arrivata né una chiamata né un invito. L’unico regalo che ci ha fatto Bonafede è che ha scarcerato tutti questi mafiosi dal 41 bis. A seguito di questo abbiamo protestato».

E siete stati coinvolti da una trasmissione di Mediaset.

«A seguito di questa protesta è arrivato l’invito da un famoso, in negativo, giornalista (Giordano) che inviò una troupe per raccogliere le nostre proteste dovute a queste scarcerazioni. Ci avevano promesso di mandare tutto in onda. Quindi mi sono tolto tutti i sassolini dalla scarpa».

A chi si è rivolto?

«Al nostro Presidente della Repubblica. Dicendo che anche lui, avendo avuto un lutto in famiglia, non aveva speso una parola. Essendo anche presidente del CSM. Parlando pure di Bonafede. La trasmissione è andata in onda e hanno deciso di tagliare tutti i nostri interventi. Dopo due giorni è andata in onda la trasmissione di Giletti, così è uscito fuori tutto. Abbiamo fatto una lettera contro Giordano ma nessuno si è degnato di darci una risposta».

In questo Paese, quindi, non si vogliono affrontare certi temi?

«La tv italiana, sia Mediaset che la Rai, preferisce invitare i figli dei mafiosi. Noi familiari non veniamo coinvolti in questi dibattiti. Nessuno vuole affrontare la realtà di quello che succede, di quello che è successo e di quello che continua a succedere».

Cosa ha provato dopo aver ascoltato la telefonata del Pm Di Matteo nella trasmissione di Giletti?

«Ho provato sdegno, mortificazione. Sinceramente un pochino ci credevo in Bonafede. In lui non ci vedo la malafede, però vedo tanti fili che lo manovrano. Anche nella fiducia che ha dato Renzi, se ascoltiamo bene, lui manda tanti messaggi. Una caramella a Di Matteo e un messaggio chiaro verso Napolitano. Da una parte mi fa tenerezza Bonafede, ma non lo vedo nel posto dove sta. In quei posti ci vorrebbero personaggi, come dicono a Palermo, con i canini affilati».

Ci vorrebbe un Di Matteo, un Gratteri?

«Certo. In Di Matteo vedo un Falcone, un Borsellino. Le persone giuste non possono stare nei posti giusti, questa è la verità».

Questo ministro (Bonafede) e questo Governo sono adeguati a contrastare le mafie?

«No, per niente. Non mi venga a dire Bonafede che non sapeva quando hanno scarcerato il primo, il secondo, il terzo. E siamo arrivati quasi a 500 mafiosi. E lui non sapeva nulla. Che Di Matteo ha frainteso. Non possiamo crederci».

Lei ha perso un fratello nella strage di via D’Amelio e, nello stesso tempo, è stato un rappresentante delle forze dell’ordine. Cosa ha provato a seguito di tutte queste scarcerazioni?

«Che sono uno stronzo».

In che senso?

«Ho fatto patire la mia famiglia dopo la morte di mio fratello. Prima lavoravo, poi ho cominciato a lavorare di più. Ho partecipato alla cattura di Brusca, hanno voluto forzatamente che partecipassi alla cattura».

Che significa “forzatamente”?

«In quel periodo, quando ci sono state tutte le indagini per la cattura di Brusca, gestivo dei pentiti di mafia, coloro che scioglievano le persone nell’acido. Andavo sempre in giro con il dott. Sabella e con il dott. Prestipino, due magistrati di un certo livello. A Palermo c’ero e non c’ero. Due o tre giorni prima che si catturassero i fratelli Brusca mi hanno bloccato. In quei giorni non dovevo partire perché la squadra mobile aveva bisogno di personale. Ma io ero distaccato per queste faccende, per questi  interrogatori con i magistrati».

Quindi, “forzatamente”?

«Forzatamente mi ritrovai dentro il furgone. Eravamo una decina di persone impegnate per il blitz. Il furgone era a distanza di 100 metri dalla villa dei Brusca. Arrivato il segnale, siamo piombati dentro. Hanno voluto con forza che io ci fossi».

Perché?

