Agenda Rossa: spunta fuori «una novità assoluta»

L’INTERVISTA/Prima parte. Cosa è successo in via D’Amelio? Prima, durante e dopo la strage di Stato? Stavano aspettando il “botto” per impadronirsi dell’Agenda Rossa del magistrato? Lo abbiamo chiesto ad Angelo Garavaglia Fragetta, uno dei fondatori del Movimento Agende Rosse e collaboratore di Salvatore Borsellino. «Francesco Maggi fa la relazione di servizio in cui dice di aver preso la borsa il 21 dicembre del 1992. Cinque mesi dopo rispetto al giorno della strage. Questa relazione di servizio viene fatta su richiesta di Arnaldo La Barbera, che noi sappiamo essere un depistatore di indagini. Qualche giorno prima del 21 dicembre 1992 questa borsa viene repertata. Viene aperta e se ne scopre il contenuto. Ci sono varie cose. C’è anche un biglietto con scritto ‘Ritrovato sul luogo della strage, assistente Francesco Maggi’. Questa è prima volta che viene fuori. Questa è una novità assoluta.»

Agenda Rossa: spunta fuori «una novità assoluta»
I fotogrammi sono stati gentilmente concessi da Angelo Garavaglia Fragetta

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Per me è uno snodo fondamentale l’Agenda Rossa. Chi ha ucciso Paolo è chi ha prelevato l’Agenda Rossa. Sicuramente». Parole pronunciate da Salvatore Borsellino durante la lunga intervista rilasciata a WordNews. Ma da chi è stata prelevata l’Agenda del magistrato ucciso nell’eccidio di via D’Amelio il 19 luglio del 1992?

È stata una mano mafiosa? «No, assolutamente no.», spiega Salvatore. «Che cosa poteva interessare ai mafiosi l’Agenda Rossa di Paolo. C’erano riportate delle cose che, sicuramente, non interessavano alla mafia.»

Dal verbale della Procura della Repubblica di Caltanissetta del giorno 5 novembre 1992 è possibile apprendere il contenuto di un sacchetto e della borsa “di pelle marrone, chiusa e bruciacchiata” di Paolo Borsellino. Negli uffici della Procura sono presenti Fausto Cardella, sostituto procuratore della Repubblica, assistito da Franca Ferreri con l’ausilio di ufficiali di polizia giudiziaria della sezione carabinieri.

Nel sacchetto di plastica vengono trovati i seguenti oggetti: 1) Borsa in pelle marrone, chiusa e bruciacchiata (rientra tra gli oggetti presenti nel sacchetto?, nda); 2) un paio di occhiali; 3) un mazzo di chiavi; 4) un pacchetto di fazzoletti di carta; 5) uno scontrino fiscale; 6) n.3 fogli di carta spillati. “Detti oggetti erano contenuti in un sacchetto di plastica aperto nel quale vi era anche un biglietto nel quale si legge: «Rinvenuto sul luogo della strage, ass. Maggi Francesco»”.

Ed ecco l’elenco degli oggetti contenuti nella borsa del magistrato: un pacchetto di sigarette Dunhill con tre sigarette, un crest nel Nucleo carabinieri di Palermo, un paio di pantaloncini da tennis bianchi, un costume da bagno, un carica batteria per telefono con batteria ed accessori, un altro pacchetto di Dunhill, un pezzo di giornale strappato.

Cosa è successo in via D’Amelio? Prima, durante e dopo la strage di Stato? Stavano aspettando il botto per impadronirsi degli appunti del magistrato? Che fine ha fatto l’Agenda Rossa di Paolo Borsellino?

Lo abbiamo chiesto ad Angelo Garavaglia Fragetta, uno dei fondatori del Movimento Agende Rosse e collaboratore di Salvatore Borsellino.

Perché abbiamo deciso di coinvolgerlo? Perché grazie al suo lavoro, dopo anni di silenzi e menzogne, sono emerse novità importanti intorno al “furto” dell’Agenda.

«Ho fatto una serie di analisi sui video. È stato fatto un primo video, un collage di pezzi di video, senza nessun commento. Servivano ad accompagnare l’arringa del nostro avvocato. Già da lì si evincevano numerose cose».

Tipo?

«Alcuni orari in cui succedevano determinate cose. Quel giorno la Procura ha pensato di non presenziare. Non ha visto, quindi, il video. Comunque rimasto agli atti. Dopodiché abbiamo deciso di fare un video con audio, in cui spiegavamo determinate cose. A quel punto, la Procura di Caltanissetta ha dovuto aprire un’inchiesta. C’erano nuovi spunti per le indagini.»

Partiamo dall’inizio. Ritorniamo al 19 luglio del 1992 in via D’Amelio. Alle ore 16:58 esplode la Fiat 126, imbottita di tritolo. Cosa succede dopo la strage?

«Le prime immagini che si vedono, intorno alle 17:20, lasciano intravedere il fatto che sul luogo dove è scoppiata la bomba ci sono numerosi focolai di incendio. I primi ad arrivare sono stati i Vigili del Fuoco che cercavano di spegnerli. Sul luogo dell’eccidio si scorgono il dott. Ayala e Giovanni Arcangioli, sono arrivati lì abbastanza presto.»

Che ruolo avevano, in quel momento, i due soggetti citati?

«Ayala era da poco diventato un deputato della Repubblica, dopo essere stato per tanti anni magistrato e aver svolto nel Maxi Processo il ruolo di PM; Arcangioli era un capitano dei carabinieri che quel giorno era di turno.»

A che titolo si trovano sul luogo della strage?

«Arcangioli era di turno ed era abbastanza naturale che fosse lì, il dott. Ayala abitava a circa 300, 400 metri al massimo da via D’Amelio. In quel momento era a casa, stava aspettando – dice lui – Cavallaro che doveva fare un’intervista per il suo libro. Quando ha sentito lo scoppio, con gli uomini della sua scorta, si è recato in via D’Amelio. Dopo 20 minuti era lì, fondamentalmente.»

Ritorniamo alle immagini.

