MOLISE CRIMINALE: LA SCOPERTA DELL’ACQUA CALDA

IL SEGRETO DI PULCINELLA. Rifiuti tossici, affari, malagestio, corrotti, corruttori, clientelismo, droga, cemento, riciclaggio, eolico. Ma cosa cazzo deve succedere in questa bellissima terra, resa disgraziata dai gestori della cosa pubblica? Si deve sparare tutti i giorni, servono i morti ammazzati per strada per dire che in Molise le mafie ci sono da anni e fanno ciò che vogliono?

MOLISE CRIMINALE: LA SCOPERTA DELL’ACQUA CALDA

di Paolo De Chiara

Ad ogni operazione della magistratura e delle forze dell’ordine seguono sempre le solite parole inutili. Lo stesso inutile stupore viene espresso da più parti. Da decenni le mafie (camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita, cosa nostra) fanno i loro sporchi affari. Ed ogni volta, dopo ogni arresto, si grida allo scandalo.

Ma il Molise non era un’isola felice, un’isola beata? La favoletta raccontata dai politicanti del posto non è mai risultava essere vera. Il problema non è mai stato affrontato. Si è preferito nascondere la sabbia sporca (con annessi affari) sotto il tappeto. Un grande tappeto. Molto meglio nascondere, occultare, non dare peso alle denunce degli anni passati.

Si continua a nascondere il problema. Non si affronta. Si semplifica. Si nega. Ecco, il negazionismo. E negando negando non ci si è accorti che questi criminali sono entrati da anni. Le presenze sono stabili, altro che infiltrazioni.  

Non c’è la volontà di affrontare la situazione.

Rifiuti tossici, affari, malagestio, corrotti, corruttori, clientelismo, droga, cemento, riciclaggio, eolico. Ma cosa cazzo deve succedere in questa bellissima terra, resa disgraziata dai gestori della cosa pubblica? Si deve sparare tutti i giorni, servono i morti ammazzati per strada per dire che in Molise le mafie ci sono da anni e fanno ciò che vogliono?

È sempre un problema di memoria. Proprio a Bojano, dove in queste ore si è conclusa una straordinaria operazione della DDA di Campobasso (con il plauso del Ministro dell’Interno Lamorgese e del Procuratore nazionale Cafiero De Raho), nel giugno del 2011 è stata posta in esecuzione una ordinanza di custodia cautelare per nove persone per diverse fattispecie di reato: associazione a delinquere, illecita concorrenza con minaccia e violenza, estorsione e danneggiamento seguito da incendio. Secondo la Procura di Campobasso, erano gli anni del tenace magistrato D’Alterio, «un preciso piano, finalizzato a realizzare, sul territorio, una microeconomia criminale, concernente il totale controllo della gestione di giochi elettronici». 

I magistrati dimostrarono i collegamenti con il clan dei casalesi e con la ‘ndrangheta calabrese. Una forma embrionale capace di evolvere se non contrastata.

Ma, negli anni, molti altri episodi hanno interessato il piccolo Molise. Tralasciando la questione dei mafiosi (come Vito Ciancimino) inviati al confino in Molise, restano altri fatti inquietanti. Nel nucleo industriale di Pozzilli-Venafro due aziende (Rer e Fonderghisa)finirono nelle mani di soggetti legati a clan di camorra.

I rifiuti tossici portati in questa Regione hanno legami forti con la criminalità organizzata. Gli impianti eolici hanno dimostrato la presenza di criminali organizzati che hanno fatto ciò che hanno voluto.

Le società fantasma presenti sul territorio? Perché S.a.s. e S.r.l., con sedi operative in Campania (Giugliano, Napoli, Mugnano, Aversa) vengono a stabilirsi con la sede legale nel capoluogo pentro? E partecipano a bandi, appalti a Minturno, Reggio Calabria, Casal di Principe. Uno di questi soggetti, un amministratore residente in Campania, ma con la Società con sede legale a Isernia, risulta essere (sarà vero? È stato appurato?) un fiancheggiatore di un clan di camorra. «Si tratta – si legge in un’inchiesta – della più moderna espressione dell’affermazione del potere criminale che si evolve verso logiche imprenditoriali più raffinate».

