«Con determinati ambienti non si può convivere o tanto meno trattare»

L’INTERVISTA AL MAGISTRATO NINO DI MATTEO/Seconda parte. «La politica dovrebbe anche avere un occhio particolarmente attento a verificare che determinate scelte non finiscano, anche inconsapevolmente, per favorire Cosa nostra o le mafie in generale e realizzarne gli obiettivi. Da cittadino auspico che, prima o poi, ci si renda conto che la lotta al sistema criminale-mafioso, inteso nell’accezione più ampia, dovrebbe sempre rappresentare uno dei punti nodali dell’azione di un governo, di qualsiasi colore. Anche quando non spara la mafia condiziona le libertà e i diritti fondamentali dei cittadini». Sulla Trattativa Stato-mafia: «Mentre c’era chi moriva, chi rischiava di morire, c’era chi faceva parte delle Istituzioni e trattava con Cosa nostra. I fatti sono ormai dimostrati.»

Il magistrato Nino Di Matteo

di Paolo De Chiara e Alessandra Ruffini (WordNews.it)

Roma (CSM). Continua il nostro ragionamento con il Consigliere Nino Di Matteo. Proprio oggi ricade il 39° anniversario della morte del segretario regionale del Partito Comunista Pio La Torre. Aveva sfidato la mafia apertamente e senza retorica. Il 30 aprile 1982 verrà colpito, insieme a Rosario Di Salvo, con una bestiale violenza. Decine di colpi per abbattere il padre della legge che ha introdotto il reato di associazione mafiosa e la confisca dei beni ai mafiosi. In questi ultimi tempi, anche la legge Rognoni-La Torre, è al centro di un dibattitto vergognoso. Gli attacchi diretti alle impalcature messe in piedi per contrastare le mafie non trovano una conclusione nel Paese impregnato di cultura mafiosa.

Nella prima parte («Non abbiamo bisogno di una magistratura conformista») abbiamo affrontato le tematiche e le problematiche legate alla magistratura e agli scandali che stanno facendo emergere situazioni molto pericolose. «Ben vengano le critiche – ha affermato Di Matteo -, ben vengano le operazioni verità sulle patologie della magistratura. Ma questo non può travolgere il concetto e la necessità di una magistratura indipendente e, soprattutto, autorevole nei confronti dei cittadini. Sono i cittadini che devono sentire i magistrati come baluardo delle loro libertà

In questa seconda parte toccheremo anche la Trattativa Stato-mafia (reale, non presunta). Un argomento che ha messo a nudo – con una sentenza di primo grado – i rapporti intensi, pericolosi e squallidi tra personaggi istituzionali e mafiosi. C’è ancora qualcuno (l’elenco è molto lungo) che vorrebbe lasciare questo pezzo di storia nel dimenticatoio.    

Nel maggio del 2019 lei viene estromesso dal pool stragi della Procura nazionale antimafia. Palamara esultò dopo il suo allontanamento. Tutto nasce da una sua intervista dove affronta temi noti, come la strage di Capaci, il ritrovamento di un biglietto scritto da un agente dei servizi segreti e di un guanto con DNA femminile, della scomparsa del diario di Giovanni Falcone da un computer del ministero della Giustizia e dell’ipotesi che alcuni appartenenti a Gladio (organizzazione paramilitare) abbiano avuto un ruolo nella strage. A prescindere dal suo reintegro, arrivato nell’ottobre del 2020, perché certi temi ancora non si possono sfiorare in questo Paese, come diceva Pasolini, orribilmente sporco?        

«Dopo quasi due anni da quella esclusione, nonostante le mie osservazioni che all’epoca presentai al CSM e proprio in funzione della revoca di quel provvedimento di esclusione, fatta recentemente dal Procuratore Cafiero de Raho, non ho ottenuto una risposta a quelle mie osservazioni nelle quali sostenevo che quel provvedimento fosse ingiusto nei suoi presupposti formali e sostanziali. Questo è un dato di fatto che mi lascia perplesso

Rifarebbe quella intervista?

«Per quanto riguarda la necessità di approfondire certi temi quella intervista la rifarei. Partendo dal dato che non rivelavo nulla che non fosse depositato in atti processuali ostensibili, nulla di segreto. Credo che l’opinione pubblica abbia non soltanto il diritto ma, oserei dire, il dovere di essere informata sui processi che sono stati celebrati e che non vengono raccontati dalla grande stampa. L’opinione pubblica deve essere informata e chi ha un ruolo all’interno dello Stato, della magistratura e delle forze di polizia, ha il dovere di non fermarsi.

Spesso determinate verità processuali su fatti molto gravi sono venute fuori anche a distanza di moltissimi anni. È di pochi anni fa una sentenza definitiva che ha condannato all’ergastolo alcuni organizzatori ed esecutori della strage della Loggia a Brescia del 1974. A questi risultati si è pervenuti di recente perché c’è stato qualcuno, e tra questi voglio citare un valentissimo e coraggioso ufficiale dei carabinieri che si chiama Massimo Giraudo, che ha continuato a indagare con la Procura di Brescia, anche nei rapporti tra esponenti dell’eversione nera e di gruppi della destra eversiva ed esponenti dei servizi di sicurezza. L’errore più grande sarebbe considerarle definitivamente chiuse ed archiviate quelle pagine delle stragi che hanno segnato il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica e sulle quali c’è ancora tanto da scoprire.

E l’informazione deve fare la sua parte, raccontando quello che si può raccontare e che è già emerso. Il muro del silenzio giova ai criminali. L’oblio è il pericolo che grava sulla nostra democrazia.

Il pericolo più grande è che la memoria si trasformi in uno sterile esercizio retorico, magari in una emozione che ricordi la vittima o le vittime del reato. Non può essere sufficiente l’esercizio della pura importanza della sfera emozionale. Fare memoria degli accadimenti richiede qualcosa di più. Non può essere sterile commemorazione basata soltanto sull’emozione e sul ricordo delle vittime.»

Perché, secondo lei, questi temi non vengono raccontati dalla grande stampa? Gli organi di informazione sono legati a quel potere di cui parlava prima?

«Anche per questa risposta mi sentirei, in tutta coscienza, di fare un distinguo. Ci sono dei silenzi che sono complici, silenzi di coloro i quali hanno un interesse contrario alla possibile emersione di certi fatti e di certe collusioni. Ci sono, però, dei silenzi che pur non essendo complici sono comunque colpevoli e sono i silenzi di chi pensa che queste storie non interessino più l’opinione pubblica. Quando l’opinione pubblica viene informata bene, con dei contributi fondati sulla conoscenza e sul ragionamento, si dimostra molto interessata. Non credo che noi abbiamo una opinione pubblica pregiudizialmente indifferente rispetto a certi temi. Forse è comodo farlo credere.»                  

Si parla poco del processo sulla Trattativa Stato-mafia, una sentenza di primo grado ha inflitto condanne a mafiosi e ad appartenenti alle istituzioni. In quella sentenza Marcello Dell’Utri, fondatore del partito politico Forza Italia, è stato condannato – in primo grado – a 12 anni per minaccia a corpo politico dello Stato. Il legame tra politica e mafia è così imprescindibile da non potersi rescindere?

«Nel DNA delle mafie, in particolare Cosa nostra, la ricerca del rapporto con la politica è stata sempre una caratteristica fondante. I mafiosi sanno che senza il contatto con il potere, in generale, la loro organizzazione sarebbe facilmente debellabile con una ordinaria attività di repressione.

Rispetto al periodo antecedente alle stragi non credo che sia venuta meno la volontà dell’organizzazione mafiosa Cosa nostra di coltivare rapporti con i politici. Sono cambiate le strategie e sono cambiate, soprattutto in una funzione di cautela, rispetto alla maggiore incisività delle indagini dovute al fenomeno del pentitismo e all’utilizzo delle intercettazioni telefoniche e ambientali. Oggi, da questo punto di vista, anche i mafiosi hanno capito che, per preservare il rapporto con il politico colluso, devono evitarlo di esporlo.

Si avvalgono di mediatori insospettabili che possano, eventualmente, giustificare sia il contatto con il mafioso sia il contatto con il politico. Credo che anche la maggiore consapevolezza che determinate vicende processuali hanno diffuso sul fenomeno possa indurre la politica ad essere più attenta nei rapporti. Credo e spero ci sia una maggiore consapevolezza nella politica perché con determinati ambienti non si può convivere o tanto meno trattare.

Accettare il dialogo con questi ambienti rappresenta un rafforzamento forte e molto significativo dal punto di vista delle organizzazioni mafiose. Una volta creato il rapporto l’organizzazione mafiosa tenderà a preservarlo e a conservarlo all’infinito, pena anche una eventuale azione violenta nei confronti del politico.

La politica dovrebbe anche avere un occhio particolarmente attento a verificare che determinate scelte non finiscano, anche inconsapevolmente, per favorire Cosa nostra o le mafie in generale e realizzarne gli obiettivi. Da cittadino auspico che, prima o poi, ci si renda conto che la lotta al sistema criminale-mafioso, inteso nell’accezione più ampia, dovrebbe sempre rappresentare uno dei punti nodali dell’azione di un governo, di qualsiasi colore. Anche quando non spara la mafia condiziona le libertà e i diritti fondamentali dei cittadini, come il diritto alla sicurezza, alla libertà di iniziativa economica, alla salute, i diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione.»                    

Il 20 aprile 2018 lo Stato, in primo grado, ha condannato Leoluca Bagarella (28 anni), Antonino Cinà, Marcello Dell’Utri (già condannato in via definitiva a sette anni per concorso esterno), Mario Mori, Antonio Subranni (12 anni), Giuseppe De Donno e Massimo Ciancimino (8 anni). In questa Repubblica fondata sulle trattative stato-mafie (Unità d’Italia, Portella della Ginestra, sequestro Cirillo, ecc.) un presidente del consiglio (tralasciando il prescritto Andreotti) del governo italiano – utilizzo le sue parole – “nello stesso momento in cui era presidente del consiglio (stiamo parlando di Silvio Berlusconi, nda) – continuava a pagare, come già aveva fatto dagli anni Settanta, cospicue somme di denaro a Cosa nostra”. In questo contesto in cui lo Stato si è inginocchiato davanti a Cosa nostra, dove si sono registrate omertà istituzionali e comportamenti disdicevoli da parte di diversi presidenti della Repubblica che hanno mentito, come si può immaginare una vera “lotta” alle mafie?