«C’è questa immagine, ripresa da lontano, in cui si vedono Arcangioli e Ayala che sono bloccati dalle fiamme e non riescono ad entrare in via D’Amelio. Ayala è sempre circondato da almeno quattro persone, due uomini della sua scorta più altre persone che lo seguono sempre. Ho individuato l’orario preciso in cui viene asportata la borsa dalla macchina di Paolo, quella immagine in cui è presente Arcangioli con la borsa in mano. Nei video si vedono alcune immagini, si vede lui con la borsa in mano. In particolare, ho estrapolato un’immagine e si vede l’ombra proiettata dal sole sui palazzi, e andando in via D’Amelio, un altro anno, ho fatto le stesse foto per cercare di capire a che ora avvenivano determinate cose.»

A che ora, quindi, viene asportata la borsa?

«Dall’ombra sul palazzo ho desunto che l’orario dell’esportazione della borsa fosse intorno alle 17:30/17:31. Trentadue, trentatré minuti dopo lo scoppio.»

Da chi viene asportata, per la prima volta, la borsa?

«La teoria è che ci sono diverse asportazioni della borsa. Tra le 17:20 e le 17:32 ci sono delle immagini che dimostrano che Ayala era nel giardinetto, all’interno del cancello, dove è stato trovato il corpo di Paolo Borsellino. Alle 17:30 si vede Arcangioli con la borsa in mano che esce, va verso l’uscita di via D’Amelio. Percorre, dal fondo di via D’Amelio, tutta la strada per uscire…»

Per andare?

«Non si sa bene dove.»

Con la borsa in mano?

«Con la borsa in mano. Ci sono state diverse versioni. Lui e Ayala hanno versioni diverse della stessa cosa. Lui dice (Arcangioli, nda) che ha preso questa borsa, l’ha aperta davanti ad Ayala, ha visto che dentro c’era solo un crest dei carabinieri ed altre cose di poco conto. E non si ricorda se lui o qualcuno, su sua indicazione, ha rimesso la borsa dentro la macchina.»

Arcangioli non parla dell’Agenda Rossa?

«No. Quando gli chiedono se dentro ci fosse l’Agenda Rossa lui dice no, c’era solo il crest dei carabinieri e altri oggetti.»

Che fine fa la borsa di Paolo Borsellino?

«Torna in macchina.»

Perché la borsa viene rimessa nella macchina? Qual è la logica?

«Secondo me non c’è nessuna logica. Nel senso che le macchine erano ancora interessate dagli incendi, dai ritorni di fiamma. I vigili sono continuamente impegnati a spegnere questi ritorni di fiamma. In un video, intorno alle 17:40, in cui si vede proprio che i vigili stanno di nuovo spegnendo la macchina di Paolo. Rimettere la borsa in macchina non aveva proprio nessun senso. Non c’era nessun motivo. La borsa andava repertata, che sia tornata in macchina è una stortura impressionante, una delle tante. Una delle peggiori.»  

Viene rimessa in macchina. E dopo cosa succede?

«Ufficialmente l’asportazione successiva dovrebbe essere quella di un poliziotto, l’assistente Francesco Maggi che dice che ha preso la borsa e l’ha portata nell’ufficio del questore La Barbera, dove poi verrà ritrovata. Mesi e mesi dopo.»

Senza Agenda?

«Senza Agenda, ovviamente. Questa versione pone dei dubbi molto, molto forti.»

Perché?

«Praticamente ci sono quattro indizi importanti al riguardo. Quando Maggi dice di aver preso la borsa afferma di averla presa da una Croma azzurra in cui all’interno c’era anche una mitraglietta M12. Questa macchina in realtà è quella degli uomini di scorta, che stava un paio di metri indietro a quella di Paolo. Per cui già la macchina, su cui dice di averla presa, è quella sbagliata. Poi, quel giorno, i segretari di Arnaldo La Barbera a cui doveva essere consegnata questa borsa non si ricordano la presenza di Maggi. Anzi di più, dicono che se qualcuno ‘ci avesse dato un reperto così importante, come la borsa del magistrato, noi l’avremmo sicuramente messa dentro l’armadio blindato dell’ufficio. Non l’avremmo certo lasciata sul divanetto’, dove poi è stata ritrovata.»

Il terzo indizio?

«Francesco Maggi fa la relazione di servizio in cui dice di aver preso la borsa il 21 dicembre del 1992. Cinque mesi dopo rispetto al giorno della strage. Questa relazione di servizio viene fatta su richiesta di Arnaldo La Barbera, che noi sappiamo essere un depistatore di indagini

Perché, cinque mesi dopo, viene fatta questa richiesta?

«Perché in quel momento c’era il PM Cardella che stava indagando sulla sparizione dell’Agenda Rossa. Già all’epoca era aperta questa indagine. E avendo trovato questa borsa sul divanetto di Arnaldo La Barbera si chiedeva cosa ci facesse lì. A quel punto La Barbera aveva bisogno di una pezza d’appoggio, perciò viene fatta fare la relazione a Maggi.»

Possiamo spiegare meglio?

«Il PM Cardella vede la borsa nell’ufficio di La Barbera e la reperta il 5/11. Più di un mese dopo La Barbera chiede a Maggi di produrre una relazione di servizio che giustifichi la presenza della borsa nel suo ufficio.»

Perché La Barbera lo chiede a Maggi?

«Prima del 21 dicembre 1992 (esattamente il 5 novembre dello stesso anno, nda) questa borsa viene repertata. Viene aperta e se ne scopre il contenuto. Questa borsa sembra essere o dentro o accanto un sacchetto di plastica. Vengono repertare le cose che ci sono all’interno della borsa e del sacchetto. Ci sono varie cose, tipo un costume, un pacco di fazzoletti di carta, il crest dei carabinieri.

E poi c’è anche un biglietto con su scritto ‘Ritrovato sul luogo della strage, assistente Francesco Maggi’.

Questo bigliettino, secondo me, è il motivo per cui Arnaldo La Barbera chiede a Francesco Maggi di fare la relazione di servizio.

Il problema grosso è che su questo bigliettino si legge ‘Ritrovato sul luogo della strage’, quindi a qualsiasi cosa si riferisse Francesco Maggi, poteva essere il crest, poteva essere il mazzo di chiavi, poteva essere qualsiasi cosa che fosse maschile. Ma sicuramente non poteva essere una borsa di cuoio.»

Il quarto indizio, quindi, è il bigliettino?

«Sì, il biglietto ritrovato sul luogo della strage. A cosa fosse attaccato non lo so.»

Cosa ha detto Maggi, in questi anni, su questo bigliettino?