E le residenze false in provincia di Isernia? Perché a Isernia, in passato, hanno chiesto la residenza personaggi campani con precedenti penali? Nel 2010 la guardia di finanza ha chiuso un’inchiesta. Ma tutto è finito nell’oblio.

I fondi europei dove e a chi sono finiti? Gli impianti di carburanti sequestrati nel corso degli anni?

«Il Molise si è rivelato non zona di transito, ma punto finale di arrivo per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi, terra idonea ad occultare discariche abusive con la compiacenza di alcuni proprietari». Era il 2008 e lo scriveva la DDA di Campobasso.      

E si continua a perdere tempo a parlare di “infiltrazioni”.

«In Molise risiedono soggetti collegati alla cosca Bellocco di Rosarno», sono passati 17 anni da questa Relazione della commissione parlamentare antimafia. Quattordici ne sono trascorsi dal Rapporto della Confcommercio “Mani del crimine sulle Imprese”: «Il clan casertano dei Casalesi esercita una sua influenza nella zona di Venafro in Molise».

E si continua ancora a parlare di “infiltrazioni” e di cittadini molisani che denunciano.

Quanti altri esempi bisogna fare?

Quante altre parole bisogna spendere per descrivere questa Regione? Che ancora oggi, nel silenzio generale, elegge galeotti che gestiscono il futuro di questa terra.

Per quanti giorni ancora ci sarà l’inutile clamore che non porterà a nulla?    

da WordNews.it

da FANPAGE.IT – Omertà e rifiuti tossici in Molise

63

“La mafia è una montagna di merda” così il giornalista e scrittore molisano Paolo De Chiara, parafrasando Peppino Impastato, rende sua questa citazione. È stato uno dei primi giornalisti a denunciare l’ecomafia in Molise ed ancora oggi continua a dare voce a coloro che, senza paura, lottano contro le criminalità. Il suo giornalismo viene fatto nelle scuole, parlando ai giovani perché “Per contrastare la mafia serve l’istruzione” così si racconta De Chiara.

‘Il veleno del Molise’, ‘Testimoni di Giustizia’, ‘Il coraggio di dire no’ sono tutte storie di denuncia a cui il giornalista e scrittore molisano Paolo De Chiara ha dato voce. Filo comune per tutte, è quello di contrastare l’omertà e lottare contro le criminalità perché ‘La mafia è una montagna di merda’. Così il giornalista De Chiara denuncia i trent’anni di omertà molisana sui rifiuti tossici e rende giustizie a donne come Lea Garofalo che hanno rischiato la vita per opporsi alla ‘ndrangheta.
‘Per contrastare la mafia, oltre alla coerenza e i fatti, serve l’istruzione’ ci dice De Chiara e non è un caso che il suo giornalismo viene fatto nelle aule delle scuole, parlando ai giovani studenti. Così il giornalista ci spiega il filo sottile ma fondamentale che distingue lo Stato dalla Mafia.

Quando si parla di mafia, qual è la linea sottile che distingue la vittima dal carnefice?

«Non bisogna solo utilizzare le parole per contrastare le mafie e la mentalità mafiosa. E’ necessario contrastare attraverso i fatti, quotidianamente, le azioni della criminalità organizzata. Bisogna partire dalle piccole cose per cominciare a mettere i bastoni tra le ruote a questi criminali e a questa diffusa mentalità criminale. Le parole devono essere sostituite dai fatti. “Nemmeno un caffè”, diceva Borsellino ai suoi sostituti. Con certe persone, vicini a certi ambienti, non ci si può scambiare nemmeno un saluto. Su questi temi bisogna essere chiari e netti. Senza attendere le famose sentenze definitive, certi fatti vanno denunciati e certe persone vanno allontanate. La coerenza è necessaria per cambiare registro. Definitivamente».

“Sto vedendo la mafia in diretta” così Borsellino commentava la trattativa. Quant’ è difficile capire, allora, chi è la vittima di mafia e chi il carnefice?

