Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

INTERVISTA/Seconda parte. ILARDO DIVENTA IL RIFERIMENTO DI PROVENZANO. Parla il colonnello dei carabinieri: «Quando Ilardo mi fa comprendere, e arriviamo al 31 di ottobre (1995, nda), che c’è la possibilità di arrestare Provenzano io lo comunico a Mori. Ero abituato con il generale Dalla Chiesa. Parliamo di investigatori seri. Il generale mi avrebbe detto ‘se non hai la macchina, rubane una e vieni subito a Roma». Tutto ruota intorno alla figura del collaboratore di giustizia Luigi Ilardo, ucciso a Catania il 10 maggio del 1996, con otto colpi di pistola. Un omicidio eccellente? Un omicidio di Stato? I due si erano messi in testa di arrestare Provenzano, all’epoca la mente criminale di Cosa nostra. Ed era tutto pronto per il blitz. Binnu u tratturi, però, verrà arrestato undici anni dopo. Chi non ha voluto mettere le mani sul Capo della mafia siciliana?

Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Luigi Ilardo (ph Cronache della Campania)

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Nella prima parte di questa lunga intervista con il colonnello Michele Riccio abbiamo affrontato il suo rapporto professionale con il collaboratore di giustizia Luigi Ilardo, cugino di Piddu Madonia, «organico alla famiglia» catanese, molto vicina al latitante di Stato Binnu Provenzano. «La famiglia di Piddu Madonia è quella che ha da sempre supportato le attività di Provenzano. Se Provenzano si è sempre reso invisibile al resto dell’organizzazione perché ha sempre contato sugli appoggi, anche in Palermo, della famiglia di Caltanissetta. Anche per la parte avversaria, ai suoi nemici nell’organizzazione, risultava invisibile», ha spiegato il colonnello Riccio.

I due avevano un obiettivo da raggiunge: scovare e arrestare il Capo dei Capi di Cosa nostraIlardo dimostra con i fatti la sua credibilità. Operazioni importanti cominciano a dare ottimi frutti: diversi latitanti, ad esempio, vengono tratti in arresto. Comincia l’avvicinamento, non basta la fiducia del colonnello e dei magistrati (quelli buoni). Deve cominciare a fidarsi pure il malandato boss dei Corleonesi.

Riprendiamo la nostra conversazione dal punto in cui i familiari di Ilardo assistono il vecchio e malato boss. «Provenzano invia una lettera, un primo appunto alla famiglia di Caltanissetta, che lui anche legge, che viene portato ad un imprenditore di Bagheria. Fontana, il quale deve imbucare delle lettere per conto di Provenzano dalla Calabria, destinazione Roma. Noi riusciamo a rintracciare le lettere. Abbiamo l’ulteriore conferma che Provenzano è vivo, né in Germania o morto, come allora si diceva.

Ilardo mi dice‘Guardi, se il capo militare è Riina, la vera mente dell’organizzazione è Provenzano’. Perché Provenzano è quello che sa più ragionare, molto più fine, molto più politico in confronto a Riina. Espone il paesano delle sue decisioni e lui può operare nell’ombra. Ad esempio, anche la scelta stragista è stata, pur accettandola, addebitata a Riina. E parte dell’organizzazione, mi dice Ilardo, si è rivolta a Provenzano. Il cui compito è quello di ricucire l’organizzazione in un unico corpo, spaccato in due fazioni: quella legata a Riina, Bagarella e soci e quella di Provenzano.

E mi dice che Provenzano è legato ai vecchi ambienti che gli hanno sempre consigliato di stare tranquillo. Mentre Riina, Brusca, Bagarella e gli altri si erano buttati nell’attività di fare soldi ed erano anche in contrapposizione con lo Stato, invece Provenzano suggeriva a loro di stare calmi, di ritornare ai vecchi reati di un tempo, con la forma meno di contrapposizione. ‘E vedrete che poi tutto si sistemerà’. Dal punto di vista politico, dopo aver tentato strade autonome come le Leghe, cominciavano a guardare con grande interesse, infatti Provenzano dice che avevano già stabilito dei contatti con gli ambienti di Berlusconi, con gli ambienti della nascente Forza Italia. Sarebbe stato il punto di riferimento di Cosa nostra, la quale aveva assicurato che avrebbe preso in considerazione tutte le esigenze e le aspirazioni dell’organizzazione. Sia per la gente ristretta in carcere e sia per quelli che stavano fuori, per riprendere le attività produttive e affaristiche dell’organizzazione. Questo, diciamo, è il quadro che noi ci troviamo con Ilardo

Riuscite ad individuare soltanto una lettera scritta da Provenzano?