«Questa è la prima volta che viene fuori. Questa è una novità assoluta. Quando ho proiettato il video con questo aggiornamento alla presenza di un magistrato da sempre impegnato nella lotta alla mafia mi ha guardato e ha detto: ‘questo non è materiale giornalistico, questo è materiale per gli investigatori’

Perché è una novità se il biglietto (“Rinvenuto sul luogo della strage ass. Maggi”) è già presente nel verbale del 5 novembre del 1992?

«A livello mediatico è la prima volta che viene fuori.»

Ma in tutti questi anni Maggi è mai stato sentito su questo bigliettino?

«No. Non è mai stato sentito sul bigliettino. È la prima volta che qualcuno fa notare questa cosa. Il verbale parla di una borsa e del suo contenuto e di un sacchetto e del contenuto di questo sacchetto.»  

Ma come viene aperta l’indagine se, ufficialmente, nella borsa non viene “trovata” l’Agenda Rossa? Prendono la borsa, la riprendono, ma nessuno trova l’Agenda, diciamo così. Ufficialmente, quindi, è come se questa Agenda non esistesse. Perché, quindi, viene aperta una indagine?

«Nel 2005 viene aperta l’inchiesta perché viene trovata la foto di Arcangioli con la borsa in mano.»

Qual è lo spunto che permette l’inizio dell’inchiesta?

«Tutto parte dalla richiesta dei familiari. Dicono subito che manca quell’Agenda Rossa, che loro sapevano essere all’interno della borsa.»

Quando viene fatta questa richiesta?

«Viene fatto subito.»

Nell’immediato?

«Sì.»

E nel 2005 viene aperta l’inchiesta?

«Perché la versione ufficiale fino a quel momento, che era stato Maggi a portare la borsa nell’ufficio di La Barbera, viene smentita dalla foto in cui si vede Arcangioli con la borsa in mano.»

Tredici anni dopo?

«Esatto.»   

Quante asportazioni della borsa di Borsellino ci sono state?

«Partendo dal presupposto che questa ultima asportazione (quella di Maggi, nda) sembra la più inverosimile, guardando tutti i video e riascoltando tutte le testimonianze, credo di aver individuato la seconda asportazione della borsa, quella di cui parla Ayala. Mettere insieme la testimonianza di Ayala e quella di Arcangioli è praticamente impossibile. Ho sempre pensato che uno dei due mentisse o stessero parlando di due asportazioni diverse.

Intorno alle 17:40/42 ho estrapolato un’immagine in cui si vede Ayala e tutta una serie di persone accanto alla macchina di Paolo.

Dalla ricostruzione fatta da Ayala, lui arriva in via D’Amelio, viene fermato perché devono spegnere il fuoco, poi passa vicino alla macchina di Paolo, si accorge che quella è la macchina di Paolo e chiede, addirittura, di aprirla per vedere se c’è qualcuno all’interno e dopo va nei giardinetti.

Va nel giardinetto, riconosce il corpo di Paolo dopodiché dice ‘torno verso la macchina aperta e vedo che all’interno c’è una borsa’. E a quel punto lui dà delle versioni: ‘l’ho presa io’, ‘l’ha presa un ufficiale dei carabinieri’, ‘l’ha presa un uomo con abiti civili’. Io mi sono concentrato sui punti in comune e, in pratica, i punti in comune sono che lui quella borsa non la tiene in mano, ma la consegna o la fa consegnare a un ufficiale dei carabinieri che c’è lì vicino.

Questa versione viene confermata dal suo amico Felice Cavallaro che si ricorda addirittura il grado di questo ufficiale, perché riconosce due stellette con la torre sulla divisa estiva.»

Chi è questo tenente colonnello?

1 parte/continua

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L’intervista di Salvatore Borsellino

PRIMA PARTE«Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

SECONDA PARTE. Borsellino: «Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

TERZA PARTE. Borsellino«L’Agenda Rossa è stata nascosta. E’ diventata arma di ricatto» 

  • Leggi anche:

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

  • Per approfondimenti:

Impastato: «La mafia è nel cuore dello Stato» 

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

  • L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato:

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

Borsellino: «L’Agenda Rossa è stata nascosta. È diventata arma di ricatto»

L’INTERVISTA a Salvatore BORSELLINO/Terza ed ultima parte. DEPISTAGGI DI STATO. «La sentenza del Borsellino quater, che è la prima sentenza che fa un po’ di luce su quella che è stata la strage di via D’Amelio, dice che c’è stato un depistaggio e non soltanto. Un depistaggio di Stato. Ci sono stati funzionari di Stato che hanno messo in bocca a Scarantino quello che Scarantino non poteva conoscere». Ma dove è finita l’Agenda Rossa rubata da una mano “amica”? «L’Agenda Rossa non doveva essere distrutta, doveva sparire. E c’era chi attendeva in via D’Amelio che ci fosse quella esplosione per mettere in atto tutto quello che è stato fatto. L’Agenda Rossa non doveva sparire altrimenti l’assassinio di Paolo non sarebbe servito a nulla».

Borsellino: «L’Agenda Rossa è stata nascosta. È diventata arma di ricatto»
L’Agenda Rossa (le foto sono state gentilmente concesse da Rita Rossi)

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Una Paese fondato sui depistaggi. Per nascondere la verità, per non far emergere le responsabilità. Da Salvatore Giuliano a Peppino Impastato, da Pino Pinelli (l’anarchico accusato della strage di Piazza Fontana, lanciato dalla finestra della questura di Milano) ad Attilio Manca. Senza dimenticare Ilaria Alpi, fino a Stefano Cucchi.  Da piazza Fontana alla stazione di Bologna, passando per via D’Amelio. L’elenco è drammaticamente lungo. Il Paese è senza vergogna. Per colpa di questi maledetti manovratori, inseriti nelle Istituzioni della Repubblica.

Hanno giostrato, imbrogliato, occultato, inquinato. Ucciso. Altro che mafia. Hanno superato le mafie. In questi secoli hanno utilizzato i criminali per i lavori sporchi: prima i mafiosi, poi i terroristi. Poi ancora i mafiosi. La manodopera, la longa manus per compiere omicidi e stragi. Veri e propri eccidi di Stato. Compiuti da killer di Stato. Peggio dei mafiosi, più schifosi e pericolosi dei mafiosi. Senza anima, senza pietà. Per il potere, per mantenere i loro maledetti equilibri.