«Siamo un Paese che si fonda sulle trattative tra le schifose organizzazioni criminali e gli apparati dello Stato, in questo caso con la ‘s’ minuscola. Da Portella della Ginestra al sequestro dell’assessore regionale Ciro Cirillo, sino alla vergognosa trattativa Stato-mafia, che ha saldato ulteriormente i legami tra mafiosi e personaggi delle istituzioni. Troppi silenzi si sono registrati, troppe manovre sono state utilizzate per coprire questa vigliaccata. Non si stringono patti, le mafie devono essere sconfitte definitivamente. I magistrati e le persone che lottano quotidianamente, facendo semplicemente il proprio dovere, vanno sostenuti e protetti in vita. E non ricordati dopo la morte. Vittima e carnefice? Andreotti, sette volte presidente del Consiglio, è stato una vittima o un carnefice? Non bisogna mai fermarsi alle comunicazioni ufficiali, alle assoluzioni mediatiche. La conoscenza è il primo passo per cambiare. Vittima o carnefice? Scrive la Corte d’Appello di Palermo, 2 maggio 2003: “I fatti che la Corte ha ritenuto provati in relazione al periodo precedente la primavera ’80 dicono che il senatore Andreotti ha avuto piena consapevolezza che i suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha quindi coltivato, a sua volta, amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi; […] una vera e propria partecipazione all’ associazione mafiosa apprezzabilmente protrattasi nel tempo. […]. Non resta, allora, da confermare il già precisato orientamento ed emettere, pertanto, statuizione di non luogo a procedere per essere il reato concretamente ravvisabile a carico del senatore Andreotti estinto per prescrizione”. Una prescrizione che è passata per assoluzione. Ecco la differenza tra vittima e carnefice. Don Lorenzo Milani diceva ai suoi ragazzi: “Ogni parola che non imparate oggi è un calcio nel culo che prenderete domani”. Bisogna informarsi, sempre. Per capire cosa ci accade intorno».

Qual è invece la linea che differenza lo Stato dalla Mafia?

«Lo Stato siamo tutti noi, le mafie sono organizzazioni criminali opprimenti, rappresentate da squallidi personaggi, presenti sul nostro bellissimo territorio. Gruppi criminali che risalgono all’ Unità d’Italia. Ecco che ritornano le trattative tra uomini delle istituzioni e le organizzazioni criminali: come la scelta del prefetto di polizia Liborio Romano, fatti che risalgono al 1860, di accordarsi con i camorristi dell’epoca per la gestione dell’ordine pubblico per l’ingresso di Garibaldi a Napoli. Secondo Di Matteo, il magistrato che si sta occupando della trattativa tra cosa nostra e gli uomini dello Stato, definita “presunta” ancora da qualcuno, per “sconfiggere la mafia che vuole continuare a ritagliarsi un ruolo dentro le istituzioni, dentro il potere, lo Stato deve avere la forza di guardare per davvero dentro di sé”. Nino Di Matteo è continuamente minacciato di morte per il suo lavoro. Stiamo rivivendo la stessa situazione degli anni ’90, con Falcone e Borsellino: le lettere del corvo, il tritolo arrivato a Palermo, le continue minacce, il silenzio dei rappresentanti istituzionali, gli attacchi e le difficoltà per evitare di arrivare alla verità. Lo Stato siamo noi e tocca a noi tutti fare la nostra parte. “La rivoluzione – diceva Paolo Borsellino – si fa nelle piazze con il popolo, ma il cambiamento si fa dentro la cabina elettorale con la matita in mano. Quella matita, più forte di qualsiasi arma, più pericolosa di una lupara e più affilata di un coltello”».

Tornando alla sua professione, quando decide di ‘usare’ il giornalismo per scrivere e denunciare la mafia?

«Non si decide di ‘usare’ il giornalismo per scrivere e denunciare le mafie. Si fa questo mestiere per informare semplicemente i lettori, con la schiena dritta. Senza guardare in faccia a nessuno. Bisogna raccontare i fatti ed è necessario dare voce a chi non ha voce. Non sono d’accordo a legare le persone e le professioni con inutili etichette, tipo “giornalista antimafia”. Il giornalista, ma il ragionamento vale per tutte le altre professioni, deve semplicemente fare il proprio dovere. Fare il cane da guardia del potere».

Moltissimi gli incontri che tiene soprattutto nelle scuole. Come spiega ai giovanissimi la mafia? E quanto è difficile farlo?

«È necessario incontrare e confrontarsi con le giovani generazioni, che sentono sin da subito il “fresco profumo di libertà”. La cultura della legalità deve partire dalle scuole, in ogni ordine e grado, perché, come diceva Caponetto, “la mafia teme più la scuola della giustizia. L’istruzione toglie erba sotto i piedi della cultura mafiosa”. Su questo terreno bisogna continuare a battere. Per raccontare ai ragazzi i fatti che accadono, per crescere insieme. Per il necessario confronto su queste tematiche di vitale importanza. Loro sono pronti ad accettare la sfida”».