«Guardi, al di là delle responsabilità penali dei singoli imputati, è in corso l’appello, il grande merito di quel processo è quello di avere fatto emergere dei fatti che credo siano, ormai, consacrati nero su bianco. Mentre c’era chi moriva come Borsellino e gli agenti della scorta ma anche le cosiddette vittime innocenti delle stragi del ’93, mentre c’era chi rischiava di morire, come centinaia di carabinieri che si sono salvati il 23 gennaio del 1994 allo stadio Olimpico soltanto per un cattivo funzionamento del congegno esplosivo, c’era chi faceva parte delle Istituzioni e trattava con Cosa nostra. I fatti sono ormai dimostrati. Quelle 5.552 pagine di sentenza, con la loro ricostruzione analitica, organica, omogenea, contestuale, capace di collegare fatti e situazioni apparentemente diversi, hanno segnato un caposaldo di tutela della libertà e della democrazia. Oggi tutti abbiamo il dovere di ricordare quanto la magistratura ha fatto per il nostro Paese e si è esposta per contrastare fenomeni che la restante parte delle Istituzioni ha ignorato o, in qualche caso, fatto finta di ignorare. O, in altri casi ancora più gravi, alimentato e protetto.»             

2 parte/continua

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LEGGI LA PRIMA PARTE: «Di Matteo: «Non abbiamo bisogno di una magistratura conformista»

INTERVISTA ESCLUSIVA AL DOTTOR NINO DI MATTEO realizzata da Paolo De Chiara e Alessandra Ruffini

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L’INTERVISTA a Nino Di Matteo

PRIMA PARTE. Di Matteo: «Non abbiamo bisogno di una magistratura conformista»

L’INTERVISTA a Salvatore Borsellino

PRIMA PARTE. «Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

SECONDA PARTE.«Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

TERZA PARTE. Borsellino«L’Agenda Rossa è stata nascosta. E’ diventata arma di ricatto»

L’INTERVISTA al colonnello dei carabinieri Michele RICCIO

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

– Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

 – Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

– INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

– INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

Agenda Rossa: spunta fuori «una novità assoluta»

L’INTERVISTA/Prima parte. Cosa è successo in via D’Amelio? Prima, durante e dopo la strage di Stato? Stavano aspettando il “botto” per impadronirsi dell’Agenda Rossa del magistrato? Lo abbiamo chiesto ad Angelo Garavaglia Fragetta, uno dei fondatori del Movimento Agende Rosse e collaboratore di Salvatore Borsellino. «Francesco Maggi fa la relazione di servizio in cui dice di aver preso la borsa il 21 dicembre del 1992. Cinque mesi dopo rispetto al giorno della strage. Questa relazione di servizio viene fatta su richiesta di Arnaldo La Barbera, che noi sappiamo essere un depistatore di indagini. Qualche giorno prima del 21 dicembre 1992 questa borsa viene repertata. Viene aperta e se ne scopre il contenuto. Ci sono varie cose. C’è anche un biglietto con scritto ‘Ritrovato sul luogo della strage, assistente Francesco Maggi’. Questa è prima volta che viene fuori. Questa è una novità assoluta.»

Agenda Rossa: spunta fuori «una novità assoluta»
I fotogrammi sono stati gentilmente concessi da Angelo Garavaglia Fragetta

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Per me è uno snodo fondamentale l’Agenda Rossa. Chi ha ucciso Paolo è chi ha prelevato l’Agenda Rossa. Sicuramente». Parole pronunciate da Salvatore Borsellino durante la lunga intervista rilasciata a WordNews. Ma da chi è stata prelevata l’Agenda del magistrato ucciso nell’eccidio di via D’Amelio il 19 luglio del 1992?

È stata una mano mafiosa? «No, assolutamente no.», spiega Salvatore. «Che cosa poteva interessare ai mafiosi l’Agenda Rossa di Paolo. C’erano riportate delle cose che, sicuramente, non interessavano alla mafia.»

Dal verbale della Procura della Repubblica di Caltanissetta del giorno 5 novembre 1992 è possibile apprendere il contenuto di un sacchetto e della borsa “di pelle marrone, chiusa e bruciacchiata” di Paolo Borsellino. Negli uffici della Procura sono presenti Fausto Cardella, sostituto procuratore della Repubblica, assistito da Franca Ferreri con l’ausilio di ufficiali di polizia giudiziaria della sezione carabinieri.

Nel sacchetto di plastica vengono trovati i seguenti oggetti: 1) Borsa in pelle marrone, chiusa e bruciacchiata (rientra tra gli oggetti presenti nel sacchetto?, nda); 2) un paio di occhiali; 3) un mazzo di chiavi; 4) un pacchetto di fazzoletti di carta; 5) uno scontrino fiscale; 6) n.3 fogli di carta spillati. “Detti oggetti erano contenuti in un sacchetto di plastica aperto nel quale vi era anche un biglietto nel quale si legge: «Rinvenuto sul luogo della strage, ass. Maggi Francesco»”.

Ed ecco l’elenco degli oggetti contenuti nella borsa del magistrato: un pacchetto di sigarette Dunhill con tre sigarette, un crest nel Nucleo carabinieri di Palermo, un paio di pantaloncini da tennis bianchi, un costume da bagno, un carica batteria per telefono con batteria ed accessori, un altro pacchetto di Dunhill, un pezzo di giornale strappato.

Cosa è successo in via D’Amelio? Prima, durante e dopo la strage di Stato? Stavano aspettando il botto per impadronirsi degli appunti del magistrato? Che fine ha fatto l’Agenda Rossa di Paolo Borsellino?

Lo abbiamo chiesto ad Angelo Garavaglia Fragetta, uno dei fondatori del Movimento Agende Rosse e collaboratore di Salvatore Borsellino.

Perché abbiamo deciso di coinvolgerlo? Perché grazie al suo lavoro, dopo anni di silenzi e menzogne, sono emerse novità importanti intorno al “furto” dell’Agenda.

«Ho fatto una serie di analisi sui video. È stato fatto un primo video, un collage di pezzi di video, senza nessun commento. Servivano ad accompagnare l’arringa del nostro avvocato. Già da lì si evincevano numerose cose».

Tipo?

«Alcuni orari in cui succedevano determinate cose. Quel giorno la Procura ha pensato di non presenziare. Non ha visto, quindi, il video. Comunque rimasto agli atti. Dopodiché abbiamo deciso di fare un video con audio, in cui spiegavamo determinate cose. A quel punto, la Procura di Caltanissetta ha dovuto aprire un’inchiesta. C’erano nuovi spunti per le indagini.»

Partiamo dall’inizio. Ritorniamo al 19 luglio del 1992 in via D’Amelio. Alle ore 16:58 esplode la Fiat 126, imbottita di tritolo. Cosa succede dopo la strage?

«Le prime immagini che si vedono, intorno alle 17:20, lasciano intravedere il fatto che sul luogo dove è scoppiata la bomba ci sono numerosi focolai di incendio. I primi ad arrivare sono stati i Vigili del Fuoco che cercavano di spegnerli. Sul luogo dell’eccidio si scorgono il dott. Ayala e Giovanni Arcangioli, sono arrivati lì abbastanza presto.»

Che ruolo avevano, in quel momento, i due soggetti citati?

«Ayala era da poco diventato un deputato della Repubblica, dopo essere stato per tanti anni magistrato e aver svolto nel Maxi Processo il ruolo di PM; Arcangioli era un capitano dei carabinieri che quel giorno era di turno.»

A che titolo si trovano sul luogo della strage?

«Arcangioli era di turno ed era abbastanza naturale che fosse lì, il dott. Ayala abitava a circa 300, 400 metri al massimo da via D’Amelio. In quel momento era a casa, stava aspettando – dice lui – Cavallaro che doveva fare un’intervista per il suo libro. Quando ha sentito lo scoppio, con gli uomini della sua scorta, si è recato in via D’Amelio. Dopo 20 minuti era lì, fondamentalmente.»

Ritorniamo alle immagini.

«C’è questa immagine, ripresa da lontano, in cui si vedono Arcangioli e Ayala che sono bloccati dalle fiamme e non riescono ad entrare in via D’Amelio. Ayala è sempre circondato da almeno quattro persone, due uomini della sua scorta più altre persone che lo seguono sempre. Ho individuato l’orario preciso in cui viene asportata la borsa dalla macchina di Paolo, quella immagine in cui è presente Arcangioli con la borsa in mano. Nei video si vedono alcune immagini, si vede lui con la borsa in mano. In particolare, ho estrapolato un’immagine e si vede l’ombra proiettata dal sole sui palazzi, e andando in via D’Amelio, un altro anno, ho fatto le stesse foto per cercare di capire a che ora avvenivano determinate cose.»

A che ora, quindi, viene asportata la borsa?

«Dall’ombra sul palazzo ho desunto che l’orario dell’esportazione della borsa fosse intorno alle 17:30/17:31. Trentadue, trentatré minuti dopo lo scoppio.»

Da chi viene asportata, per la prima volta, la borsa?

«La teoria è che ci sono diverse asportazioni della borsa. Tra le 17:20 e le 17:32 ci sono delle immagini che dimostrano che Ayala era nel giardinetto, all’interno del cancello, dove è stato trovato il corpo di Paolo Borsellino. Alle 17:30 si vede Arcangioli con la borsa in mano che esce, va verso l’uscita di via D’Amelio. Percorre, dal fondo di via D’Amelio, tutta la strada per uscire…»

Per andare?