Non hanno mai guardato in faccia a nessuno. I loro progetti dovevano (e devono) andare avanti. Senza ostacoli. Chi può creare qualche problema deve essere eliminato. «Lo sai… tra oggi e domani dovrebbero ammazzare a Falcone, lo dovrebbero ammazzare con un lanciamissili». Sono due mafiosi che parlano tra di loro. Ma il piano salta, viene rinviato.

«Si venne a sapere – spiega uno dei due – che la cosa non era stata fatta in quanto, da parte dei politici era stata data assicurazione che Falcone sarebbe stato bruciato politicamente». Non ci riusciranno politicamente. Lo faranno saltare in aria in autostrada, a Capaci. Insieme alla sua signora e alla sua scorta.

Come faranno saltare in aria Borsellino. Il nuovo ostacolo. Non hanno guardato in faccia a nessuno questi vigliacchi. Persone senza dignità. A Borsellino lo hanno ridotto a brandelli. Lo stavano aspettando in via D’Amelio, per rubare la sua Agenda. La loro arma di ricatto.

Ed è iniziato il depistaggio. Hanno utilizzato una versione di comodo. Il metodo è sempre lo stesso. Per via D’Amelio questi idioti hanno tirato fuori dal cilindro il balordo Scarantino. Gli hanno fatto imparare la lezione a furia di botte. Ma sono stati scoperti. I processi, è vero, ancora non rendono giustizia. Ma ognuno di noi sa benissimo che quella “accertata” non è la verità.  Siete voi i balordi.

E proprio sul più grande depistaggio della storia di questo Paese riprendiamo e concludiamo l’intervista a Salvatore Borsellino, il fratello del magistrato Paolo. Per non dimenticare l’Agenda Rossa rubata da mani “amiche”. «Chi ha ucciso Paolo è chi ha prelevato l’Agenda Rossa».                  

Anche su via D’Amelio ci sono stati dei depistaggi. Non possiamo non citare la vicenda del falso pentito Scarantino. Ma possiamo parlare di depistaggio di Stato?

«La sentenza del Borsellino quater, che è la prima sentenza che fa un po’ di luce su quella che è stata la strage di via D’Amelio, dice che c’è stato un depistaggio e non soltanto. Un depistaggio di Stato.

Ci sono stati funzionari dello Stato che hanno messo in bocca a Scarantino quello che Scarantino non poteva conoscere. Una cosa che risalta agli occhi è questa: quando, finalmente, dopo i due processi deviati dal depistaggio di Scarantino, si è arrivati alla collaborazione di Spatuzza, quindi a sapere effettivamente quello che era successo – come il furto della 126 e tante altre cose –, le stesse cose dette da Scarantino, che non poteva sapere.

Scarantino non era nient’altro che un balordo di quartiere.

Chi ha messo in bocca a Scarantino quelle cose erano personaggi di certi ambienti. Per me l’ipotesi più probabile è che conoscevano quello che era successo, perché avevano direttamente partecipato. Spatuzza dice che c’è un personaggio nel garage di Palermo, quando la 126 viene riempita di esplosivo, che non è un mafioso.

Nel Borsellino quater Scarantino era ancora imputato di calunnia, a cui era stato costretto con torture fisiche e psicologiche che sono durate per anni. È stata soltanto la mia parte civile, oltre ovviamente agli avvocati di Scarantino, a richiedere la sua assoluzione. Per me Scarantino è la settima vittima di via D’Amelio. Perché è stato massacrato, hanno addirittura tentato di farlo autoaccusare di un assassinio.»

Quale assassinio?

«Dell’agente Agostino.»

Lei cosa si aspetta da questo processo?

«Tanto. È uno dei punti fondamentali che possono portare alla verità. Sempre se la verità verrà perseguita. Cosa che non avviene, sicuramente, a Caltanissetta.

Sono convinto che, fin quando le indagini sulla strage di via D’Amelio staranno a Caltanissetta non si farà un passo avanti sulla strada della verità e della giustizia, se non quello che è stato fatto nel Borsellino quater in cui, però, l’impianto processuale dei pubblici ministeri è stato sovvertito. Altrimenti la verità non si sarebbe avuta nemmeno da quel processo.»

Cosa si afferma nel Borsellino quater?

«Che c’è stato un depistaggio di Stato. Sono state rimandate le carte processuali all’Ufficio Istruzione perché si indaghi veramente sulla sparizione dell’Agenda Rossa, che è uno snodo fondamentale nella strage di via D’Amelio.

Solo attraverso quello si potrà arrivare agli assassini. Su questo punto non ci sono mai state indagini serie. Noi al Borsellino quater abbiamo presentato un video, nel quale mettemmo insieme gli spezzoni girati in via D’Amelio. Noi delle Agende Rosse siamo riusciti ad identificare anche delle persone che non sono mai state prese in considerazione, come il generale Borghini, a cui probabilmente il capitano Arcangioli porta la borsa dopo averla prelevata dalla macchina di Paolo. Sa che cosa è successo?»

Cosa è successo?

«I pubblici ministeri si sono alzati, si sono allontanati dall’aula e non sono ritornati più per tutto il giorno.»

Lei come ha interpretato questo atteggiamento?

«Evidentemente spunti di indagine che riguardavano la sparizione dell’Agenda Rossa non erano di loro interesse. Ma io so perché.»

Perché?

«Perché sanno benissimo dove si trova l’Agenda Rossa

Dove si trova?

«Nei sotterranei dove hanno sede i servizi.»

Quindi l’Agenda Rossa non è stata distrutta?

«Assolutamente no. Ci sono stati dei falsi scoop giornalistici in cui hanno mostrato quello che era un parasole. Sotto la macchina, presentata come l’Agenda Rossa.

L’Agenda Rossa non doveva essere distrutta, doveva sparire. E c’era chi attendeva in via D’Amelio che ci fosse quella esplosione per mettere in atto tutto quello che è stato fatto. L’Agenda Rossa non doveva sparire altrimenti l’assassinio di Paolo non sarebbe servito a nulla. E, sicuramente, non interessava alla mafia farla sparire. Ma a chi non poteva permettere che a soli 57 giorni dalla strage di Capaci, con quello che era l’opinione pubblica in quel momento, venisse fuori che lo Stato stava trattando con la mafia. Era impossibile. Immaginate cosa sarebbe successo nel nostro Paese.»