‘Testimoni di giustizia’ è il racconto di chi?

«Cittadini italiani onesti, che hanno visto, subito e toccato con mano l’arroganza mafiosa. Sono persone che hanno denunciato e che, oggi, si trovano tra l’incudine e il martello. Da una parte le mafie vendicative e dall’altra uno Stato poco attento. Assente. Sono degli esempi, hanno messo in discussione la loro esistenza per il rispetto delle regole e della legalità. Hanno subito minacce, richieste di estorsioni, attacchi violenti, incendi, percosse. Ma non hanno ceduto, non si sono piegati di fronte ai mafiosi vigliacchi. Che poggiano la loro forza sulla paura delle persone. È doveroso ribaltare anche il concetto di “paura”: non devono aver paura i cittadini onesti, ma sono i mafiosi ad aver paura delle persone perbene. Per fare questo serve uno Stato presente e disponibile. Nel libro Testimoni di Giustizia (Perrone Editore, Roma, 2014) racconto dieci storie: sei testimoni vivi (Gennaro C., Giuseppe e Domenico Verbaro, Rocco Mangiardi, Luigi Coppola, Valeria Grasso, Carmelina Prisco) e quattro testimoni uccisi dalle mafie (Lea Garofalo, Maria Concetta Cacciola, Domenico Noviello, Ignazio Aloisi), perché lasciati soli dallo Stato. Non si possono abbandonare al proprio destino cittadini che hanno dimostrato che è possibile denunciare e far arrestare i mafiosi. I testimoni di giustizia, nel nostro Paese, sono trattati come un peso e non come una risorsa. Necessaria».

Uno dei suoi maggiori successi è espresso nel libro dedicato a Lea Garofalo, perché sceglie proprio la sua storia?

«Perché è la storia di una donna che non si è piegata, non ha girato la testa dall’altra parte. Non si è fatta mettere i piedi in testa da squallidi ‘ndranghetisti. Sei vigliacchi che hanno ucciso una donna indifesa. Lea è una fimmina calabrese, figlia e sorella di boss ‘ndranghetisti. Ha sentito la puzza della ‘ndrangheta sin dalla culla. Per proteggere sua figlia Denise è andata incontro alla morte. Con Il Coraggio di dire No (Falco Editore, Cosenza, 2012) ho voluto semplicemente raccontare la storia di questa donna. Far conoscere la sua esistenza, perché la memoria è importante. Lea ha subito, il 5 maggio 2009, un tentativo di sequestro nella mia Regione. In vita nessuno ha mosso un dito per proteggere e aiutare Lea. Viviamo in un Paese strano. Accade sempre tutto dopo. Perciò è fondamentale conoscere la storia di Lea Garofalo. Nemmeno in Molise ha trovato aiuto. È stata abbandonata e lasciata nelle mani di questi vigliacchi ‘ndranghetisti, condannati definitivamente all’ergastolo. Lea, una donna sola, ha sconfitto, anche grazie alla figlia Denise, un intero clan di ‘ndrangheta. Insieme possiamo fare molto. Ecco cosa insegna la storia di Lea, questo è l’esempio che ha lasciato a sua figlia. La dignità e la consapevolezza che è possibile colpire questi schifosi criminali».

In Molise c’è la mafia? E di che tipo?

«In Molise ci sono le mafie, che fanno i loro sporchi affari. Non lo dico io, ma i rapporti, le relazioni, le indagini, le sentenze della magistratura. A Campobasso i magistrati hanno condannato dei cittadini residenti a Bojano perché imponevano le loro macchinette mangiasoldi in tantissime attività commerciali, attraverso il metodo mafioso. Addirittura scendono in Calabria per ottenere l’autorizzazione della ‘ndrangheta. Per non parlare del riciclaggio del denaro sporco, delle opere pubbliche, del cemento, dei rifiuti, della corruzione. Uno degli ultimi episodi risale all’inizio dell’anno:  un’operazione effettuata dalle forze dell’ordine. Un sequestro di un’impresa individuale di distribuzione di carburanti, con sede a Vinchiaturo (Campobasso), intestata ad un prestanome dei Contini, un clan di camorra. L’operazione è contenuta nel rapporto della Direzione Investigativa Antimafia, del I semestre 2014. In Molise, però, si fa finta di non vedere. Nessuno parla, nessuno denuncia. Tutto tace».