«A questa prima lettera ne susseguono delle altre indirizzate direttamente a Ilardo. E Ilardo diventa il riferimento di Provenzano per la Sicilia orientale, ovvero la famiglia di Caltanissetta, di Catania, da parte di Santapaola, più i suoi contatti con Messina e delle altre parti. E Ilardo, a sua volta, gli rispondeva. A me veniva sempre da ridere. Per la prima volta Provenzano si scrive con un colonnello dei carabinieri, in fin dei conti leggevo le lettere e Ilardo preparava con me le risposte.»

Ilardo e Provenzano, in quella fase, si sono mai incontrati?

«No, ovviamente perché quando Ilardo comincia a ricevere le lettere si apre la prospettiva di un incontro. Auspicavo che si realizzasse al più presto, ma lui diceva: ‘Colonnello, lei non mi deve mettere fretta. Sarà lui che mi deve chiamare e se noi ci proponiamo diventa sospettoso. Noi con questa attività di arresti possiamo indirettamente stimolare un avvicinamentoPerché alla fine, mancando i riferimenti, ci sono solo io. Prima o poi mi manderà a chiamare. Sempre in maniera molto soft, perché dobbiamo stare attenti a non scoprirci. Altrimenti ci sarà il solito invito, mi toccherà andare e poi non torno.’ Noi rimaniamo in attesa, cominciamo a seguire i famosi bigliettini (i pizzini, nda) per avere una prima panoramica e sperare di avere la fortuna di poter individuare l’autore del bigliettino, che però quando arrivava a Bagheria – dopo alcuni passaggi – era più difficile. Perché non vai mai a capire quando, effettivamente, passa di mano in mano. Noi stabilivamo i contatti e iniziamo a fare quella famosa rete di fiancheggiatori che, poi, alla fine trarremo in arresto».

Lei, nell’agosto del 1995, passa dalla DIA ai Ros.

«Esatto. La nostra indagine trovava stimolo e alimento in De Gennaro. Mentre, come al solito, dalle altre parti, un po’ per invidia un po’ per altre scelte… già il fatto che eravamo in pochi a lavorare, producendo risultati, ricevendo mai nemmeno un ‘grazie’. Non dico che ci creasse delle ansie, ma non è che ci rendesse tanto sereni. Molte volte ci siamo ritrovati a lavorare non con la piena soddisfazione dei superiori perché venivano inquisiti i loro amici. Quando va via De Gennaro cerco di andare via. Mi sentivo isolato maggiormente e quando non ce l’ho fatta più rientro nell’Arma».

Però continua a curare i rapporti con “Oriente”.

«Quando mi presento al Comando generale dico che ho una fonte in Sicilia. Ho chiesto di essere messo in un posto da dove potevo passare la notizia a chi di dovere. Stavo lavorando sulla cattura di Provenzano».

Come viene presa questa notizia?

«Parlo con il mio collega, che io conoscevo già, del Comando generale che mi risponde: ‘Lei lo sa meglio di me, ci sono mille investigatori in questi ultimi dieci anni, tutti stanno lavorando su Provenzano’. Tutti stavano lavorando su Provenzano, tutti su Messina Denaro, ma bisogna vedere chi lo fa con cognizione di causa o lo fa solo perché ha l’aria in bocca. A me dicono: ‘non ti preoccupare, ti faremo sapere’. Nel frattempo vengo contattato dai Ros. E incontro il generale Subranni…»

Mi scusi, stiamo parlando del generale dei carabinieri, definito “punciutu” dalla signora Agnese, la vedova del magistrato Paolo Borsellino?

«Esatto, quello è. Quello è, che io già conoscevo perché era Comandante del Ros quando sono andato via. Dico a Subranni che non mi interessa rientrare nel Ros, voglio solo terminare questa operazione. Avevo intuito, con Ilardo era già un anno e mezzo che si stava lavorando…».

Cosa aveva intuito?

«Intuivo la portata importantissima e anche i contraccolpi che avrebbero creato ad Ilardo. Avevo capito che lui parlava dei rapporti con i mandanti esterni. E quando faceva i riferimenti, ad esempio, su Moschella, il giudice di Torino (magistrato della Procura di Torino e poi Procuratore a Ivrea, nda) si capiva dove saremmo arrivati. O altre situazioni del genere.»