Secondo lei cosa sarebbe successo?

«Se a 57 giorni dalla morte di Falcone avesse detto, come faceva ogni tanto con le sue interviste che rendeva per denunciare certe cose, dell’esistenza di una Trattativa tra Stato e mafia. Sarebbe successo l’inferno.

E questo non poteva succedere, dal punto di vista di quelle persone. Perciò hanno deciso di sacrificare Paolo, per poter portare avanti quella Trattativa. E perché quella Trattativa venisse alla luce dopo anni. Allora, ripeto, sarebbe successa la rivoluzione nel nostro Paese.»

Ed oggi cosa è cambiato?

«Oggi la gente sente parlare di Trattativa ed è diventata quasi una cosa normale. Non si indigna, non reagisce. A questo sono serviti anni di depistaggio. Gente, come Tinebra, sono passati ad altra vita e, purtroppo, l’oblio sta scendendo anche su questo. Io penso che bisogna cercare di evitare che questo oblio scenda e tenere viva la memoria soprattutto dei giovani che queste cose non le hanno conosciute, perché possano continuare a gran voce a chiedere la Verità nel nostro Paese.

Fino a quando la Verità non verrà a galla quel fresco profumo di libertà, di cui parlava Paolo, nel nostro Paese non si potrà sentire. Ma solo il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e della complicità. Questa è la vera mafia, non la mafia di Provenzano, di Riina. Ma quello che sta attorno alla mafia, chi con la mafia collude, chi con la mafia fa affari. La mafia persegue gli interessi perché sono i loro stessi interessi.»

I responsabili sono solo i soggetti finiti sotto processo?

«Oggi c’è un processo in cui vengono processati, per questo depistaggio, quattro pedine. Sono ben altre le persone che io vorrei vedere alla sbarra. Alcune non posso vederle più.

Tinebra che, sicuramente, del depistaggio fa parte per aver avallato delle testimonianze assolutamente incredibili. E oggi, purtroppo, non c’è più.

Forse, per arrivare alla verità, bisogna aspettare che la maggior parte dei protagonisti, di quella terribile stagione, non ci siano più. Però, ripeto: fino a quando l’inchiesta della Procura sulla strage di via D’Amelio starà alla Procura di Caltanissetta non mi aspetto che possa venire fuori alcuna verità.»

Perché a Caltanissetta non può emergere la verità?

«Per quello che è stato l’iter di tutti i processi lo dimostra chiaramente. La Procura è su una linea che si è perpetrata anche al cambiare del Capo della Procura, che è andata sempre nella stessa direzione. Non si è mai, veramente, cercata la verità.

L’Agenda Rossa, ripeto e continuo a ripeterlo, è un punto fondamentale di quella strage. È la scatola nera di quella strage.

E proprio in quella direzione non si è fatto mai alcun passo. Anzi, si sono fatti solo dei passi indietro. Ho dovuto assistere al Borsellino quater a sette testimoni che dicevano delle cose che succedevano in quella via quel giorno, attorno alla macchina di Paolo. Dicono delle cose completamente diverse tra di loro. Non sono mai stati messi a confronto tra di loro. Come può succedere che il capo dei pompieri arriva e dice che cerca di guardare dentro le macchine per vedere se ci sono dei feriti da soccorrere. Dice che non si vedeva nulla, perché i vetri erano completamente neri per il fumo.

Poi arriva Ayala e dice ‘ho guardato, ho visto la borsa di Paolo sul sedile della macchina. Allora ho fatto aprire la portiera per prenderla’. Una delle sue tante diverse versioni di quello che è successo sempre in quella strada. Ecco, su questo non viene nemmeno fatto un confronto. È assolutamente assurdo. A Caltanissetta non si vuole arrivare alla verità

Ci vorrebbe un pentito di Stato?

«Sì, ma purtroppo è un sogno che non esiste. Anche quando si dovesse arrivare alla possibilità di avere un pentito di Stato o qualcuno che parli come avrebbe potuto fare, perché tante cose sicuramente sapeva, quel «faccia da Mostro», allora c’è chi pensa di eliminarlo prima che possa parlare con un provvidenziale infarto o qualcosa del genere. O come ritengo sia successo, negli ultimi anni, a Provenzano. Per il pericolo che potesse, in qualche maniera, passando gli anni, dire qualcosa. Secondo me è stato massacrato di botte, fino a farlo diventare demente. E poi a morire.

Questi sono gli effetti del Protocollo Farfalla e di tutto quello che è avvenuto nelle carceri italiane con quel protocollo che permetteva ai servizi di entrare nelle carceri senza che la magistratura ne fosse, in nessuna maniera, messa al corrente.»

A proposito di carceri, nei mesi scorsi c’è stata una forte polemica tra il magistrato Nino Di Matteo e il ministro della Giustizia. A distanza di mesi, lei cosa può aggiungere?

«Ho rapporti sia con Di Matteo che con Bonafede. Ritengo che la versione data da Di Matteo sia assolutamente veridica e, ritengo, che Bonafede non abbia detto abbastanza.

Si è tradito quando ha detto che ‘la prossima volta non ci saranno né interventi né condizioni che tengano’.

Ho chiesto a Bonafede: ‘tu devi dirmi cosa intendevi con quella frase’. Lui dice che è stata una frase infelice e non c’è niente dietro. Ritengo che sia una persona assolutamente in buonafede, ma che non abbia detto tutto quello che doveva dire.

Sicuramente ci saranno stati dei condizionamenti per quanto riguarda la nomina di Di Matteo a capo del DAP. Anche se ritengo che quello che era il progetto di Bonafede sarebbe stato valido, cioè ritengo che avrebbe potuto fare, forse di più, Di Matteo messo a capo di un qualcosa che era come l’Ufficio degli Affari Penali di cui era stato capo Falcone, anche se dopo la morte di Giovanni Falcone quell’Ufficio era stato snaturato e, quindi, avrebbe potuto essere riportato a quello che era. Oggi come oggi il Capo degli Affari Penali non risponde più direttamente al Ministro, ma c’è un personaggio intermedio.

Però, sicuramente, qualcosa che non quadra c’è.»

Se ci fosse stato Di Matteo al DAP si sarebbero registrate tutte quelle scarcerazioni?

«Assolutamente no.»

Sono passati due anni dalla scomparsa di Rita Borsellino. Che ricordo ha di sua sorella?