È stato uno dei primi giornalisti molisani a parlare di ecomafia molisana. Cosa l’ha più sconvolta nello scoprire l’altra faccia della sua tranquilla regione?

«Non è una regione tranquilla. Non esistono ‘isole felici’, da nessuna parte. Il Molise, come molte altre realtà, è stata utilizzata come una pattumiera. Non dimentichiamo le operazioni fatte dalle forze dell’ordine, come quella realizzata nel nucleo industriale Pozzilli-Venafro. Due aziende, la Fonderghisa e la Rer, sono state gestiste dai Ragosta. In questi due stabilimenti, dove erano presenti degli altiforni, venivano sciolte sostanze pericolose. Ad esempio i carri armati provenienti dall’ex Jugoslavia pieni di uranio impoverito. Ma non solo: traffici di armi e di droga, riciclaggio di denaro sporco, rifiuti pericolosi e dannosi per la salute umana. In quel territorio si sono costituite le Mamme per la salute e l’ambiente, perché si muore di malattie strane. Nascono bambini malati. Il problema non riguarda solo il venafrano, ma l’intera Regione. Ma non c’è dibattito su questi temi. Dopo innumerevoli finanziamenti, dov’è il registro dei tumori? Perché la politica regionale non si occupa di questi problemi? Perché il Molise deve essere rappresentato istituzionalmente da un soggetto, l’attuale presidente del consiglio regionale (Vincenzo Niro), che negli anni ’80 è stato condannato in via definitiva per aver fatto entrare, insieme ad altri colleghi agenti penitenziari, delle armi nel carcere di Campobasso dove era detenuto un certo Cutolo (capo della NCO)? Di questi temi nessuno parla. Si utilizzano frasi inutili, per difendere l’indifendibile: “errori di gioventù” o “esiste una sentenza di riabilitazione”. Parole vuote e dannose. Errore di gioventù? Il giornalista precario de Il Mattino, Giancarlo Siani, è stato ammazzato a 26 anni dalla camorra perché faceva il proprio dovere. Le sentenze di riabilitazione non cancellano i gravi reati commessi e non servono alla politica. La politica con la ‘p’ maiuscola non ha bisogno di sentenze di riabilitazione, ma di persone con le mani pulite”.

Cos’è per lei la mafia?

«Un sistema di potere illegale utilizzato dal sistema di potere legale. Quanti politici, anche di livello nazionale, sono andati in galera perché eletti e legati alle organizzazioni criminali? Andreotti non è l’unico esempio negativo. Come possiamo dimenticare Dell’Utri (il fondatore di Forza Italia, definito “eroe” da Berlusconi), Nicola Cosentino (già sottosegretario durante il governo Berlusconi), Totò Cuffaro (ex presidente della Regione Sicilia) e tanti altri. Bisogna rompere questo legame con la politica, dobbiamo affidarci a persone oneste. Dobbiamo sostenere le persone perbene, non lasciare soli i veri eroi come Nino Di Matteo. Il prossimo 14 novembre, a Roma, ci sarà una manifestazione per sostenere il magistrato siciliano. Dobbiamo cominciare a scendere in piazza, metterci la faccia. Se vogliamo, con i fatti, sconfiggere questi criminali. Bisogna fare il proprio dovere, costi quel che costi. Solo la schifosa ‘ndrangheta fattura 44 miliardi di euro l’anno. Dobbiamo capire che ci troviamo di fronte a forti poteri economici, a vere e proprie industrie del crimine. Che bloccano il futuro del nostro territorio».

Gli uomini riusciranno a mettere fine alla malavita o è solo un’utopia?