«Non si sa bene dove.»

Con la borsa in mano?

«Con la borsa in mano. Ci sono state diverse versioni. Lui e Ayala hanno versioni diverse della stessa cosa. Lui dice (Arcangioli, nda) che ha preso questa borsa, l’ha aperta davanti ad Ayala, ha visto che dentro c’era solo un crest dei carabinieri ed altre cose di poco conto. E non si ricorda se lui o qualcuno, su sua indicazione, ha rimesso la borsa dentro la macchina.»

Arcangioli non parla dell’Agenda Rossa?

«No. Quando gli chiedono se dentro ci fosse l’Agenda Rossa lui dice no, c’era solo il crest dei carabinieri e altri oggetti.»

Che fine fa la borsa di Paolo Borsellino?

«Torna in macchina.»

Perché la borsa viene rimessa nella macchina? Qual è la logica?

«Secondo me non c’è nessuna logica. Nel senso che le macchine erano ancora interessate dagli incendi, dai ritorni di fiamma. I vigili sono continuamente impegnati a spegnere questi ritorni di fiamma. In un video, intorno alle 17:40, in cui si vede proprio che i vigili stanno di nuovo spegnendo la macchina di Paolo. Rimettere la borsa in macchina non aveva proprio nessun senso. Non c’era nessun motivo. La borsa andava repertata, che sia tornata in macchina è una stortura impressionante, una delle tante. Una delle peggiori.»  

Viene rimessa in macchina. E dopo cosa succede?

«Ufficialmente l’asportazione successiva dovrebbe essere quella di un poliziotto, l’assistente Francesco Maggi che dice che ha preso la borsa e l’ha portata nell’ufficio del questore La Barbera, dove poi verrà ritrovata. Mesi e mesi dopo.»

Senza Agenda?

«Senza Agenda, ovviamente. Questa versione pone dei dubbi molto, molto forti.»

Perché?

«Praticamente ci sono quattro indizi importanti al riguardo. Quando Maggi dice di aver preso la borsa afferma di averla presa da una Croma azzurra in cui all’interno c’era anche una mitraglietta M12. Questa macchina in realtà è quella degli uomini di scorta, che stava un paio di metri indietro a quella di Paolo. Per cui già la macchina, su cui dice di averla presa, è quella sbagliata. Poi, quel giorno, i segretari di Arnaldo La Barbera a cui doveva essere consegnata questa borsa non si ricordano la presenza di Maggi. Anzi di più, dicono che se qualcuno ‘ci avesse dato un reperto così importante, come la borsa del magistrato, noi l’avremmo sicuramente messa dentro l’armadio blindato dell’ufficio. Non l’avremmo certo lasciata sul divanetto’, dove poi è stata ritrovata.»

Il terzo indizio?

«Francesco Maggi fa la relazione di servizio in cui dice di aver preso la borsa il 21 dicembre del 1992. Cinque mesi dopo rispetto al giorno della strage. Questa relazione di servizio viene fatta su richiesta di Arnaldo La Barbera, che noi sappiamo essere un depistatore di indagini

Perché, cinque mesi dopo, viene fatta questa richiesta?

«Perché in quel momento c’era il PM Cardella che stava indagando sulla sparizione dell’Agenda Rossa. Già all’epoca era aperta questa indagine. E avendo trovato questa borsa sul divanetto di Arnaldo La Barbera si chiedeva cosa ci facesse lì. A quel punto La Barbera aveva bisogno di una pezza d’appoggio, perciò viene fatta fare la relazione a Maggi.»

Possiamo spiegare meglio?

«Il PM Cardella vede la borsa nell’ufficio di La Barbera e la reperta il 5/11. Più di un mese dopo La Barbera chiede a Maggi di produrre una relazione di servizio che giustifichi la presenza della borsa nel suo ufficio.»

Perché La Barbera lo chiede a Maggi?

«Prima del 21 dicembre 1992 (esattamente il 5 novembre dello stesso anno, nda) questa borsa viene repertata. Viene aperta e se ne scopre il contenuto. Questa borsa sembra essere o dentro o accanto un sacchetto di plastica. Vengono repertare le cose che ci sono all’interno della borsa e del sacchetto. Ci sono varie cose, tipo un costume, un pacco di fazzoletti di carta, il crest dei carabinieri.

E poi c’è anche un biglietto con su scritto ‘Ritrovato sul luogo della strage, assistente Francesco Maggi’.

Questo bigliettino, secondo me, è il motivo per cui Arnaldo La Barbera chiede a Francesco Maggi di fare la relazione di servizio.

Il problema grosso è che su questo bigliettino si legge ‘Ritrovato sul luogo della strage’, quindi a qualsiasi cosa si riferisse Francesco Maggi, poteva essere il crest, poteva essere il mazzo di chiavi, poteva essere qualsiasi cosa che fosse maschile. Ma sicuramente non poteva essere una borsa di cuoio.»

Il quarto indizio, quindi, è il bigliettino?

«Sì, il biglietto ritrovato sul luogo della strage. A cosa fosse attaccato non lo so.»

Cosa ha detto Maggi, in questi anni, su questo bigliettino?

«Questa è la prima volta che viene fuori. Questa è una novità assoluta. Quando ho proiettato il video con questo aggiornamento alla presenza di un magistrato da sempre impegnato nella lotta alla mafia mi ha guardato e ha detto: ‘questo non è materiale giornalistico, questo è materiale per gli investigatori’

Perché è una novità se il biglietto (“Rinvenuto sul luogo della strage ass. Maggi”) è già presente nel verbale del 5 novembre del 1992?

«A livello mediatico è la prima volta che viene fuori.»

Ma in tutti questi anni Maggi è mai stato sentito su questo bigliettino?

«No. Non è mai stato sentito sul bigliettino. È la prima volta che qualcuno fa notare questa cosa. Il verbale parla di una borsa e del suo contenuto e di un sacchetto e del contenuto di questo sacchetto.»  

Ma come viene aperta l’indagine se, ufficialmente, nella borsa non viene “trovata” l’Agenda Rossa? Prendono la borsa, la riprendono, ma nessuno trova l’Agenda, diciamo così. Ufficialmente, quindi, è come se questa Agenda non esistesse. Perché, quindi, viene aperta una indagine?

«Nel 2005 viene aperta l’inchiesta perché viene trovata la foto di Arcangioli con la borsa in mano.»

Qual è lo spunto che permette l’inizio dell’inchiesta?

«Tutto parte dalla richiesta dei familiari. Dicono subito che manca quell’Agenda Rossa, che loro sapevano essere all’interno della borsa.»

Quando viene fatta questa richiesta?

«Viene fatto subito.»

Nell’immediato?

«Sì.»

E nel 2005 viene aperta l’inchiesta?

«Perché la versione ufficiale fino a quel momento, che era stato Maggi a portare la borsa nell’ufficio di La Barbera, viene smentita dalla foto in cui si vede Arcangioli con la borsa in mano.»

Tredici anni dopo?

«Esatto.»   

Quante asportazioni della borsa di Borsellino ci sono state?

«Partendo dal presupposto che questa ultima asportazione (quella di Maggi, nda) sembra la più inverosimile, guardando tutti i video e riascoltando tutte le testimonianze, credo di aver individuato la seconda asportazione della borsa, quella di cui parla Ayala. Mettere insieme la testimonianza di Ayala e quella di Arcangioli è praticamente impossibile. Ho sempre pensato che uno dei due mentisse o stessero parlando di due asportazioni diverse.

Intorno alle 17:40/42 ho estrapolato un’immagine in cui si vede Ayala e tutta una serie di persone accanto alla macchina di Paolo.

Dalla ricostruzione fatta da Ayala, lui arriva in via D’Amelio, viene fermato perché devono spegnere il fuoco, poi passa vicino alla macchina di Paolo, si accorge che quella è la macchina di Paolo e chiede, addirittura, di aprirla per vedere se c’è qualcuno all’interno e dopo va nei giardinetti.

Va nel giardinetto, riconosce il corpo di Paolo dopodiché dice ‘torno verso la macchina aperta e vedo che all’interno c’è una borsa’. E a quel punto lui dà delle versioni: ‘l’ho presa io’, ‘l’ha presa un ufficiale dei carabinieri’, ‘l’ha presa un uomo con abiti civili’. Io mi sono concentrato sui punti in comune e, in pratica, i punti in comune sono che lui quella borsa non la tiene in mano, ma la consegna o la fa consegnare a un ufficiale dei carabinieri che c’è lì vicino.

Questa versione viene confermata dal suo amico Felice Cavallaro che si ricorda addirittura il grado di questo ufficiale, perché riconosce due stellette con la torre sulla divisa estiva.»

Chi è questo tenente colonnello?

1 parte/continua

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L’intervista di Salvatore Borsellino

PRIMA PARTE«Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

SECONDA PARTE. Borsellino: «Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

TERZA PARTE. Borsellino«L’Agenda Rossa è stata nascosta. E’ diventata arma di ricatto» 

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Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

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Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

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Impastato: «La mafia è nel cuore dello Stato» 

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Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

  • L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato:

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

L’INTERVISTA/Prima parte. Per parlare di un pezzo di storia del nostro Paese abbiamo coinvolto Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo. Da anni Salvatore conduce la battaglia per la Verità e la Giustizia, condivisa da migliaia di giovani e di cittadini disseminati su tutto il territorio. La loro arma simbolica è l’Agenda Rossa, come quella rubata il giorno della strage in via D’Amelio (19 luglio 1992) dalla borsa del magistrato ucciso dagli apparati deviati dello Stato. «Ritengo che mio fratello sia stato ucciso non perché avrebbe potuto opporsi alla Trattativa, mio fratello è stato ucciso per la Trattiva. È stato uno dei punti della Trattativa l’eliminazione di mio fratello. Perché gli interessi dei pezzi deviati dello Stato e della mafia coincidevano.»

Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»
Le foto sono state gentilmente concesse da Patricia & Guido Di Gennaro

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Una strage di Stato. Le “menti raffinatissime” hanno accelerato, hanno voluto la morte del giudice Paolo Borsellino. 57 giorni dopo la strage di Capaci. Una «strategia della tensione» per mettere sotto scacco un intero Paese. Per l’ennesima Trattativa tra Cosa nostra e pezzi deviati delle Istituzioni. Non gli è bastata la morte violenta del giudice Giovanni Falcone, l’amico fraterno di Paolo Borsellino. Serviva un’altra dimostrazione di forza. Si doveva eliminare l’ostacolo più grande, più ingombrante. E nemmeno hanno trovato pace. Il piano prevedeva altri obiettivi: come l’Agenda Rossa (prelevata dalla borsa del magistrato in via D’Amelio subito dopo il botto, con i corpi martoriati e ancora caldi). Ma nemmeno davanti a questa vigliaccata si sono fermati.

Per la verità, l’escalation criminale inizia subito dopo la mazzata del Maxi Processo (Cassazione, 30 gennaio 1992). I secolari accordi sono frantumati. Gli equilibri politici sono saltati. Grazie a una intuizione geniale di Falcone l’AmmazzaSentenze, che chiamava il collega “faccia da provolone”, finisce in un altro ufficio. E l’impianto accusatorio non crolla. Gli ergastoli fanno impazzire i capimafia sanguinari. Siate maledetti.

Per la prima volta lo Stato condanna il vertice di Cosa nostra. Termina, dopo secoli, l’impunità. E la reazione delle bestie (senza offesa per i nobili animali) non si fa attendere.

Il 12 marzo dello stesso anno tocca a Salvo Lima, il braccio destro in Sicilia di Giulio Andreotti (prescritto e, quindi, non assolto per mafia). Due mesi dopo, come già abbiamo ricordato, la strage di Capaci. A meno di due mesi dall’Attentatuni arriva via D’Amelio. Il disegno stragista non finisce con la morte di Borsellino.

Il 17 settembre dello stesso anno è il turno di Ignazio Salvo, imprenditore, mafioso di Salemi legato a Lima. Il 15 gennaio del 1993, grazie ad un accordo, viene arrestato il Capo dei Capi Totò Riina. Ma qualcuno si “dimentica” di perquisire la sua abitazione. Il verbo, però, non è corretto. Non viene fatta di proposito, scientificamente.

Le bombe cominciano ad essere disseminate nel Continente: 14 maggio, l’attentato in via Fauro a Roma (al giornalista Maurizio Costanzo); nella notte tra il 26 e il 27 maggio la strage dei Georgofili, a Firenze, 5 morti (tra cui due bambini) e 48 feriti; 27 lugliostrage di via Palestro a Milano, 5 morti e 12 feriti; 27 luglio le bombe a Roma, due messaggi politici: San Giorgio al Velabro (Napolitano Giorgio è il presidente della Camera) e San Giovanni in Laterano (Spadolini Giovanni è il presidente del Senato).

Quella del 27 luglio è la notte nera della Repubblica. Un black-out investe Palazzo Chigi. Il presidente del Consiglio dell’epoca, Ciampi, parlerà di tentativo di colpo di Stato. Viene convocato in via straordinaria il Consiglio Superiore di Difesa. È una vera e proprio guerra, che lo Stato non ha voluto e non vuole vincere. Il capo della Polizia, Parisi, ipotizza la “matrice mafiosa”.

Nel gennaio del 1994, due anni dopo la sentenza del Maxi Processo, l’epilogo finale: centinaia di carabinieri, impegnati nel servizio d’ordine, devono saltare in aria. È la mancata strage dell’Olimpico di Roma. L’ordine cambia all’ultimo secondo. L’accordo è stato raggiunto con il sangue degli innocenti. Il 18 gennaio, dello stesso anno, nasce Forza Italia.

«La Trattativa continuò – ha affermato nel novembre del 2018 Nino Di Matteo – anche con il Governo Berlusconi. Dell’Utri, lo spiegano i giudici nella sentenza, rappresentò a Berlusconi le richieste di Cosa nostra. E dicono i giudici che quel Governo tentò di adoperarsi, non riuscendoci per motivi che non dipendevano dalla volontà del premier, per accontentare alcune delle richieste di Riina. Dice quella sentenza che un presidente del consiglio del Governo italiano, nello stesso momento in cui era presidente del consiglio, continuava a pagare, come aveva fatto nel 1974, cospicue somme di denaro a Cosa nostra».

Per parlare di questo pezzo di storia del nostro Paese (“Orribilmente sporco”, come diceva Pier Paolo Pasolini, il poeta massacrato nel 1975) abbiamo coinvolto Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo. Da anni Salvatore conduce la sua battaglia, condivisa da migliaia di giovani e di cittadini disseminati su tutto il territorio. La loro arma è l’Agenda Rossa (simbolica), proiettata al cielo per chiedere Giustizia e Verità.

Siamo partiti dal mese scorso. Dalla scelta di far salire sul palco Luana Ilardo, la figlia del confidente del colonnello dei carabinieri Michele RiccioLuigi Ilardo, in occasione del XXVIII anniversario della strage di via D’Amelio (19 luglio 1992) in cui furono uccisi (dalla mafia e dallo Stato) il magistrato Paolo Borsellino e gli agenti di scorta (polizia di Stato) Emanuela Loi, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Agostino Catalano.

«Dopo aver letto il suo percorso, la rivendicazione della verità e della giustizia sull’assassinio di Ilardo ho pensato che gli assassini di suo padre sono gli stessi assassini di mio fratello. E, quindi, ho ritenuto che fosse giusto, in quel giorno, averla sul palco insieme a me. Noi cerchiamo lo stesso tipo di giustizia, per me gli assassini di mio fratello non sono i mafiosi. La mafia era il nemico che mio fratello combatteva e quando in guerra si viene uccisi dal nemico è una cosa quasi normale. Non è normale, invece, che si venga uccisi dal fuoco che ti arriva dalle spalle.  

Gli assassini di Paolo sono dentro lo Stato, gli assassini di Luigi Ilardo sono dentro lo Stato.»

Sono ancora oggi dentro lo Stato?

«Sicuramente sono ancora oggi. Sono sicuramente dentro lo Stato. Ritengo che mio fratello sia stato ucciso non perché avrebbe potuto opporsi alla Trattativa, mio fratello è stato ucciso per la Trattiva. È stato uno dei punti della Trattativa l’eliminazione di mio fratello. Perché gli interessi dei pezzi deviati dello Stato e della mafia coincidevano. Paolo era uno dei due nemici fondamentali della mafia, erano stati condannati a morte dal plenum della mafia e Paolo doveva essere eliminato perché senza di lui la Trattativa non avrebbe potuto andare avanti. Ritengo che sia uno dei punti posti da chi trattava, all’interno della mafia, l’eliminazione di Paolo, per poter accettare di portare avanti questa Trattativa.»

Ancora oggi, con una sentenza di primo grado, grazie al lavoro di magistrati come Ingroia e Di Matteo, c’è qualche negazionista. Come è possibile?

«Non solo ci sono dei negazionisti ma, purtroppo, c’è ancora di peggio. C’è chi, addirittura, afferma, anche persone che si intendono di legge e professori universitari, che la Trattativa, anche se c’è stata, è giusto che ci sia stata. Si può trattare con la mafia. Ma questo significa, per come sono andate le cose, che si può arrivare, per poter portare avanti una Trattativa con la mafia, ad eliminare gli ostacoli di questa Trattativa. Anche se l’ostacolo è un servitore dello Stato. Mio fratello è stato condannato a morte da pezzi deviati dello Stato. E il suo comportamento, negli ultimi giorni della sua vita, ne è un chiaro esempio.

Paolo non solo sapeva che sarebbe stato ucciso ma sapeva chi aveva deciso di ucciderlo, chi non lo avrebbe protetto, ed erano proprio quei pezzi dello Stato che avrebbero dovuto assicurare la sua sicurezza.

Pietro Giammanco non gli comunica neanche che è arrivato a Palermo il tritolo che poteva servire per lui. Paolo, negli ultimi giorni della sua vita, si comporta proprio come un condannato a morte. Saluta i suoi amici come se, appunto, non dovesse vederli più. Lo vedo come una persona che non solo sa che deve essere ucciso, ma è rassegnato ad essere ucciso. La sua fiducia nello Stato è venuta a crollare, perché sa che dall’interno, da pezzi deviati dello Stato, è arrivata la sua condanna a morte. E si comporta in questa maniera.»    

       

Nella foto Salvatore Borsellino con l’Agenda Rossa (ph gentilmente concessa da Rita Rossi)

Ma cosa è la Trattativa Stato-mafia?

«La Trattativa è quello che hanno deciso alcuni pezzi dello Stato. Piuttosto che contrastare la mafia, hanno trattato con la mafia per fermare le stragi. È una decisione assolutamente insensata. Se pezzi dello Stato trattano con la mafia, da un lato c’è lo Stato di diritto che può concedere, se non benefici di legge, qualche tipo di beneficio alla controparte; dall’altra parte, invece, ci sono dei criminali che per alzare il prezzo della Trattativa non possono fare altro che fare quello che sanno fare, cioè altre stragi e altri assassini. Ed è quello che è successo.

Il potere portare avanti la Trattativa, dopo l’uccisione di Paolo, ha portato alla strage di via dei Georgofili, alla strage di via Palestro, ha portato a quella che sarebbe stata la più grande della storia del nostro Paese, cioè la strage che avrebbe dovuto avvenire allo stadio Olimpico. Questo succede quando si tratta con i criminali, e per questa Trattativa hanno assicurato l’impunità a Provenzano che per anni, non è stato soltanto latitante, è stato protetto da pezzi deviati dello Stato.