«Insieme a Rita abbiamo combattuto la stessa battaglia, anche se con mezzi diversi. Rita aveva in più il suo essere donna. Ricordiamo la mamma di Impastato e le tante persone che, sicuramente, in quello che hanno fatto ci hanno messo in più il fatto di essere donna. Rita mi manca molto, sono da solo a combattere.

Adesso c’è anche Fiammetta che ha cominciato a parlare, anche se segue una strada diversa dalla mia. Lei, ad esempio, ammette che una delle cause dell’assassinio di mio fratello possa essere stato il dossier “Mafia e appalti”. Mentre io ritengo che “Mafia e appalti” sia uno degli elementi messi in campo dal ROS proprio per depistare quello che era il vero motivo dell’accelerazione messa in atto nella strage di via D’Amelio. Tutti combattiamo per la verità. Una cosa è certa…»

Cosa?

«Che spesso devono essere sempre i familiari delle vittime di mafia a cercare la verità e a continuare a chiedere la verità.

Oggi, nei miei incontri, non incontro più gli adulti. Incontro i giovani nelle scuole perché, come diceva Paolo, solo da un completo cambio generazionale possa arrivare la sconfitta della mafia. Paolo, nell’ultimo giorno della sua vita, a dei ragazzi risponde con le parole di un pazzo. Dice ‘sono ottimista’. Come si può essere ottimisti quando si sa di dover morire, come lo sapeva Paolo. Bisogna tenere viva la memoria, ed è quello che cerco di fare.»

Il Paese ancora non è pronto?

«Non solo il Paese non è pronto, ritengo che le cose stanno peggiorando. La fortissima penetrazione della ‘ndrangheta, all’interno del nostro Paese, non trova un sufficiente contrasto dal punto di vista della popolazione. Mentre noi siciliani, da ragazzi, ci siamo fatti gli anticorpi perché abbiamo visto i morti ammazzati per strada, i giudici ammazzati, i poliziotti ammazzati. Invece, purtroppo, al nord questo non c’è. Al nord la mafia penetra con la finanza, pulisce e impiega i propri capitali. Questo fa si che non si formino nella gente gli anticorpi per poterla contrastare.

Purtroppo non esiste ancora una legislazione europea comune per poter contrastare la criminalità mafiosa.»

Gli anticorpi si formano in molti modi. In via D’Amelio le Agende Rosse non permettono alcun tipo di “passerella” ai rappresentanti politici. Perché?

«A me la passerella è una parola che poco mi piace perché spesso, addirittura, hanno accusato noi delle Agende Rosse di fare delle passerelle in via D’Amelio. Io non permetto che rappresentanti delle Istituzioni, che ancora non assicurato la verità e la giustizia per la strage di via D’Amelio, vengano a portare dei simboli di morte. In cui, in ogni caso, pezzi dello Stato, sicuramente, hanno partecipato a quella strage. Quindi non lo permetto. All’inizio dovevamo fare dei presidi per impedire che venisse qualcuno, oggi non ce n’è più bisogno.»

Non vengono più?

«Non vengono, non c’è nessuno che ha il coraggio di presentarsi in via D’Amelio. Hanno paura. Ma noi non facevamo altro che alzare l’Agenda Rossa e voltare le spalle ai rappresentanti delle Istituzioni che venivano in via D’Amelio a portare le loro corone di morte, i loro simboli di morte. Non vengono. Hanno unificato l’anniversario e vengono in via D’Amelio il 23 maggio (giorno della strage di Capaci, nda), invece di venire il 19 di luglio.»

Ci fu un episodio con un ex presidente della Repubblica. Lo vuole ricordare?

«Nei primi anni, quando io avevo cominciato con questa mia determinazione a non far venire le Istituzioni in via D’Amelio, ci fu l’ex – per fortuna – presidente Napolitano, il quale fece chiedere alla polizia aeroportuale di Palermo se Salvatore Borsellino aveva prenotato un volo per Palermo il 23 maggio. Voleva andare il 23 maggio in via D’Amelio, ma voleva essere sicuro che io non fossi presente lì per poter portare avanti la mia battaglia con un presidente della Repubblica che è stato indegno di questo ruolo

Perché indegno?

«Quel presidente della Repubblica ha fatto distruggere le intercettazioni, invece di pretendere che fossero conosciute da tutto il popolo italiano per evitare che nessuno potesse pensare che in quei colloqui il presidente avrebbe potuto assicurare l’impunità ad un imputato in un processo, quale era allora il processo di Palermo sull’attentato al corpo politico dello Stato. Avrebbe dovuto pretendere che fossero note a tutti, invece ne ha preteso la distruzione. E questo è indegno di un Presidente della Repubblica degno di questo nome.»

Senza dimenticare il conflitto di attribuzione?

«Certo, ancora più grave. È stato tentato di mettere un macigno sulla strada della verità e della giustizia, sul processo portato avanti da Di Matteo e Ingroia. Che poi, per fortuna, ha avuto un esito diverso da quello che il presidente Napolitano avrebbe sperato. Anche se, a mio avviso, non sufficiente. Purtroppo a causa della possibilità del rito abbreviato, quindi sdoppiare i processi che dovrebbero essere non sdoppiabili, alcuni imputati – come ad esempio Mannino – hanno potuto avere una sorte diversa da quella di altri imputati. Anche quel Mancino, che ritengo abbia delle grosse responsabilità e sappia tante cose che non ha detto, ha potuto essere assolto anche lui.»

In via D’Amelio, negli anni passati, ci fu un abbraccio simbolico, forte, importante tra lei e Massimo Ciancimino. Perché decise di abbracciarlo?

«L’ho spiegato più volte, anche se quell’abbraccio mi ha provocato delle critiche all’interno del mio stesso Movimento. Ho abbracciato quel giorno Ciancimino, che era nel retropalco, per quella che era la sua condizione umana. Massimo Ciancimino ha rinunciato ad una vita di agi, di ricchezze e di essere rispettato, come succedeva fino a quel momento da tutta la Palermo bene, per potere – come mi disse lui – fare si che suo figlio non dovesse un giorno vergognarsi, come si era dovuto vergognare lui del nome che portava suo padre.