«Ma quale utopia. Si può e si deve. Tutti insieme, fino alla fine. Senza tentennamenti. Non si può restare con le mani in mano e attendere gli eventi. Siamo noi tutti i protagonisti del nostro futuro. Insieme si può».
da FANPAGE.IT
14 OTTOBRE 2015, 11:43
di Maria Cristina Giovannitti

“Per la Sacra Corona Unita sono un morto che cammina” #Lottallemafie (restoalsud.it)

fotoincendio2

di Paolo De Chiara

“Sei un morto che cammina”, “Nessuna protezione ti salverà insieme a te e per quelle puttane di Brindisi Oggi per quella merda del tuo avvocato e per tuo padre per primo”. Queste sono alcune minacce indirizzate a Paride Margheriti, un ex assicuratore di Erchie (Brindisi), oggi presidente dell’Associazione Antiracket-Antimafia che dal 2013 opera attivamente nel brindisino, in Puglia. Dove è presente la Sacra Corona Unita, una delle mafie più sanguinarie e sottovalutate dell’intero panorama nazionale. Paride è, a tutti gli effetti, un testimone di giustizia, ma non sulla carta. Per la sua scelta di denunciare riceve continue minacce: proiettili, macchine incendiate, lettere anonime. Nel 2012 inizia la sua triste storia. Si presenta dai carabinieri per denunciare, per togliersi un grosso peso dalla coscienza. È vittima di racket e di usura da parte di appartenenti della criminalità organizzata di Mesagne e Manduria, in provincia di Brindisi. Le indagini delle forze dell’ordine portano all’arresto di due soggetti, oggi in stato di libertà. Ma non si dà per vinto. Mette insieme un gruppo di persone e comincia a diffondere sul territorio la sua Associazione antimafia: a Erchie, a Torre Santa Susanna, a Oria, a Villa Castelli, a Brindisi, a San Pancrazio Salentino (dove risiede stabilmente la figlia di Totò Riina, il capo dei capi di Cosa Nostra). Organizza eventi pubblici nei luoghi infestati dalla criminalità organizzata pugliese, invita persone impegnate a diffondere la cultura della legalità come Rita Borsellino e Marisa Garofalo, la sorella di Lea, presenta libri sul tema, incontra i ragazzi nelle scuole. Denuncia pubblicamente la mafia pugliese, i suoi affari e gli schifosi criminali. Risponde, insieme al legale dell’associazione Pasquale Fistetti e ai suoi compagni d’avventura, colpo su colpo alle continue intimidazioni. Sono vittima di minacce da parte di due clan appartenenti alla Sacra Corona Unita. La mia unica tutela è parlarne. La denuncia è stata la mia rinascita, dopo due anni in cui la mia dignità è stata calpestata dalla SCU”. Il 18 aprile scorso un nuovo ‘attestato’ di stima da parte dei criminali. “Erano le tre di notte – si legge nella denuncia rilasciata ai carabinieri della compagnia di Francavilla Fontana -, mi trovavo nella camera da letto della mia abitazione, in una fase di dormiveglia, quando ad un tratto ho sentito un forte odore di bruciato. Accanto al portone del mio garage ignoti avevano appiccato il fuoco ad un contenitore di plastica della raccolta differenziata dei rifiuti”. Per Margheriti sono nuove minacce, riconducibili alla sua attività sul territorio. “Questa è l’ultima di una lunga serie – precisa –, che si va ad inserire nelle attività che stiamo conducendo. Sono due anni che ricevo continue attenzioni”.

Partiamo dal 2012, dalla prima denuncia.

“Avevo un’agenzia assicurativa, sono stato vittima di usura e di racket per due anni. Il 28 agosto del 2012 decido di denunciare i miei aguzzini”.

Perché dopo due anni?

“Inizialmente mi rivolgo ad una potenziale conoscenza per un prestito. Questo soggetto mi porta dritto dagli usurai, che non avevo mai conosciuto. Da un lato la vergogna, dall’altro la paura. Queste angherie sono diventate sempre più pressanti. Sono stato anche aggredito, in un agguato mi hanno rotto due costole”.

A quando risale l’aggressione?

“A fine giugno 2012. Due sono i soggetti che mi hanno lasciato a terra: Gianfranco Mezzola, l’usuraio, e Angelo Librato, un appartenente alla Sacra Corona Unita, cognato di Francesco Campana. Stiamo parlando di uno dei capi indiscussi della SCU mesagnese”.

Qual è l’episodio che fa scoccare la scintilla, che porterà alla denuncia?

Grazie ad uno sfogo con mio fratello, è lui che mi dice di andare immediatamente dalle forze dell’ordine per sporgere la denuncia. Con i carabinieri della compagnia di Francavilla Fontana parlo della mia esperienza e dei miei errori”.