E per questa protezione si sono dovuti mettere in atto altri omicidi, come quello di Attilio Manca. Aveva visto, sicuramente, qualcuno che non doveva vedere attorno a Provenzano quando è stato operato a Marsiglia.»

Ufficialmente Attilio Manca si è suicidato.

«Sì, facendo l’iniezione con la mano destra, lui che era mancino. Spaccandosi il nasospaccandosi i testicoli a forza di calci. Una maniera piuttosto strana per suicidarsi.»

In questo massacro c’è la mano della mafia o degli apparati dello Stato?

«Assolutamente non la mano di Cosa nostra, ma la mano degli apparati dello Stato che non potevano ammettere che Provenzano fosse protetto a Marsiglia da quelle persone che Attilio Manca, sicuramente, ha visto attorno a lui. Parliamo di pezzi grossi dei nostri servizi

E ritorniamo al punto di partenza. Ilardo viene ammazzato perché stava consegnando su un piatto d’argento il latitante Provenzano?

1 parte/continua

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  • L’intervista al colonnello dei carabinieri Michele Riccio.

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

  • Per approfondimenti:

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

  • L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato:

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

INTERVISTA/Quarta e ultima parte. OMICIDIO ECCELLENTE. Parla il colonnello dei carabinieri Michele Riccio: «Ilardo mi diceva: ‘il problema è Cancemi’. Era a conoscenza di parecchi fatti. Infatti, quando era al Ros non ha detto nulla. Poi, quando lo hanno allontanato dal Ros ha cominciato a parlare. Cosa nostra aveva paura dei pentiti storici. Cosa nostra ha paura del passato, perché nel passato nasce la Trattativa. In passato ci sono i colloqui tra Provenzano, Santapaola, Madonia. Sono loro che se iniziano a parlare possono creare i grandi danni». E sulla morte di Ilardo: «Lo Stato ha sempre utilizzato la criminalità organizzata. Il mandante esterno in questi omicidi di Stato c’è sempre. Poi c’è il contatto che dice a due picciotti: ‘andate ad ammazzare questo’. A Ilardo lo sparano sotto casa. L’ordine è arrivato dallo Stato. È successo per tutti gli omicidi eccellenti. Ilardo è uno degli omicidi eccellenti.»

Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Provenzano non si deve arrestare. E, infatti, non verrà catturato. Una latitanza lunga 43 anni. Un vero e proprio record criminale e parastatale. C’è una schifosa Trattativa in corso tra Stato e mafia. Il vecchio boss deve continuare a fare il contadino e a scrivere pizzini per i picciotti. Cosa nostra, dopo le stragi, il sangue degli innocenti e gli attentati (Capaci, via d’Amelio, via Fauro a Roma, via dei Georgofili a Firenze, il black-out a Palazzo Chigi, via Palestro a Milano, le bombe alla Basilica di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro e la mancata strage dell’Olimpico a Roma), è in fase di riorganizzazione. Riina, la bestia assetata di sangue, è stato spedito nelle patrie galere e il suo compare ha il compito di riportare tutto alla normalità. Gli equilibri non si possono rompere.

Lo spiega, in un passaggio, il magistrato, già PM a Palermo, Nino Di Matteo. È il 2018 quando l’attuale consigliere togato del CSM pronuncia queste parole: «Bernardo Provenzano non poteva essere catturato perché l’eventualità di una sua collaborazione avrebbe scoperto le carte sparigliando gli accordi e comportando per i carabinieri del Ros la possibilità che il loro comportamento sciagurato e illecito venisse scoperto dall’autorità giudiziaria e dall’opinione pubblica.»

È dello stesso avviso anche l’ex PM Antonio Ingroia (l’intervista del collega Alessio Di Florio sarà pubblicata nei prossimi giorni): «Il mio pensiero è lo stesso delle conclusioni a cui giungemmo con Nino Di Matteo nel processo sulla mancata cattura di Provenzano. Non è pensabile che investigatori del Ros dei carabinieri, che si occupavano di quella indagine, siano potuti incorrere in una imperdonabile dimenticanza, negligenza o caduta di professionalità. Fu una scelta. E la scelta rientrava nella logica della Trattativa Stato-mafia in pieno corso all’epoca, nella quale Bernardo Provenzano era il garante della Trattativa sul versante mafioso e lo Stato, che l’aveva stipulata, nei vari accordi che erano stati presi, non poteva permettersi di arrestarlo, perché era funzionale al mantenimento dell’osservanza degli accordi. Questo è quello che è accaduto.»   

Binnu u Tratturi, infatti, non verrà arrestato nel 1995 a Mezzojuso. La campagna stragista, portata avanti non solo dalle mafie, è già terminata da quasi due anni (gennaio 1994). Il lavoro del colonnello Michele Riccio, grazie al suo confidente Luigi Ilardo (cugino di Piddu Madonia), non porta a nulla. Non per le mancanze investigative. La fonte “Oriente”, al contrario, è affidabile. Oltre ad “offrire” diversi latitanti alla giustizia, porta fisicamente gli inquirenti nel casolare del latitante. Per la precisione, a pochi metri. Ilardo incontra Provenzano. E grazie a questo incontro sarà realizzato il famoso identikit. Solo quello.

La mancata cattura di Zu Binnu, checché ne dica qualche nostalgico negazionista molto vicino ai responsabili di questa sciagurata decisione, si concretizza per l’intervento dei poteri forti. È già capitato in altre occasioni. La tecnica è raffinata e fruttuosa. Sono pur sempre delle “menti raffinatissime”. Anche se deviate verso il male. Non è il momento di rompere il patto sacro tra Stato e Cosa nostra. Un patto iniziato con l’Unità d’Italia e mai terminato. Provenzano resterà latitante per altri undici anni. Alla faccia dei proclami, degli slogan inutili, della “lotta alla mafia”, degli annunci, dei “siamo tutti Giovanni e Paolo” (offese continue verso i due magistrati uccisi dallo Stato e dalla mafia) e delle lacrime durante le commemorazioni delle vittime di mafie. Un teatrino studiato in maniera quasi perfetta. Riproposto in troppe occasioni.

In questa ultima parte dell’intervista con il colonnello Riccio siamo partiti dall’incontro tra Ilardo, Mori, Tinebra, Caselli e la Principato presso il Ros di Roma. Non esiste nessun verbale. È appurato, è agli atti. Ma ci sono le dichiarazioni del colonnello Riccio, presente a quell’incontro.

Ilardo, dopo aver fatto l’infiltrato, sta per entrare nel programma di protezione per collaboratori di giustizia. Verrà ammazzato prima, a Catania (10 maggio 1996), con nove colpi di pistola (ci scusiamo se nelle altre parti dell’intervista ne abbiamo indicato uno in meno). La notizia della sua collaborazione diventa di “dominio pubblico”. Per una fuga di notizie istituzionale. L’ennesima vergogna di Stato.

Vogliamo precisare, per dovere di cronaca, un aspetto. E lo facciamo attraverso le parole di Nino Di Matteo. «È vero che il generale Mario Mori è stato assolto in via definitiva dall’accusa di favoreggiamento», per la mancata cattura di Bernardo Provenzano, «però dobbiamo tenere presente che quella sentenza assolutoria venne pronunciata con una formula ben precisa: non perché i fatti contestati siano stati ritenuti non provati, ma perché il fatto non costituisce reato». Facciamo un passo indietro e ritorniamo nella stanza dei Ros.

Colonnello, cosa succede a Roma?

«Ilardo, di fronte a Mori, di getto dice: ‘Guardi, che molti attentati attribuiti a Cosa nostra sono stati voluti dallo Stato. E noi ne abbiamo subito le conseguenze’.»

Lei sta parlando dell’incontro del maggio del 1996 presso il Ros di Roma?

«Esatto. Ho la definitiva conferma.»

Di cosa, scusi?

«Ilardo si alza, sposta la sedia…»

Parla solo con Caselli? Si posiziona di fronte al giudice Caselli?

«Esatto. Lo fa in maniera provocatoria. Chi è fuori non lo può comprendere, ma i partecipanti lo sapevano benissimo. Mori è già scappato.»

In che senso?

«Lui (Ilardo, nda), prima di entrare, dice: ‘certe cose le avete fatte voi’. E come ho sempre detto in qualsiasi udienza che se l’avessero fatta a me una battuta del genere lo avrei fatto correre a Ilardo. ‘Come ti permetti, cosa stai dicendo. Se hai da dire qualcosa dillo, questo è il momento’. E invece quello prende e scappa. Quindi ho capito che sarebbe successo il patatràc.»

Ma di quell’incontro non esistono verbali.

«Nessun verbale.»

Chi era presente?

«Io, Ilardo, Caselli, Tinebra era al centro, la Principato sulla mia destra che prendeva appunti su un block notes. Queste erano le persone presenti nella stanza. Non c’erano altre persone. Ilardo dice di aver incontrato Provenzano e che ha riferito a me, nessuno mi chiede spiegazioni. Quando si è concluso l’incontro ho accompagnato Ilardo in infermeria. Ricordo che aveva un forte mal di testa.»

Cosa le comunicano a lei?

«Caselli mi dice: ‘metti a registrare le dichiarazioniPer fare un primo quadro di quello che dirà’. Io quando esco, dopo aver salutato Caselli, incontro Subranni e Tinebra a braccetto, chiacchierando e sorridendo. Io riferisco a loro l’incarico che mi ha dato Caselli e mi sento dire: ‘no, non ti preoccupare. Nessuna registrazione, tanto non servono a nulla’. Non serviranno a nulla, però almeno è un dato su cui partire. E meno male che l’ho fatte, anche se non servono a nulla. Sarebbe stata la mia parola… il fine era quello. Io sono solo e loro hanno la forza del numero. Meno male che l’ho anche registrato.»

Otto giorni dopo, il 10 maggio del 1996, Ilardo verrà ammazzato.

«Sì.»

Lei come viene a sapere dell’omicidio della sua fonte?