Ad esempio?

«Sulla Calabria, lui andava in Calabria; sui contatti con i servizi segreti; sulle armi che uscivano dalle basi Nato e della Marina in Sicilia, a Sigonella; i rapporti con la massoneria. Faceva riferimento al mio ambiente, ai miei superiori. Essendo io colonnello non è che ce ne sono tanti sopra di me. Sapevo già dove sarebbe andata a finire una collaborazione del genere. Sarebbe stata dirompente. Giorno per giorno acquisivo ulteriori elementi. Tutto sarebbe venuto fuori.»

Come finisce l’incontro con Subranni?

«Mi dice: ‘ti aggreghiamo al Ros, gestisci la tua fonte e le confidenze che fa – lui ovviamente non sa che Ilardo è la fonte – e il Ros le sviluppa con un eventuale input per poter ampliare’. Così vengo aggregato al Ros. E i miei contatti sono di nuovo MoriObinu e il capitano del Ros di Caltanissetta».

Come reagiscono Mori e Obinu alle sue informative?

«Alla Dia, di ogni mia missione, facevo relazioni scritte di servizio con quanto mi diceva Ilardo. Quello che mi diceva me lo appuntavo velocemente su delle agende, ovviamente in maniera sintetica, in modo da fare subito memoria, e facevo la relazione di servizio che mandavo alla sede centrale della Dia, che poi venivano indirizzate alle sedi competenti. Qualcosa di più urgente la dicevo a Catania e a Palermo. Ad esempio, a Catania avevo stabilito un ottimo rapporto lavorativo con due ispettori della Dia, Ravidà e Arena, molto seri che, con il loro PM Marino, lavoravano come lavoravamo noi. (Con l’ausilio dei due Ispettori, e grazie alle indicazioni di Ilardo, non mancano i risultati: come la cattura dei capi mafia Aiello Vincenzo (contabile famiglia Santapaola-Siino Catanese); Tusa Lucio capo di una fazione di Cosa nostra operante a Catania ma che dipendeva dai Tusa di Caltanissetta; Fragapane Salvatore, capo della Famiglia di Agrigento. Senza dimenticare l’indagine della DIA di Catania, con la quale vengono azzerati i vertici di “cosa nostra” catanese, con l’identificazione e l’arresto del capo famiglia Aurelio Quattroluni – op. “Chiara luce”, con l’arresto di circa 50 affiliati in due distinte operazioni. Tutti appartenenti al clan Santapaola, responsabili di omicidi ed estorsioni, (fonte Mario Ravidà, ex Ispettore Dia). Efficaci, determinati e seri.»

Alla Dia inviava le sue relazioni di servizio. Cambia qualcosa una volta transitato nel Ros?

«Mori mi fa subito presente di non fare relazioni di servizio. Una nota stonata. Soprattutto per la mia tutela, non farle era fuori da ogni logica. Io rispondo che sono abituato a fare le relazioni. Poi poteva farne ciò che voleva. Avevo i miei contatti con l’autorità giudiziaria, il dott. Caselli mi aveva indirizzato al dott. Pignatone e, quest’ultimo, sapeva che facevo le relazioni di servizio. La prassi era sempre la solita. Ho sempre avuto il riscontro delle relazioni e dei rapporti inviati a Palermo. E, in questi incontri (al Ros, nda), mi dicono di non scrivere i nomi dei politici. Ovviamente era una politica a loro vicina, ma io ho sempre scritto tutto ciò che mi dicevano. Questo è il primo indirizzo che mi lascia un po’ perplesso».

Perché queste richieste? Qual è la sua opinione?

«In quel momento l’ho vista una cosa fuori luogo. Magari, ho pensato, come strategia. Magari non si mette tutto per iscritto e un domani mettiamo una selezione di quello che dicono.»

Ma da parte dei suoi superiori (Subranni, Mori, Obinu) c’era l’interesse di mettere le mani sul latitante mafioso Provenzano?