Quali errori?

“Ho denunciato anche me stesso. Ho creato diversi ammanchi nelle casse della compagnia assicurativa e ho giostrato, sbagliando, i soldi dei miei clienti. Per cercare di risolvere la situazione. In merito a questi episodi ho già avuto tre assoluzioni”.

Che succede dopo la denuncia?

“Dobbiamo fare una precisazione: sono vittima di usura e di estorsione. Un giorno, armati di martelli e tirapugni, sono venuti a prendere la mia auto, ritrovata qualche tempo dopo dai carabinieri, che hanno accertato la validità delle mie dichiarazioni. Per accertare il reato di usura, invece, bisognava mettersi in gioco. Ho collaborato con i militari e ho incontrato i miei aguzzini munito di microfoni e microcamere. Devo ringraziare anche Tiziana Di Gaetani, all’epoca mia compagna, protagonista e testimone di questi incontri. Anche lei ha incontrato questi delinquenti, sventando una rapina nell’ufficio postale dove lavorava (a San Pancrazio Salentino, ndr), un’azione studiata a tavolino dai criminali per decurtare il debito che avevano calcolato. Invece della sua complicità hanno trovato i carabinieri ad attenderli. Grazie al materiale raccolto, il 1° ottobre del 2012, sono scattati gli arresti per i due soggetti (Gianfranco Mezzola e Angelo Librato, ndr)”.

Che vengono scarcerati dopo quindici giorni.

“La prima volta per un vizio di forma vengono liberati dal Riesame. Essendo stata contestata l’associazione mafiosa il caso viene trasferito alla DDA di Lecce. Vengono  nuovamente arrestati all’inizio di novembre dello stesso anno, ma liberati nuovamente dopo quindici giorni per un errore procedurale. Oggi questi soggetti sono a piede libero e continuano a fare il loro business”.

Quando iniziano le minacce?

“Nel luglio del 2013, dopo la morte di mia madre. Il 24 settembre bruciano, sotto la mia abitazione, prima la mia macchina e poi quella di Tiziana”.

Nello stesso anno nasce l’Associazione.

“Nasce dalla mia volontà e grazie alla presenza di amici, per creare un’antimafia sociale in questo territorio. Per troppo tempo il silenzio ha regnato, portando alla normalità certi atteggiamenti, portando la gente a staccarsi dal problema reale. Ci siamo messi insieme per smuovere le coscienze, per troppi anni, assopite. Oggi siamo più di cento associati, tutti insieme portiamo avanti questi temi sul territorio. Ci stiamo allargando anche nel tarantino e nel leccese”.

Paride Margheriti non è un testimone di giustizia?

“La giustizia ordinaria è andata avanti nei miei confronti e la sto affrontando. Paradossalmente, però, non c’è stato nemmeno un rinvio a giudizio nei confronti di questi criminali che ho denunciato, nonostante il materiale raccolto e le minacce ricevute. In diverse intercettazioni telefoniche i due soggetti arrestati parlano degli interessi pagati e di quelli ancora da pagare. Mi hanno anche chiesto di spacciare le sostanze stupefacenti nelle discoteche per il debito che pretendevano. Però siamo fiduciosi e in attesa dei rinvii a giudizio. Mi sento un testimone di giustizia, ho fatto il mio dovere fino in fondo. Tutti siamo dei testimoni di giustizia. Spero che ci sia anche una giusta tutela. Mettendo da parte il rapporto umano con i carabinieri e con il capitano Maggio, il grado di protezione è blando. Una macchina che passa fino a un certo orario sotto la mia abitazione”.

Nessun rinvio a giudizio, nessun programma di protezione e una blanda tutela da parte delle forze dell’ordine. Lei come spiega questa situazione?

Considerando gli interventi pubblici del Procuratore Capo della DDA di Lecce, Cataldo Motta, in cui mette spesso in evidenza l’assenza di denunce in questo territorio, specie di reati legati all’usura e al racket, che sono quasi pari a zero, spero che si tratti di un sovraccarico di lavoro. Ma voglio essere fiducioso. Credo nello Stato e nelle Istituzioni. È vero, esistono delle falle, ma voglio essere propositivo. Spero che si risolvano con l’ascolto e con lo stare accanto alle persone che hanno la forza e il coraggio di denunciare. È chiaro che la burocrazia è eccessiva e crea danni, ma non bisogna perdere la speranza”.