«Gli ho sempre detto di non rientrare a Catania, lui aveva l’appartamento a Catania e poi a Lentini. Ero anche stato a Lentini, dove mi aveva fatto vedere i lavori fatti. Era la casa che avrebbe lasciato ai suoi familiari. Era convinto che transitando nel programma di protezione le due figlie al padre non l’avrebbero seguito. Mi diceva sempre: ‘Colonnello, non le dimenticherò mai. Ovunque mi troverò. Ma almeno avranno una casa’. In quel periodo doveva stare a Lentini, anche perché Lentini era molto protetta. Aveva il muro di cinta, il cancello automatico. Non era esposto, come lo era a Catania. Per cui ero convinto che stesse a Lentini. Quando poi, lasciato Ilardo, mi dirigo in aeroporto e, poco dopo, incontro il capitano Damiano. E lo vedo piuttosto turbato. Mi dice che era uscita la voce dalla Procura di Caltanissetta della possibile collaborazione di Ilardo, telefono subito e più volte ad Ilardo.

Ma il suo telefono risultava sempre staccato. Al che dico ‘sarà a Lentini’, perché a Lentini non si riusciva a telefonare. Diverse volte usciva dal cancello per trovare un posto di connessione, una zona coperta, e ci sentivamo.

Nel frattempo telefono a Mori per comunicare questa informazione, non pensavo fosse così tragica e urgente. Anche perché la voce l’avevano acquisita i carabinieri, non è che l’avessero acquisita i criminali. Il carabiniere aveva capito che c’era un nuovo collaboratore. Da lì a due giorni ci saremmo dovuti vedere. E a Roma avrei chiuso la porta per affrontare a muso duro Tinebra. Perché questo non è un modo di fare.

Mori, ovviamente, non dice nulla, Obinu non dice nulla. Non dicono nulla. Sono stati chiamati dal telefono del Capitano, per cui c’è anche lì la telefonata. Prendo l’aereo, arrivo a casa. Salgo le scale e vedo che una luce blu si diffonde in maniera irrituale per le scale. Vado sopra e vedo mia moglie seduta sul divano che piangeva.»

Perché piangeva sua moglie?

«C’era questa notizia sul televideo che dava la morte di Ilardo. Chiamo la moglie di Ilardo che mi dice: ‘Bruno, ce l’hanno ucciso’. (Bruno è il nome in codice di Riccio, nda). Chiamo Mori, il quale come al solito non fa nessun commento. Cos’altro devo dire? Che sono fortunato… vabbè, non mi faccia dire altro…»

Si sente fortunato?

«Con tutto quello che mi hanno fatto passare sono fortunato. Io ce l’ho con uno Stato che, come ha fatto costantemente nella sua storia, non ha mai difeso le persone che lavoravano, che credevano in lui. Ha sempre abbandonato queste persone. Questo Stato, per ragioni di compromessi e di convenienze, ha sempre fatto finta di dimenticarsi di tutto, con la scusa di grandi strategie.»

E, secondo lei, cosa sono?

«Strategie affaristiche e di potere. Perché nessuno ha il diritto della verità. Se vogliamo costruire un futuro dobbiamo resettare tutto, perché altrimenti ci sono sempre i coloni degli altri. Il mio più grande rammarico è nella magistratura. Ci sono magistrati seri, pochi, che vivono in maniera isolata.»

Lei ha sentito la sua vita in pericolo?

«Mi sono scontrato con le Brigate Rosse, non ho avuto mai una scorta. Sono simbolismi falsi, perché se ti vogliono fare qualcosa lo fanno. Non credo in queste cose. Sono sempre strumentali per poter comprare o accreditare qualcuno. Noi italiani viviamo di immagini. E i più grandi delinquenti hanno la scorta.

Hanno cercato, ma non ci sono riusciti, di rendermi poco credibile e ricattabile. Con me hanno sempre sbagliato, perché sono capace di vivere del mio. Ho rifiutato tutto. La dignità è la cosa più importante che esista. Le nostre scelte sono importanti. Dovevo rispettare la scelta di Ilardo e la dovevo tutelare. La stessa cosa per i pentiti che si sono affidati a noi, sempre difesi e tutelati per le scelte fatte. Lo Stato ci faceva promettere e poi non davano mai nulla. Abbiamo sempre dovuto mettere del nostro. Lo abbiamo fatto con tutti i pentiti. Quello che più dispiace è la strumentalizzazione che continua a fare questa gente. È una lotta difficile ed impari.

Non credo neanche nelle forze politiche.»

Perché non crede nelle forze politiche?

«Anche quello che dice di essere nuovo cade nel compromesso. Tutte queste battaglie di novità non esistono. Rispetto le singole persone, quei singoli magistrati che hanno lavorato seriamente, quei singoli avvocati o giornalisti che ricercano ancora, con serietà, la verità.»

Lei riporta la sua esperienza nel Rapporto “Grande Oriente”?

«Questo Rapporto non volevano che io lo presentassi.»

Lo scrive dopo la morte di Ilardo?

«Certo. Sono inserite tutte le relazioni di servizio che avevo mandato a loro. Lo scrivo dal Ros di Caltanissetta con l’aiuto del capitano Damiano. Scrivo questo Rapporto che Mori e Obinu non vogliono che io faccia. E questo mi costerà. Ma se questo Rapporto non fosse arrivato all’autorità giudiziaria la storia di Ilardo non sarebbe esistita. E se non avessi fatto anche le relazioni erano le stronzate di un poveraccio e di un secondo poveraccio, che ero io. Non staremmo oggi, io e lei, a parlarne.»

E in questo Rapporto parla di strategie, di contatti. Fa riferimento anche a Dell’Utri?

«Il nome di Dell’Utri l’ho fatto successivamente. Nel Rapporto scrivo, come c’era nella relazione, del riferimento ad uno dell’entourage di Berlusconi. Quando scrivo la relazione ancora non sapevo che fosse il nome di Dell’Utri. Questo me lo dice in epoca successiva, quando eravamo al Ros. Come sempre facevo, non sapendo tutte le vicende o una buona parte delle vicende siciliane, prendevo spunto nel fare le domande, quando c’era un incontro con Ilardo, da un quotidiano siciliano. Dove c’era un’ampia cronaca di mafia, erano molto ben informati. E molte di queste notizie le commentavo con Ilardo. E a un certo punto compare Dell’Utri, per una questione con un noto imprenditore, per una storia di pallacanestro.»

Che fine ha fatto questo Rapporto?

«Lo consegno alle autorità di Caltanissetta, Catania e Palermo. Allegando le cassette registrate con Ilardo, con le trascrizioni. Cassette che nemmeno mi volevano far registrare. Avevo anche la possibilità di registrare, ad esempio, quando Ilardo va ad incontrare l’avvocato calabrese, ad Ardore. Dico a Mori: ‘Ilardo mi porterebbe ad incontrare un avvocato, così registriamo…’»

A chi si riferisce?

«All’avvocato Minniti. Mori mi dice: ‘Non devi fare nulla’. Ilardo entra nello studio di Minniti e poi mi fa il resoconto.»    

L’incontro porta una data precisa: 7 maggio 1996. Tre giorni prima dell’assassinio di Ilardo.

«Sì, tre giorni prima. E anche in quella occasione mi è stato vietato, per cui facendo questo si doveva tutelare uno schieramento politico. Altrimenti, poi, come facevano a nominarlo capo del Sisde. Lo dicono gli atti, non è che lo dico io. Hanno fatto la relazione a favore di Dell’Utri. Quando mostro la foto di Dell’Utri a Ilardo, lui mi risponde: ‘Colonnello, ci ha messo tanto per capire?’.

Me lo segnai sull’agenda, tutte le cose me le segnavo sull’agenda, anche perché in sede di collaborazione gliele avrei richiamate. Questo era lo scopo delle relazioni di servizio. Non è che quello che scrivevo sulle relazioni di servizio fosse esaustivo del contesto. Era l’indicazione che Ilardo mi aveva dato, insieme alle registrazioni. Sarebbe servita per trattarla in maniera più diffusa. I magistrati sarebbero entrati nello specifico. Me lo segno sulle mie agende di lavoro, quelle che volevano i Ros. Quelle che ho nascosto, come ho fatto con i Cd, altrimenti non sarebbe rimasto nulla. Solo la mia voce, in un coro avverso.»

È stato utilizzato questo Rapporto? Ci sono stati degli sviluppi?

«Sì, lo consegnai sia alla Principato che a Caselli, presso la Procura di Palermo.»

Quasi un anno dopo dall’omicidio del suo confidente, il 7 giugno del 1997, lei viene arrestato dai Ros per associazione a delinquere e spaccio di stupefacenti.

«Il 90% delle accuse strumentali, sono stato condannato solo per un aspetto che ho ammesso. La famosa operazione di Milano, quella dove si sono presi i meriti e nessuno gli ha detto niente. Per aver eseguito l’ordine e permesso l’operazione che volevano far saltare. In sede di perquisizione, a casa mia, cercavano le famose agende, le famose relazioni e tutto il materiale sulla Sicilia. Ovviamente, tra agende rosse e carte rubate, sono molto bravi in Sicilia e anche da altre parti a far sparire, sarebbero scompare anche quelle».

Lei è stato arrestato dalla Procura di Genova?

«Sì. Procura di Genova, diciamo, provenienza Caltanissetta».

Come finisce questa vicenda?

«Molto ridimensionata in tutto. Quasi nulla».

Lei è andato in pensione con quale grado?

«Da colonnello. Poi se mi hanno fatto generale non lo so e nemmeno mi interessa. Mi presento sempre come colonnello perché è il mio grado che ho conquistato sul campo. A me non interessa, non devo dimostrare niente a nessuno. Mi sono sempre reputato un investigatore serio e una persona perbene. E non ho mai avuto una condanna per calunnia e le cose le ho dette. E non le ho dette in maniera strumentale. Perché non devo andare da nessuna parte.