«Non l’ho vista in una mentalità subito omissiva. L’ho vista in una maniera strategica, nel senso ‘domani scriviamo le cose selezionate’. Ma io non sapendo le scelte che avrebbero potuto fare e sapendo che mi trovavo in Sicilia, e che una Procura tante volte ha un indirizzo diverso dalle altre, dissi: ‘Mi dispiace, ma scrivo tutto’. Anche perché non è una risultanza mia, investigativa. Ilardo me la dice oggi ed è convinto che tutto ciò che mi dice viene subito rappresentato. Il rapporto è diverso, non è frutto di una indagine, che posso scriverla oggi e integrarla domani. Quando c’è un collaboratore di giustizia è diverso. Ilardo aveva completa fiducia in me e non potevo tradire questa fiducia che aveva nelle Istituzioni. In quel momento Ilardo si affida alle Istituzioni. Non vede in me solo il colonnello dei carabinieri, ma vede lo Stato».

Ma lei notava un interesse da parte dei suoi superiori?

«In quell’istante non ho nessuna sensazione negativa. A Mori riferisco tutta l’attività che ho fatto con la Dia, gli consegno le copie delle relazioni che avevo mandato alla Dia. Perché, ovviamente, non poteva iniziare un’indagine senza sapere il passato. Era lui il responsabile e io l’investigatore di punta. Credevo di essere. L’ho reso edotto di tutto. E anche i primi contatti che riprendo con Ilardo in Sicilia, in attesa di entrare, perché non è che io entro subito nel Ros, passano un paio di mesi per formalizzare il mio ingresso. Però, già in quei mesi, faccio riferimento a loro. Tanto è vero che gli mando le relazioni della Sicilia. Quando vado a Catania e incontro Ilardo, anche se non sono organico, faccio la relazione a Mori. Non è che andavo in vacanza a Catania, a mangiare il gelato con Ilardo. Sono andato perché c’erano necessità investigative. In quel momento non ho nessun sospetto che loro non vogliano prendere Provenzano.

(L’evoluzione del mafioso Provenzano – ph linformazione.eu)

Quando Ilardo mi fa comprendere, e arriviamo al 31 di ottobre (1995, nda), che c’è la possibilità di arrestare Provenzano e io lo dico a Mori, già il fatto che quando la mattina gli telefono dicendo ‘Guardi, tra due giorni Ilardo si deve incontrare con Provenzano’, Mori non mi dice ‘vieni immediatamente a Roma e parliamone’. Già questo lo giudico male. Ero abituato con il generale Dalla Chiesa, anche se loro dicono di aver lavorato con il generale ma non ci hanno mai lavorato, al massimo pochi mesi. Io, insieme ad altri, ci ho lavorato sin dall’inizio e conosco la mentalità del generale. Parliamo di investigatori seri. Il generale Dalla Chiesa mi avrebbe detto ‘se non hai la macchina, rubane una e vieni subito a Roma e raccontami tutto’. I tempi erano così stretti, per cui non si poteva parlare per telefono di cose così importanti che necessitano di decisioni tempestive».

E cosa accade?

«Vado subito a Roma e quando presento il fatto e dico ‘guardate, se voi non avete la possibilità di utilizzare i segnalatori’, perché mi ero già attrezzato per prendere Provenzano. Già in passato, quando lavoravo al Ros ho arrestato dei trafficanti sotto copertura, nascondevo dentro al carico dei segnalatori che mi dava l’Ambasciata americana, in modo che ero ulteriormente tutelato per non perdere il carico. Perché può succedere di perdere un pedinamento e per una ulteriore garanzia ci mettevo un segnalatore dentro. Per cui Mori era a conoscenza di queste mie capacità di avere questi dispositivi elettronici, che erano semplici GPS. Allora erano più sofisticati, utilizzati dai piloti americani quando venivano abbattuti per segnalare la loro posizione.

Avevo preparato una cintura e con Ilardo avevamo anche fatto delle prove. E gli dico: ‘quando ti trovi di fronte a Provenzano, per dare a noi la certezza, sposta il pulsante verso la fibbia’. Il segnale da intermittente diventava continuo. Per cui avendo la certezza che Ilardo era di fronte a Provenzano nel giro di pochi istanti, anche perché avevamo fatto tante prove ed eravamo abili ad utilizzare quegli strumenti, potevamo intervenire circondando il posto. Per arrestare il latitante».

E Mori cosa le comunica?

…               

Fine seconda parte/continua      

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Via D’Amelio, una STRAGE di sTATO

“E’ normale che esista la paura, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio”.
#PaoloBorsellino #19luglio1992 #stragediStato

Ore 16:58, 19 luglio 1992via D’Amelio, Palermo

Lo Stato deviato, insieme a Cosa nostra e ad altre entità, uccide il giudice Paolo Borsellino, amico fraterno di un altro magistrato: Giovanni Falcone (già ammazzato con il tritolo nella Strage di Capaci il 23 maggio dello stesso anno).