Cosa si aspetta dallo Stato?

Una risposta reale, noi lo stiamo dimostrando con i fatti. Ma dobbiamo essere costantemente supportati dagli uomini che rappresentano lo Stato. Personalmente ancora non ho fatto i conti con la mia situazione dal punto di vista psicologico. L’impegno mi porta ad andare avanti, probabilmente quando mi fermerò mi accorgerò di tutto quello che mi sta accadendo. Le difficoltà sono enormi, sul territorio è impossibile ripartire lavorativamente”.

Qual è stata la risposta del territorio?

“Non è un territorio facile, ma devo dire che con la presenza dell’Associazione qualcosa si sta muovendo. Una risposta che inizia a diventare positiva e questo mi fa ben sperare”.

da RESTOALSUD.IT

Paride Margheriti con Rita Borsellino
Paride Margheriti con Rita Borsellino

CULTURA DELLA LEGALITÀ… a ORIA (Brindisi), 6 marzo 2015



GRAZIE di CUORE ai Ragazzi, ai Docenti, alla Preside Giancarla Spagnolo, alla vice-preside Stefania Ignazzi del Liceo Scientifico ‘V. Lilla’ di Orio (Brindisi) e all’Associazione Antiracket e Antimafia ‘Paolo Borsellino’ di Oria per la bellissima iniziativa di questa mattina. Tra poche ore a Oria e Villa Castelli.

LA SCU È UNA MONTAGNA DI MERDA!!!



IL CORAGGIO DI DIRE NO…a BRINDISI, 6 e 7 marzo 2015 – La SCU è una Montagna di merda!!!

PUZZLE

BRINDISI e Provincia, 6 e 7 marzo 2015

con Marisa Garofalo, sorella di LEA. La fimmina calabrese che sfidò la SCHIFOSA ‘ndrangheta.
Con Paride Margheriti, minacciato di morte dalla SCHIFOSA SCU (“Nessuna protezione ti salverà insieme a te e per quelle puttane di Brindisi Oggi per quella merda del tuo avvocato e per tuo padre per primo”).
Associazione Antiracket-Antimafia
Brindisi Oggi
Testimoni di Giustizia. Il coraggio contro le mafie
Lea Garofalo. Il Coraggio di dire NO

LE MINACCE: Mafia e usura. “Brindisi Oggi”. Minacce di morte a giornaliste

LA SACRA CORONA UNITA E’ UNA MONTAGNA DI MERDA!!!

lea

manifesto invito

7 marzo

programma

cop mano quarto

Il Paese dove falliscono i testimoni di giustizia – da blog di GiulioCAVALLI

testimoni-di-giustizia

Paolo De Chiara (sempre attento al tema) propone su restoalsud.it un’intervista a Cosimo Maggiore, testimone di giustizia di San Pancrazio (provincia di Brindisi) che ha denunciato i suoi estorsori ed oggi si ritrova fallito. Il fallimento di un’azienda di un testimone di giustizia (succede anche per Ignazio Cutrò e molti altri) è il segnale migliore che si possa inviare alla mafia. Al di là della retorica.

Ecco l’intervista:

http://www.giuliocavalli.net/2015/01/12/paese-dove-falliscono-testimoni-giustizia/

5

TESTIMONI DI GIUSTIZIA… in PUGLIA (Brindisi e Torre Santa Susanna), 12 dicembre 2014

1

TESTIMONI di GIUSTIZIA

con i ragazzi favolosi dell’ITIS ‘Giorgi’ di Brindisi

Aula Magna Borsellino,

12 dicembre 2014

— presso ITT “Giorgi” – Brindisi.

2

3

4

5

6

7

8

9

10

11

12

13

14

15

21

22

art

art2

TDG… a Torre Santa Susanna (Brindisi)

12 dicembre 2014

— pressoTeatro Comunale T.S Susanna.

16

17

18

19

20

23

manifesto completo

GRAZIE DI CUORE…

Siete Straordinari e Necessari. INSIEME SI PUÒ!!!

Le mafie sono una Montagna di Merda!

BRINDISI, TORRE SANTA SUSANNA (BR)

12 dicembre 2014

FOTO inst perrone