Ma questa gente la deve smettere. Mori diceva: ‘facciamo le squadre. Il Ros va costruito in antitesi allo Sco di De Gennaro. De Donno lo mettiamo a pensare, De Caprio è l’uomo immagine’. Hanno costruito tutta quella povertà.»

Lei parla di accuse strumentali. Cosa doveva pagare?

«Lo capisco subito. Tutta la base era la gestione del collaboratore di giustizia. Loro hanno sempre mirato a delegittimare il mio rapporto con Ilardo. Ero quello che aveva costruito l’operazione. Nei vari processi hanno sempre giocato questa carta, poi è crollata miseramente. Non ho mai gestito nessuno, era sempre l’autorità giudiziaria che me l’ha affidato. Non c’è nessuna operazione in cui ho gestito in maniera poco lecita un collaboratore di giustizia. Tutte le operazioni sono andate a buon fine, tutti condannati, non c’è nessun soggetto che è stato revisionato. Io subito l’ho capito, quando ho letto, che quelli miravano a delegittimarmi. Per il Rapporto che avevo fatto. Affrontai Mori a Roma. Non avevo le prove, ma la voce della collaborazione di Ilardo era uscita da loro, da Tinebra

Lei classifica l’omicidio di Ilardo come un omicidio di Stato?

«È un omicidio di Stato, certo. Lo Stato ha sempre utilizzato la criminalità organizzata. Il mandante esterno in questi omicidi di Stato c’è sempre. Poi c’è il contatto che dice a due picciotti: ‘andate ad ammazzare questo’. E gli dà la giustificazione comprensibile, perché magari è un cornuto. A Ilardo lo sparano sotto casa. L’ordine è arrivato dallo Stato. È successo per tutti gli omicidi eccellenti. Ilardo è uno degli omicidi eccellenti. Ma perché hanno ammazzato Ilardo?».

Perché?

«Ilardo mi diceva sempre: ‘Cosa nostra ha paura dei pentiti, come possono essere Santapaola’. Quando c’era il problema di Santapaola, che stava cominciando a pregare e non sapevano se voleva pentirsi. L’attenzione era verso di lui. Ilardo mi diceva: ‘il problema è Cancemi’. Era a conoscenza di parecchi fatti. Infatti, quando era al Ros non ha detto nulla. Poi, quando lo hanno allontanato dal Ros ha cominciato a parlare. E Tinebra dice: ‘non è credibile. Parla di Berlusconi’

Cosa nostra aveva paura dei pentiti storici. Cosa nostra ha paura del passato, perché nel passato nasce la Trattativa. In passato ci sono i colloqui tra ProvenzanoSantapaolaMadonia. Tutti vecchi. Sono loro che se iniziano a parlare possono creare i grandi danni

Tra lei e Mori ci sono state delle denunce per calunnia. Come sono finite?

«Sì, sono state tutte archiviate.»

Mori ha denunciato lei per calunnia?

«Dopo la mancata cattura di Provenzano mi denunciò per calunnia. Ed è stata archiviata.»

Ma loro come si sono difesi dalle sue accuse?

«Loro si son difesi dicendo che c’erano i pastori. Io già al secondo sopralluogo gli avrei arrestati subito. È strumentale non trovare… un compito che anche un modestissimo comandante di una stazione avrebbe assolto. Questi dicono di essere eccellenze. E se un’eccellenza dell’investigazione non riesce a trovare un casolare per tre volte… ma che eccellenza sei. I casini che hanno combinato con la mancata cattura di Santapaola. Poi ci meravigliamo dei carabinieri di Piacenza, quelli sono delinquenti comuni. Ma questi proprio… Se noi ci aspettiamo che qualcuno di questi eccellenti ci venga a parlare della Trattativa siamo qui ventisei generazioni dopo.

Lo Stato deve avere la forza di dire basta. Mettiamo un punto e gli facciamo parlare noi. Perché questo modo di fare non può sussistere. Non si può andare a fare la mancata perquisizione al covo di Riina e si scrivono le cazzate che si devono scrivere, a giustificazione. Ho letto tutte le sentenze, siamo nel ridicolo.

E la mancata perquisizione di Riina e le lettere del Corvo e succede l’Addaura e succedono i morti. Loro comandavano.

Mori era comandante del gruppo a Palermo, Subranni era comandante di Regione e alla squadra mobile c’era La Barbera. E il loro amico Contrada era lì, già dagli anni Ottanta. Prima del Ros.

Ed è successo il Corvo, è successo Domino, è successa la storia dei poliziotti. Falcone si era messo la bomba. Prendono Riina e viene fuori la storia del bacio. Il più grande assist a favore. E come hanno gestito il pentito Di Maggio? Ho messo tutto in fila, continuamente hanno sempre operato in questo modo. Dicendo che Caselli non aveva capito nulla, che i fatti non erano così. E tutti stanno zitti. Ci scriviamo i libri? E quando vogliamo arrivare a trovare la verità.

E così fanno la mancata cattura di Provenzano, la mancata cattura di Santapaola e tutti gli altri bordelli che hanno combinato.»           

Lei, oggi, crede nello Stato?

«Credo molto poco nello Stato. Non ci credo per niente. Credo nelle persone che lavorano seriamente.»

Quindi lei sta dicendo che lo Stato non ha interesse a sconfiggere le mafie?

«Lo Stato non se ne frega proprio nulla. Devono fare affari. Tutti questi problemi per loro non esistono. Il problema esiste per le persone perbene.

Lo Stato se ne frega assai di questi problemi. Non ho nessuna fiducia in queste Istituzioni perché non sono interessate alla verità. La verità fa perdere le convenienze. Chi viene eletto e va a Roma è prigioniero delle Istituzioni del posto, dei funzionari dei Ministeri. Se non cacciano via tutta questa gente e mettono tutti nuovi rimarranno vittime delle logiche di potere. Questa è gente che vive dall’oggi al domani. Mori e De Donno erano inquisiti e i magistrati chiamavano De Donno per farsi raccomandare per la promozione. Abbiamo l’esempio di Palamara. Ce ne sono miliardi di questi esempi.»

Secondo lei quando arresteranno il vigliacco Messina Denaro?

«Quando non servirà più.»      

Oggi c’è ancora una Trattativa tra lo Stato e la mafia?

«Certo. C’è sempre stata e continuerà ad esserci. È anche una Trattativa economica. La mafia ha sempre prodotto denaro.» 

Quarta parte/fine      

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Strage di Bologna, parla Bolognesi: «la strategia della tensione non è terminata»

STATO DEVIATO. 2 agosto 1980, ore 10:25. Scoppia la bomba: 85 morti e 200 feriti. Sono passati quarant’anni da quella esplosione, la ferita è ancora aperta. Una tappa della “strategia della tensione” (che ha accompagnato la storia del nostro Paese da Portella della Ginestra, 1947). Bombe, ombre straniere, depistaggi, presenze grigie, servizi segreti, pezzi delle Istituzioni e di uno Stato deviato, mafie, fascisti, omicidi, massoneria, “menti raffinatissime”. Un mix esplosivo. Abbiamo intervistato, per comprendere gli ultimi eventi, il presidente dell’Associazione familiari delle vittime della strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980: «Molto probabilmente, facendo luce su Bologna si vanno a toccare, sicuramente, altre cose che non sono finite bene, dal punto di vista giudiziario».

Strage di Bologna, parla Bolognesi: «la strategia della tensione non è terminata»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Uno squarcio di verità dopo quarant’anni di silenzi, segreti e depistaggi. «Dopo quarant’anni certi segreti non bisogna dirli, assolutamente. Altrimenti sono guai. La gang è ben strutturata e funziona ancora».

Il 2 agosto del 1980, alle ore 10:25 una bomba, posizionata nella sala di attesa della stazione di Bologna, uccide 85 persone e ne ferisce 200. Destabilizzare per stabilizzare. Dietro a questa definizione si sono nascosti massoni, pezzi delle Istituzioni, uomini dei servizi, fascisti, terroristi, assassini. Le maledette “menti raffinatissime” che hanno gestito la storia di questo Paese. Da Portella della Ginestra in poi. Sino ad oggi.

Dopo quarant’anni di attesa, però, qualcosa sta emergendo. «Molto probabilmente, facendo luce su Bologna si vanno a toccare, sicuramente, altre cose che non sono finite bene, dal punto di vista giudiziario».

Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione – che da 39 anni chiede giustizia e verità – ne è certo. E quest’anno, alla individuazione dei mandanti, bisogna aggiungere un altro tassello importante: dopo quarant’anni un Presidente della Repubblica mette piede in quei luoghi di morte. L’ultima volta, quasi mezzo secolo fa, era capitato a Sandro Pertini. Dopo il presidente partigiano nessuno più.

L’ennesima vergogna di Stato. Nemmeno il coraggio di metterci la faccia. Per quale ragione? Per paura di qualche fischio? O per le responsabilità istituzionali? «Mattarella ha anche la sensibilità di una persona che è stata colpita negli affetti più cari da una situazione del genere».

Stiamo parlando di una Strage di Stato, scaturita da una lunga strategia della tensione. Con gli stessi personaggi squallidi che si ritrovano in altre situazioni scabrose. I conti con il passato non si vogliono proprio fare.

Destabilizzare per stabilizzare. Ed ora è arrivato il momento di destabilizzare. Ma in maniera legale e attraverso il rispetto delle regole. E i magistrati ce la stanno mettendo tutta. Licio Gelli, il prosecutore della loggia P2 – fondata da Cefis (Pasolini ne sapeva qualcosa) – è il mandante della strage. Il nuovo tassello è arrivato. E si possono ricostruire i legami: Loggia P2Nar (Nuclei armati rivoluzionari), pezzi dello StatoD’Amato (ufficio affari riservati del Viminale), Tedeschi (senatore Msi, X Mas), Ortolani (braccio destro di Gelli), Bellini (killer fascista) e altri squallidi soggetti.