Nell’esplosione perdono la vita gli Angeli della scorta: Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Agostino Catalano e Claudio Traina.

Dopo 28 anni anni, nel «Paese orribilmente sporco», ancora non si conosce la verità.

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Memoria da rinfrescare: la TRATTATIVA Stato-mafia. Sentenze, Detti e Contraddetti.

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di Paolo De Chiara

LE RICHIESTE DI RIINA

«La Trattativa continuò anche con il Governo Berlusconi. Dell’Utri, lo spiegano i giudici nella sentenza, rappresentò a Berlusconi le richieste di Cosa nostra. E dicono i giudici che quel Governo tentò di adoperarsi, non riuscendoci per motivi che non dipendevano dalla volontà del premier, per accontentare alcune delle richieste di Riina. Dice quella sentenza che un presidente del consiglio del Governo italiano, nello stesso momento in cui era presidente del consiglio, continuava a pagare, come aveva fatto nel 1974, cospicue somme di denaro a Cosa nostra».

Nino Di Matteo, presentazione Il Patto Sporco, Roma, 14 novembre 2018

RAGIONI SFUGGENTI

«Mi sfugge la ragione per cui la mafia avrebbe dovuto scendere a patti con Berlusconi quando ancora non era in politica».

Giorgia Meloni (PdL), 8 agosto 2012

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/1 

P.M. DEL BENE «Le fece proprio il nome di Dell’Utri?»

IMPUTATO BRUSCA «Sì.»

P.M. DEL BENE «Senta, Mangano le rappresentò solo di avere incontrato Dell’Utri o anche altri soggetti?»

IMPUTATO BRUSCA «Doveva incontrarsi… il messaggio era diretto a Silvio Berlusconi, poi in quella circostanza non mi ha detto… ma ha incontrato solo Marcello Dell’Utri, poi il successivo, se il messaggio è arrivato anche a Berlusconi, questo non ho avuto modo di approfondirlo… L’obiettivo era Marcello Dell’Utri però il punto finale era Silvio Berlusconi”.

Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018

NE AVESSE AZZECCATA UNA

«Il processo Stato-mafia si concluderà con il totale flop dell’inchiesta di Antonio Ingroia & soci. È una bufala su cui si sono costruite carriere immeritate: non c’è una sola prova seria a sostegno di questa allucinazione».

Pino Arlacchi, Panorama, 24 febbraio 2014

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/2 

Riina parla di Berlusconi e delle speranze al tempo riposte su quest’ultimo (“…No …no… è vigliacco… di avere fattu la legge la nel Codice Penale (inc.) fatto il Codice Penale… quando era in possessu di (inc.) la leggi… perché io tannu ci credeva che lui avissi fàttu (inc.) con questi Magistrati con questi Magistrati… con questi disgraziati, eh speravo… speravo poi (inc.) incominciò… (inc.) a niatri (inc.)..)”.

Intercettazione ambientale del 4 ottobre 2013, Totò Riina a passeggio con Alberto Lo Russo, Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018

IL MEDIATORE MAFIOSO

Diventa definitiva la sentenza contro l’ex senatore di Forza Italia per concorso esterno in associazione mafiosa. La Procura: “E’ stato il garante dell’accordo tra Berlusconi e Cosa Nostra”.

“Per diciotto anni, dal 1974 al 1992, Marcello Dell’Utri è stato garante dell’accordo tra Berlusconi e Cosa nostra“, aveva sostenuto il pg Galasso davanti alla Corte. “In quel lasso di tempo”, aveva osservato il pg, “siamo in presenza di un reato permanente“. “Infatti, la Cassazione, con la sentenza del 2012 con cui aveva disposto un processo d’appello-bis per Dell’Utri, aveva precisato che l’accordo tra Berlusconi e Cosa nostra, con la mediazione di Dell’Utri“, ha aggiunto Galasso, “c’è stato, si è formato nel 1974 ed è stato attuato volontariamente e consapevolmente“.

La Repubblica, 9 maggio 2014

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/3 

Poi, Riina fa un cenno all’elenco delle richieste che secondo Massimo Ciancimino egli avrebbe redatto (“… Ponnu riri… vinni…, vinni…, vinni… cosu… Cianciminu. Ma Cianciminu vinni ci purtò a ste… ste elencu… mu rasssi… mu rassi ste elencu ca u fazzu esaminari… (inc.) hanno visto (inc.)..”).