«L’ho capito negli anni. Perché dopo la cattura di Brusca, e me lo ritrovai davanti, è successo che l’indomani, rientrato a casa dopo aver passato la notte con i miei colleghi di squadra per la perquisizione dell’abitazione, i giornali cominciarono a scrivere. Affibbiandomi delle dichiarazioni mai rilasciate. Questi erano i titoli: “Io Luciano Traina ho messo le manette a Brusca e ho buttato le chiavi”. Strada facendo Brusca è stato malmenato, si vede anche in una fotografia. Il suo volto è tutto tumefatto. Ho ancora quella copia del giornale. Ma io non ho mai parlato con i giornalisti».

Tutto questo cosa significa?

«Poi andiamo a scoprire chi era La Barbera (Arnaldo, il superpoliziotto e agente dei Servizi, nda), il questore che ha voluto forzatamente il mio impiego, che faceva parte dei Servizi deviati. Brusca non doveva essere catturato vivo? Brusca doveva essere catturato tre mesi prima in un altro paesino vicino Palermo. Poi sparì improvvisamente. Chi meglio di me, il fratello che si vendicava di questa persona. Questa è stata la mia sensazione».

Sta dicendo che mandarono “forzatamente” lei per una vendetta nei confronti del killer di Cosa nostra?

«Questo l’ho sempre detto. Meno male che Di Matteo ha fatto condannare queste persone nel processo sulla Trattativa Stato mafia».

Quindi, dietro quella decisione, c’erano delle “menti raffinatissime”?

«Certamente. Dopo due giorni mi ha chiamato La Barbera e mi ha detto: “Lei ha finito di fare la pacchia”. Mi ha spedito per una settimana al reparto Mobile di Reggio Calabria e, dopo, grazie a un medico della polizia che ha capito il mio stato d’animo, che io non avrei sostenuto il peso, mi mandò a casa per un mal di schiena. Poi hanno voluto “forzatamente” che me ne andassi da Palermo. La cosa strana è che mi è arrivato un encomio per la cattura di Brusca».

Riepilogando, possiamo dire che le “menti raffinatissime” volevano la morte di Brusca?

«L’ho pensato, lo penso, ma sinceramente non c’è una prova. Ma perché proprio io vengo mandato ad arrestare Brusca? Se lo avessi visto fare un gesto inconsulto non ci avrei pensato due volte. Ma io non uccido una persona perché è stato un assassino».

Che impressione le ha fatto Brusca in quel momento?

«Mi ha fatto schifo. Non lo conoscevo. Pensavo ad un omone. Mi sono ritrovano davanti un uomo più basso di me, scalzo, con i pantaloncini e a petto nudo, con un’espressione stupita. Entrambi, in quella frazione di secondo, siamo rimasti sorpresi, sbalorditi, bloccati. Mi aspettavo un orso, ho visto un omino. Questo mio pensiero me lo porterò sempre dietro: perché tra i dieci uomini scelti, tra i primi a scendere, doveva esserci Luciano Traina? Negli anni abbiamo visto chi era La Barbera e dopo due giorni ho visto come mi ha trattato. Ripeto, secondo me non volevano che si catturasse vivo. Non potevano non arrestarlo, non potevano farlo scappare. Ormai si sapeva che era lì, anche se hanno impiegato diversi giorni per la cattura. Abbiamo dovuto attendere i colleghi di Roma, come se da Palermo non fossimo stati in grado di catturare un latitante».

Come possiamo ricordare, senza retorica, suo fratello Claudio?

«È entrato in polizia perché vedeva in me un idolo. Un giorno è venuto da me e mi ha comunicato la sua decisione. Ha fatto domanda ed è entrato in polizia. Caso volle che, come me, ha fatto la scuola ad Alessandria, poi Milano e, nel 1991, è stato trasferito, dietro sua richiesta, a Palermo. Ed è finito all’ufficio scorte. Lui non scortava il giudice Borsellino, quel giorno si è trovato lì perché giorni addietro un collega è stato male. Lui quel giorno mi aveva chiesto di andare a pescare, perché era libero. Invece lo avevano chiamato perché la domenica doveva coprire un turno di un altro collega. Quello è stato il 19 luglio del 1992.

Dopo 40 anni di servizio in polizia lei sta dedicando la sua vita ai giovani studenti. Possiamo credere in questi ragazzi?

«Vedo in loro molta attenzione. L’ultimo incontro l’ho fatto a Capo d’Orlando, dove ho visto i ragazzi piangere. I giovani non hanno bisogno delle favole, ma della realtà».        

In questo Paese si arriverà mai alla piena verità?

«No. Ci faranno sapere le briciole, che non porteranno mai al pane».

da WordNews.it

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