Abbiamo fatto una chiacchierata con Paolo Bolognesi, perché la memoria, nel Paese senza memoria, è fondamentale. E siamo partiti proprio dal maledetto “Venerabile”.      

«A Gelli, quando è stato arrestato in Svizzera, gli è stato sequestrato un foglietto con tutta una serie di conti, 5 milioni di dollari che venivano dal suo conto svizzero, che avevano tutta una serie di beneficiari strani. Quando abbiamo trovato quel foglietto abbiamo fatto, tramite i nostri avvocati, delle memorie. Adesso la Procura generale ha indagato su questo biglietto, con la dizione “Bologna”. Era un foglietto che lui teneva nel portafoglio, vicino al cuore, dentro la giacca. Non dentro le borse, una cosa molto particolare. Da questo, la Finanza ha fatto tutte le analisi della questione e si è visto che ci sono una serie di soldi che sono andati a finire, molto probabilmente, a Federico Umberto D’Amato. La dichiarazione dei giudici di venerdì scorso è che quasi un milione di dollari è andato a finire nelle tasche degli esecutori materiali della strage.»

Lei ha nominato D’Amato, capo indiscusso degli Affari Riservati del Ministero degli Interni, con tessera P2 n. 1643. Cosa può aggiungere su questo personaggio che ritroviamo in tanti episodi torbidi della storia di questo Paese? (strategia della tensione, strage piazza della Loggia, attentato treno Pescara-Roma, omicidio dell’anarchico Pinelli, strage di piazza Fontana…)

«È sempre stato al vertice del Ministero degli Interni, lo ha gestito lui, per quel che riguardava la sicurezza. È considerato un factotumun grande manovriere di tutti questi affari strani italiani. Non misteri, ma segreti. I misteri sono solo nelle religioni».

Fu D’Amato a nascondere determinati documenti?

«Da quello che salta fuori, i giudici hanno trovato dei documenti, dei pezzi di ordigni di altre stragi. Non solo per la strage di Bologna, ma anche altre situazioni. Molto probabilmente, facendo luce su Bologna si vanno a toccare, sicuramente, altre cose che non sono finite bene, dal punto di vista giudiziario

Stiamo parlando della «strategia della tensione».

«Sì, tutta la strategia della tensione che, in pratica, è iniziata nel ’65 con il convegno dell’Istituto Pollio e poi, probabilmente, sta proseguendo ancora adesso».

Quella stagione ancora non è finita?

«No, assolutamente. Bisogna tener presente che dei quattro rinviati a giudizio ce n’è uno, Bellini, che si trovava sul posto subito dopo la strage. Gli altri tre: due sono accusati di depistaggio e di falsa testimonianza. Sono tutte cose fatte nel 2019, non nel 1980. Questo vuol dire che dopo quarant’anni certi segreti non bisogna dirli, assolutamente. Altrimenti sono guai. Vuol dire che la gang è ben strutturata e funziona ancora

Possiamo ricordare gli altri soggetti?

«Quintino Spella, il capocentro del Sisde di Padova; Segatel, un indagatore dei carabinieri; Catracchia, quello che amministrava per conto dei servizi. Aveva una società che gestiva degli appartamenti dei servizi in via Gradoli

Via Gradoli fa pensare al sequestro Moro.

«Esatto. La stessa unità immobiliare che è servita per il caso Moro è servita anche ai Nar per uccidere Straullu e Di Roma. Una casa dei servizi. Stiamo parlando della stessa unità immobiliare, dello stesso appartamento.»

Dalla strage di Bologna, come lei ha ricordato, sono trascorsi quarant’anni: quali tasselli ancora mancano?

«Adesso bisogna vedere. L’indagine è ancora in corso, non è finita. Adesso bisogna vedere, quando faranno tutti i rinvii a giudizio, se ci manca qualche cosa.»

Lei è fiducioso?

«Noi siamo fiduciosi. Anche perché le intuizioni che abbiamo avuto, coi mezzi che abbiamo noi, non è che possiamo far fare le indagini alla Finanza. I giudici hanno fatto far fare le indagini alla Finanza e di ogni lira spesa si sa dove è andata a finire. Ecco, per intenderci. E quando ti dicono che un milione è andato agli esecutori materiali e di esecutori materiali in questo momento noi abbiamo Mambro, Fioravanti, Ciavardini e Cavallini in primo grado. O tutti o qualcuno di questi si son presi un milione di dollari».

Da dove proveniva questo milione di dollari?

«Ufficialmente veniva per le truffe del Banco Ambrosiano».

Il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.

«Esatto.»

Cosa c’è dietro questa strage?

«La loggia massonica P2, i servizi segreti che erano nelle mani della loggia massonica P2 e poi ci sono i terroristi e i fascisti che venivano pagati dalla loggia massonica P2».

E lo Stato? Quali pezzi dello Stato sono implicati in questa strage?

«Tutti i direttori dei servizi, chi più chi meno, erano implicati. Nel momento in cui si è cominciato a sapere, alla fine di giugno del 1980, che c’era la possibilità di un grande attentato agli inizi di agosto i servizi non è che si siano mossi per bloccare, per cercare di prevenirlo. Hanno fatto in modo che i terroristi non avessero problemi. E questa è la grande schifezza che viene fuori».

Da dove è arrivato l’esplosivo?

«Un esplosivo militare ad alto potenziale, con il T4 che aumentava la potenzialità…»

Tritolo e T4?

«Una cosa del genere. Questa miscela arrivava, in gran parte, da vecchi ordigni militari svuotati. Parliamo di ordigni del dopoguerra. Molto probabilmente, sembra che ci fossero dei laghetti vicino al lago di Garda da dove prelevavano questi ordigni che poi svuotavano».

Cosa è cambiato dal 2 agosto del 1980 al 2 agosto del 2020?

«Innanzitutto, in quegli anni, non sapevamo neanche chi fosse, cosa potesse essere, ect. Adesso abbiamo in mano gli esecutori materiali, almeno una parte, poi abbiamo i fotogrammi, le fotografie. Probabilmente c’erano molte altre persone il 2 agosto a Bologna. Poi c’è un’indagine in corso che sta dando degli sviluppi notevoli verso i mandanti e ci auguriamo veramente che si arrivi alla verità».

Qual è la più grande delusione che lei ha registrato in questi anni?

«Verso gli apparati statali».

Perché?

«Tenga presente che quest’anno è venuto Mattarella (presidente della Repubblica, nda), ma dopo Pertini qui non è venuto nessuno. Tranne Ciampi che è venuto quando era presidente del Consiglio, non presidente della Repubblica».

Si è fatto una opinione su queste assenze istituzionali?

«Ma io vedo, in molti di questi Presidenti… ad esempio, come mai un Cossiga era un fautore della pista palestinese? C’è da dire che molti non se la sentivano di avallare, secondo me, la sentenza del ’95. (La Corte di Cassazione condanna definitivamente i neofascisti Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Condanna, per il depistaggio delle indagini, i massoni Licio Gelli e Francesco Pazienza e gli ufficiali dei servizi segreti Musumeci e Belmonte, nda). Invece Mattarella, che ha anche la sensibilità di una persona che è stata colpita negli affetti più cari da una situazione del genere, comprende molto di più cosa vuol dire sia essere colpiti sia che le indagini vadano in un certo modo».

In questi quarant’anni lei ha mai perso la fiducia nello Stato?

«No. Ho continuato a combattere per fare in modo che lo Stato facesse il suo dovere fino in fondo come lo facevamo noi».

Ma, secondo lei, è normale in un Paese civile attendere quarant’anni per scoprire una verità?

«Non è normale. Ma tenga presente che questa sarebbe la prima strage dove si arriva ai mandanti e a tutte le articolazioni di questi mandanti. Molto probabilmente, se si arriva in fondo alla strage di Bologna, vuol dire che molte altre stragi e anche altri eventi che sono rimasti nel limbo si possono risolvere.»

Nelle Istituzioni, oggi, ci sono ancora personaggi legati a quel periodo?

«Quei personaggi hanno figliato. Come diceva la Tina Anselmi, senza una considerazione della gravità della P2, dopo ci sarà la P3, la P4, la P5. Non so a quale “P” siamo arrivati, però nei gangli dello Stato ci sono ancora i vari P2, P3, P4, P5. Se ad un certo punto, ripeto, il depistaggio e le false dichiarazioni le hanno fatte nel 2019, lo hanno fatto perché certi segreti non si possono ancora dire. E i rischi di finire male ci sono ancora tutti adesso. Ciò vuol dire che certi poteri sono ancora molto funzionanti.»

Per difendere chi, per difendere cosa?

«Per difendere dei personaggi e, penso, anche per difendere parte dell’apparato statale. Ma soprattutto anche se stessi. Questa è gente che ha giurato fedeltà alla Costituzione, poi avranno giurato alla massoneria, alla P2, alla Nato, non so a chi. È quello che vale meno di tutti è quello alla Costituzione che, invece, dovrebbe essere il vero giuramento.»

Perché ha fatto il riferimento alla Nato? Qual è il riferimento?

«Al momento non c’è il riferimento. Ogni tanto viene sfiorata la Nato, ma non c’è in questo momento. Per prassi bisogna fare i gradini con le scale che hai, non i gradini inventati con le altre scale. È inutile che andiamo in cima e poi ci mancano dieci gradini e alla fine cadiamo come se non avessimo fatto niente. Un po’ alla volta, vedrà, andiamo in alto».  

Possiamo lasciarci con una sua riflessione?

«Il quarantesimo anniversario sta dando degli aspetti molto positivi per quanto riguarda l’aspetto giudiziario. Causa coronavirus, siamo costretti a fare una organizzazione molto ridotta e precaria. Speriamo, invece, che il prossimo anno, che sarà il quarantesimo anniversario dell’Associazione, possiamo ricordare come la giustizia fa degli altri passi avanti ulteriori e, poi, fare una manifestazione normale. Come si deve».

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Per approfondimenti:

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