Intercettazione ambientale del 4 ottobre 2013, Totò Riina a passeggio con Alberto Lo Russo, Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018, pag. 4512

SFUGGENTI REAZIONI CON ALLEANZA ANNESSA

“Troppe ombre, troppi non detti e troppe cose poco chiare caratterizzano questa vicenda: il popolo italiano ha il diritto di sapere cosa sia successo veramente”.

“Il sacrificio dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e di tutti gli eroi caduti nella guerra alla mafia non può e non deve essere vano. Nel giorno in cui ricorre l’anniversario della sua nascita il mio pensiero e quello di tutta la comunità umana e politica di Fratelli d’Italia va ai suoi famigliari e parenti. Una ricorrenza che cade in un momento particolare visto che è in corso la requisitoria dei Pm al processo sulla trattativa Stato-Mafia. Il mio augurio è che quello di oggi possa essere un ulteriore passo in avanti per arrivare, dopo tanti anni, ad accertare la verità”.

Giorgia Meloni, alleata con Berlusconi, Fratelli d’Italia, 19 gennaio 2018

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/4 

Da segnalare, però, che, nel corso del colloquio con Lo Russo, Riina esprime un concetto che conferma una sua precedente esternazione captata da un agente della Polizia Penitenziaria. Secondo quando il teste Bonafede ha riferito, infatti, Riina il 31 maggio 2013 ebbe, tra l’altro, a dire “io non cercavo a nessuno, erano loro che cercavano a me”. Ora, vi sono chiari elementi per escludere che Riina si riferisse alla sua latitanza e che confermano che, invece, egli si sia riferito alla “trattativa” ed al fatto che furono altri a sollecitarla.

Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018, pag. 4512

E LUI PAGA…

L’Italia ha avuto un presidente del consiglio che pagava Cosa nostra mentre sedeva a Palazzo Chigi. E non negli anni Cinquanta, ma almeno fino alla fine del 1994 quando la mafia aveva già mostrato il suo volto più feroce: aveva fatto a pezzi Giovanni FalconeFrancesca Morvillo, Paolo Borsellino, otto agenti di scorta, dieci civili, comprese due bambine. Quel presidente del consiglio si chiama Silvio Berlusconi ed elargiva denaro ai mafiosi sempre nello stesso modo: tramite il fido Marcello Dell’Utri.

Il Fatto Quotidiano, 19 luglio 2018

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/5 

Nel corso della relativa conversazione con Adinolfi il Graviano manifesta la convinzione che nel 1994 il Presidente del Consiglio dei Ministri Berlusconi avrebbe abolito la pena dell’ergastolo se non avesse trovato una opposizione interna in altre componenti del Governo (“… come no, Umbè? Allora, poi un’altra cosa. Per quanto riguarda u governo ri Berlusconi. Perché Berlusconi non ha fatto alcune cose … Non è che io lo sto difendendo… aveva… (inc.)… a Casini … e ti stavo dicendo… aveva anche a Bossi contro. Picchì? Quannu aviano fatto… tu rici ma tiri sempre acqua o to mulino? Quando avevano fatto u codice penale stavanu abbulennu l’ergastolo. Mi sono spiegato? Poi subito attaccato ri Bossi… ri Casi… Casini u sai chi dissi? “Ma come togliere l’ergastolo?” Minchia, si sii cattolico, pezzo ri ‘nfame chi un sii autro! Eh… Poi all’ultimo, quando Fini si arriva a questa rottura, dice: “sì, va bene, si u purtamo a trent’otto anni va bene, dice, arrivato a un certo punto, sono trent’otto anni”. Questo è il motivo… “).

Si tratta di un passo della conversazione “in chiaro”, così come quasi tutti quelli del colloquio di quel giorno con Adinolfi allorché il Graviano fa altri riferimenti a Berlusconi, al fatto che questi, dopo essere stato eletto nel 1994, non aveva mantenuto gli impegni presi.

Intercettazione ambientale del 19 gennaio 2016, conversazione durante il “passeggio” tra Giuseppe Graviano e Umberto Adinolfi, Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018, pagg. 4601 e 4602

E LUI SCAPPA…

Ha seguito le indicazioni dei suoi legali e, di fatto, ha voltato le spalle all’amico di una vita, Marcello Dell’Utri. Nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo è finito oggi un sodalizio lungo oltre 40 anni: affari, amicizia, il progetto politico che portò a Forza Italia, successi, denaro e potere. Tutto cancellato quando Silvio Berlusconi, ascoltando il consiglio dei suoi avvocati, ha comunicato ai giudici di non volere testimoniare a favore del collaboratore di sempre, Marcello Dell’Utri nel processo sulla trattativa Stato-mafia.

Il Sole 24 Ore, 11 novembre 2019

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/6 

Brusca, poi, ha ugualmente confessato di avere incaricato successivamente Vittorio Mangano di contattare Dell’Utri e Berlusconi per richiedere loro di adoperarsi per i provvedimenti oggetto delle pregresse richieste dei mafiosi, prospettando, però, espressamente, ai medesimi Dell’Utri e Berlusconi, che, in caso di non accoglimento di quelle richieste, sarebbe stata portata avanti la strategia stragista di “cosa nostra” (dich. Brusca: “… E di dirgli se non si mette a disposizione noi continueremo con la linea stragista…”).

Ed è stato accertato che, in continuità con quell’incarico ricevuto anche dal Brusca (oltre che dal Bagarella), Mangano proseguì i contatti con Dell’Utri anche successivamente all’insediamento del Governo Berlusconi e, nei fatti, dunque, indipendentemente dal carattere dell’approccio con il medesimo Dell’Utri, rinnovò la minaccia indirizzata al Governo e dal detto destinatario percepita nella persona del suo Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi.

Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018, pag. 4651

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/7 

Lo stesso Mori, invero, ha riferito di avere, ad un certo punto, rivolto, tra l’altro, a Vito Ciancimino la seguente frase: “Ma signor Ciancimino, ma cos’è questa storia qua? Ormai c’è muro, contro muro. Da una parte c’è Cosa Nostra, dall’altra parte c’è lo Stato? Ma non si può parlare con questa gente?”.

Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018, pag. 4895

ALTRO SANGUE

«Quindi Cosa nostra fa le stragi nel periodo in cui il Presidente del Consiglio, secondo le conclusioni di questa Sentenza, finanzia Cosa nostra.

Forse cominciamo a capire perché non si deve parlare di questa sentenza.

Forse cominciamo a capire perché questa sentenza è scomoda perché parla di diffuse omertà istituzionali, perché parla di Presidenti della Repubblica che hanno mentito.

Perché parla di esponenti politici che hanno riferito, pur essendo già stati interrogati nei processi che celebrammo a Caltanissetta vent’anni prima, fatti importantissimi accaduti nel periodo delle stragi solo dopo che il figlio di un mafioso, Massimo Ciancimino, aveva detto qualcosa. Dice che la Trattativa non evitò altro sangue, ma lo provocò.  

Nino Di Matteo, presentazione Il Patto Sporco, Roma, 14 novembre 2018

Il Fatto Quotidiano, 21 aprile 2018

da WordNews.it

‪#‎LATRATTATIVA‬ sTATO-MAFIA, Campobasso, 26 marzo 2015

manifesto trattativa, 26 marzo 2015

‪#‎LATRATTATIVA‬ sTATO-MAFIA
Campobasso, 26 marzo 2015
ore 19:00 APERTURA prima della proiezione con il giornalista Paolo De Chiara e Cristiana Muccilli (Libera Molise).
ore 20:00 Proiezione del Film
ore 21:45 Dibattito con l’autrice del film Sabina Guzzanti

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Corte d’Assise di Firenze, sentenza Francesco TAGLIAVIA (condannato per concorso nelle stragi del ’93), 2 marzo 2012

“Una trattativa indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des. L’iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia”.

———– da IL FATTO QUOTIDIANO, 3 settembre 2014 —————————————

“Senza la cosiddetta Trattativa oggi avremmo un Paese migliore. E Falcone e Borsellino sarebbero ancora in vita”. Sabina Guzzanti racconta così il suo film – La trattativa – presentato al Lido fuori concorso. Accolto splendidamente ad entrambe le proiezioni stampa, il film è stato applaudito anche durante la conferenza stampa internazionale. Ma cerimoniali a parte, il suo nuovo lavoro per il cinema è stato salutato con attenta positività dalla maggioranza degli operatori presenti in Mostra. Guzzanti, da parte sua, ha “salutato” il cinema come “quel medium artistico,così speciale, la cui dimensione collettiva gli fornisce una forza che gli altri media non hanno”. Anche, evidentemente, per opere così particolari come la sua, dal connubio forma/contenuto/sensibilità mai banali. Ne La trattativa, i fatti indiscutibilmente accaduti sono riprodotti per ricostruzione teatrale, resi da magnifica recitazione “brechtiana” da altrettanto magnifici interpreti. Seppur abituati alla precisione della “ricercatrice Guzzanti” rispetto alle fonti, in questo film colpisce la quantità raccolta alla base del progetto. Come dunque si è procurata i materiali e gli atti processuali? “Innanzitutto vi informo che a Radio Radicale sono a disposizione tutti i processi sulla questione Stato-Mafia; il mio sforzo iniziale è stato capire come funzionano i processi.. anche perché io – per fortuna – non ho una formazione giudiziaria”.

Nel corso della conferenza stampa, Sabina ha poi espresso quello che per lei è lo scopo del film, ovvero “mettere tutti – specie chi non si informa sui media e giornali – in grado di conoscere i fatti che hanno cambiato il corso della nostra democrazia. Questo perché troppo spesso si sente parlare genericamente della questione Stato-Mafia”. La raccolta e approfondimento della materia non sono stati naturalmente semplici. Ed anzi, spiega, “più studiavo e più mi sentivo vittima di depressione e paura: ho anche pensato cose tipo ‘questa volta me ne vado dall’Italia’”. Nel periodo preso in esame dalla pellicola – i primi anni ’90 – “l’Italia stava cambiando ma sembra che le istituzioni italiane avessero paura della democrazia stessa, sembra che prendessero qualunque decisione pur di evitare che si realizzasse”. Il punto a cui vuole arrivare la Guzzanti è il senso (o mancanza) di responsabilità della politica, certamente in quegli anni acuti, ma anche in generale. E non solo, “tale senso di responsabilità deve riguardare tutti i cittadini: non è giusto delegare tutto alla magistratura”.

“Tenete presente che questo è un film inattaccabile nei suoi contenuti: considerate che ogni parola del film è stata controllata 1.671 volte”. E come esempio di inattaccabilità dei fatti narrati, ripercorre la mancata perquisizione del covo di Totò Riina: “La cui perquisizione avrebbe messo al muro Cosa Nostra. Se avessero aperto quella cassaforte avrebbero trovato tutti i collaboratori di Riina, perché tutti i mafiosi tengono custoditi i nomi dei collaboratori per poterli ricattare”. Puntuale e determinata, Sabina Guzzanti precisa ancora: “Il processo è uno strumento per cercare la responsabilità penale di un reato, ma in Italia solo dal ’92/’93 l’opinione pubblica ha iniziato a ragionare anche prima che arrivino o meno le condanne”, un’affermazione che in qualche modo affronta il modus attraverso il quale media/vox populi e operatori della giustizia in senso stretto oggi tendono o meno a conformarsi. Ed altrettanto dure sono le parole arrivate rispetto alle domande sulle pressioni del presidente Giorgio Napolitano: “E’ documentato che Napolitano abbia fatto pressioni sulla Cassazione e su Grasso: la lettera di Marra scritta alla Cassazione è un fatto”. Last but not least, Sabina è stata interrogata rispetto alla sua presenza a una Mostra in cui è programmato anche il film Belluscone di Franco Maresco: “Attenzione, il mio non è un film su Berlusconi, è un film sullo Stato italiano e sulla Mafia”.

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La carica dei trecento che hanno scelto di sapere

Un successo la serata organizzata dal MoVimento 5 Stelle in compagnia di Sabina Guzzanti e la sua “Trattativa”

Il Molise, invece, si è distinto: ha scelto di sapere. E non capita spesso. Sono state centinaia le persone che hanno affollato il Cinema Maestoso per una serata aperta dall’introduzione storica di Franco Novelli di ‘Libera contro le Mafie’ e proseguita con le staffilate del giornalista e scrittore Paolo De Chiara: “Paolo Borsellino muore per la trattativa tra i boss corleonesi e pezzi delle istituzioni”, cita. Poi il parallelo e una nuova citazione, quella di don Peppe Diana che diceva: per amore del mio popolo non tacerò. “Neanche noi dobbiamo tacere – ha detto De Chiara – Non possiamo continuare a parlare di Molise come isola felice”. Un Molise toccato direttamente o indirettamente da traffico di rifiuti tossici, droga, addirittura, armi.

Sabina Guzzanti a Campobasso
Sabina Guzzanti a Campobasso

Paolo De Chiara
Paolo De Chiara