Massimo Ciancimino è un personaggio che sicuramente ha dei problemi, il fatto di essere vissuto con quel padre che, addirittura, lo incatenava per impedire di fare le sue scorribande con le macchine di cui poteva godere. Lo prendeva a schiaffi in continuazione. Quindi, sicuramente, è una persona che ha qualche problema.

L’ho abbracciato perché dal punto di vista umano ho ritenuto che le sue scelte fossero delle scelte coraggiose. E non solo. È stato il primo a parlare, senza Massimo Ciancimino il processo sulla Trattativa, forse, non si sarebbe neanche potuto svolgere. L’ho abbracciato allora e lo riabbraccerei. Dal punto di vista umano, pur con tutti gli errori compiuti, ritengo che abbia fatto delle scelte coraggiose.»

Chiudiamo questa intervista con la “Casa di Paolo”. Un sogno che si è realizzato?

«Un mio sogno che ho perseguito a lungo e quando nei sogni si crede veramente si realizzano. L’ho messa in piedi da solo, semplicemente con l’aiuto di volontari, rifiutandomi di chiedere qualsiasi tipo di aiuto allo Stato.

Un giorno camminavo per quella via dove da ragazzi giocavamo, spesso con quei bambini che avrebbero preso delle cattive strade, e mi sono detto che questa cosa non doveva più succedere. Avrei dovuto fare tutto il possibile per evitare che i ragazzi a rischio di quel quartiere – che ho sempre amato – potessero avere una opportunità, per sfuggire alla povertà, all’emarginazione, alla criminalità organizzata. Ho ripreso in mano la mia vecchia farmacia che era ridotta un rudere, ho acquisito i locali vicini e ho fatto nascere una Casa di Accoglienza per i ragazzi del quartiere, gestita solo da volontari.

Penso di esserci riuscito, penso anche di aver trovato chi continuerà anche dopo di me.»

Chi continuerà dopo di lei?

«Mia nipote Roberta Gatani, figlia di mia sorella Adele. Una sorella di cui si parla poco, ma per me era una grandissima donna. Nella Casa di Paolo facciamo doposcuola per i ragazzi ma, soprattutto, cerchiamo di dare amore. Quell’amore che i ragazzi a casa non possono trovare. Vivono in bassi dove non hanno nemmeno un tavolo per studiare, i genitori spesso sono in carcere, non hanno i soldi per comprare i libri. Nella Casa di Paolo ho fatto anche una scuola di informatica, non per usare il computer, ma per programmarlo. Quella strada, una volta, era piena di artigiani che mettevano a bottega i ragazzi. Davano la possibilità ai ragazzi di imparare un mestiere e di avere, quindi, un lavoro. Oggi, purtroppo, quegli artigiani non ci sono più. Attraverso l’amore voglio offrire un’alternativa e spero che questa cosa possa continuare anche quando io non ci sarò più.»   

3 parte/fine

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PRIMA PARTE: «Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

SECONDA PARTE: «Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

L’INTERVISTA. Agenda Rossa: spunta «una novità assoluta».

  • L’intervista al colonnello dei carabinieri Michele Riccio.

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

  • Per approfondimenti:

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

  • L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato:

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

«Sanno benissimo dove si trova l’Agenda Rossa»

ANTICIPAZIONE. L’intervista a Salvatore BORSELLINO/Terza parte. «Oggi la gente sente parlare di Trattativa ed è diventata quasi una cosa normale. Non si indigna, non reagisce. A questo sono serviti anni di depistaggio. Gente, come Tinebra, sono passati ad altra vita e, purtroppo, l’oblio sta scendendo anche su questo. Io penso che bisogna cercare di evitare che questo oblio scenda e tenere viva la memoria soprattutto dei giovani che queste cose non le hanno conosciute, perché possano continuare a gran voce a chiedere la Verità nel nostro Paese.»

«Sanno benissimo dove si trova l’Agenda Rossa»
L’Agenda Rossa (ph gentilmente concessa da Rita Rossi)

WordNews.it

«Noi al Borsellino quater abbiamo presentato un video, nel quale mettemmo insieme gli spezzoni girati in via D’Amelio. Noi delle Agende Rosse siamo riusciti ad identificare anche delle persone che non sono mai state prese in considerazione, come il generale Borghini, a cui probabilmente il capitano Arcangioli porta la borsa prelevata dalla macchina di Paolo. Sa che cosa è successo?»

Cosa è successo?

«I pubblici ministeri si sono alzati, si sono allontanati dall’aula e non sono ritornati più per tutto il giorno.»

Lei come ha interpretato questo atteggiamento?

«Evidentemente spunti di indagine che riguardavano la sparizione dell’Agenda Rossa non erano di loro interesse. Ma io so perché.»

Salvatore Borsellino, intervista WordNews.it, agosto 2020 

(La terza parte dell’intervista, realizzata dal direttore Paolo De Chiara, è programmata per mercoledì 2 settembre 2020)

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L’intervista a Salvatore BORSELLINO:

PRIMA PARTE: «Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

SECONDA PARTE: «Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

L’INTERVISTA. Agenda Rossa: spunta «una novità assoluta»

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Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

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Impastato: «La mafia è nel cuore dello Stato» 

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

L’intervista al pentito siciliano Brenito Morsicato: 

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

L’INTERVISTA/Prima parte. Per parlare di un pezzo di storia del nostro Paese abbiamo coinvolto Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo. Da anni Salvatore conduce la battaglia per la Verità e la Giustizia, condivisa da migliaia di giovani e di cittadini disseminati su tutto il territorio. La loro arma simbolica è l’Agenda Rossa, come quella rubata il giorno della strage in via D’Amelio (19 luglio 1992) dalla borsa del magistrato ucciso dagli apparati deviati dello Stato. «Ritengo che mio fratello sia stato ucciso non perché avrebbe potuto opporsi alla Trattativa, mio fratello è stato ucciso per la Trattiva. È stato uno dei punti della Trattativa l’eliminazione di mio fratello. Perché gli interessi dei pezzi deviati dello Stato e della mafia coincidevano.»

Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»
Le foto sono state gentilmente concesse da Patricia & Guido Di Gennaro

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Una strage di Stato. Le “menti raffinatissime” hanno accelerato, hanno voluto la morte del giudice Paolo Borsellino. 57 giorni dopo la strage di Capaci. Una «strategia della tensione» per mettere sotto scacco un intero Paese. Per l’ennesima Trattativa tra Cosa nostra e pezzi deviati delle Istituzioni. Non gli è bastata la morte violenta del giudice Giovanni Falcone, l’amico fraterno di Paolo Borsellino. Serviva un’altra dimostrazione di forza. Si doveva eliminare l’ostacolo più grande, più ingombrante. E nemmeno hanno trovato pace. Il piano prevedeva altri obiettivi: come l’Agenda Rossa (prelevata dalla borsa del magistrato in via D’Amelio subito dopo il botto, con i corpi martoriati e ancora caldi). Ma nemmeno davanti a questa vigliaccata si sono fermati.

Per la verità, l’escalation criminale inizia subito dopo la mazzata del Maxi Processo (Cassazione, 30 gennaio 1992). I secolari accordi sono frantumati. Gli equilibri politici sono saltati. Grazie a una intuizione geniale di Falcone l’AmmazzaSentenze, che chiamava il collega “faccia da provolone”, finisce in un altro ufficio. E l’impianto accusatorio non crolla. Gli ergastoli fanno impazzire i capimafia sanguinari. Siate maledetti.

Per la prima volta lo Stato condanna il vertice di Cosa nostra. Termina, dopo secoli, l’impunità. E la reazione delle bestie (senza offesa per i nobili animali) non si fa attendere.

Il 12 marzo dello stesso anno tocca a Salvo Lima, il braccio destro in Sicilia di Giulio Andreotti (prescritto e, quindi, non assolto per mafia). Due mesi dopo, come già abbiamo ricordato, la strage di Capaci. A meno di due mesi dall’Attentatuni arriva via D’Amelio. Il disegno stragista non finisce con la morte di Borsellino.

Il 17 settembre dello stesso anno è il turno di Ignazio Salvo, imprenditore, mafioso di Salemi legato a Lima. Il 15 gennaio del 1993, grazie ad un accordo, viene arrestato il Capo dei Capi Totò Riina. Ma qualcuno si “dimentica” di perquisire la sua abitazione. Il verbo, però, non è corretto. Non viene fatta di proposito, scientificamente.

Le bombe cominciano ad essere disseminate nel Continente: 14 maggio, l’attentato in via Fauro a Roma (al giornalista Maurizio Costanzo); nella notte tra il 26 e il 27 maggio la strage dei Georgofili, a Firenze, 5 morti (tra cui due bambini) e 48 feriti; 27 lugliostrage di via Palestro a Milano, 5 morti e 12 feriti; 27 luglio le bombe a Roma, due messaggi politici: San Giorgio al Velabro (Napolitano Giorgio è il presidente della Camera) e San Giovanni in Laterano (Spadolini Giovanni è il presidente del Senato).

Quella del 27 luglio è la notte nera della Repubblica. Un black-out investe Palazzo Chigi. Il presidente del Consiglio dell’epoca, Ciampi, parlerà di tentativo di colpo di Stato. Viene convocato in via straordinaria il Consiglio Superiore di Difesa. È una vera e proprio guerra, che lo Stato non ha voluto e non vuole vincere. Il capo della Polizia, Parisi, ipotizza la “matrice mafiosa”.

Nel gennaio del 1994, due anni dopo la sentenza del Maxi Processo, l’epilogo finale: centinaia di carabinieri, impegnati nel servizio d’ordine, devono saltare in aria. È la mancata strage dell’Olimpico di Roma. L’ordine cambia all’ultimo secondo. L’accordo è stato raggiunto con il sangue degli innocenti. Il 18 gennaio, dello stesso anno, nasce Forza Italia.

«La Trattativa continuò – ha affermato nel novembre del 2018 Nino Di Matteo – anche con il Governo Berlusconi. Dell’Utri, lo spiegano i giudici nella sentenza, rappresentò a Berlusconi le richieste di Cosa nostra. E dicono i giudici che quel Governo tentò di adoperarsi, non riuscendoci per motivi che non dipendevano dalla volontà del premier, per accontentare alcune delle richieste di Riina. Dice quella sentenza che un presidente del consiglio del Governo italiano, nello stesso momento in cui era presidente del consiglio, continuava a pagare, come aveva fatto nel 1974, cospicue somme di denaro a Cosa nostra».

Per parlare di questo pezzo di storia del nostro Paese (“Orribilmente sporco”, come diceva Pier Paolo Pasolini, il poeta massacrato nel 1975) abbiamo coinvolto Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo. Da anni Salvatore conduce la sua battaglia, condivisa da migliaia di giovani e di cittadini disseminati su tutto il territorio. La loro arma è l’Agenda Rossa (simbolica), proiettata al cielo per chiedere Giustizia e Verità.

Siamo partiti dal mese scorso. Dalla scelta di far salire sul palco Luana Ilardo, la figlia del confidente del colonnello dei carabinieri Michele RiccioLuigi Ilardo, in occasione del XXVIII anniversario della strage di via D’Amelio (19 luglio 1992) in cui furono uccisi (dalla mafia e dallo Stato) il magistrato Paolo Borsellino e gli agenti di scorta (polizia di Stato) Emanuela Loi, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Agostino Catalano.

«Dopo aver letto il suo percorso, la rivendicazione della verità e della giustizia sull’assassinio di Ilardo ho pensato che gli assassini di suo padre sono gli stessi assassini di mio fratello. E, quindi, ho ritenuto che fosse giusto, in quel giorno, averla sul palco insieme a me. Noi cerchiamo lo stesso tipo di giustizia, per me gli assassini di mio fratello non sono i mafiosi. La mafia era il nemico che mio fratello combatteva e quando in guerra si viene uccisi dal nemico è una cosa quasi normale. Non è normale, invece, che si venga uccisi dal fuoco che ti arriva dalle spalle.  

Gli assassini di Paolo sono dentro lo Stato, gli assassini di Luigi Ilardo sono dentro lo Stato.»

Sono ancora oggi dentro lo Stato?

«Sicuramente sono ancora oggi. Sono sicuramente dentro lo Stato. Ritengo che mio fratello sia stato ucciso non perché avrebbe potuto opporsi alla Trattativa, mio fratello è stato ucciso per la Trattiva. È stato uno dei punti della Trattativa l’eliminazione di mio fratello. Perché gli interessi dei pezzi deviati dello Stato e della mafia coincidevano. Paolo era uno dei due nemici fondamentali della mafia, erano stati condannati a morte dal plenum della mafia e Paolo doveva essere eliminato perché senza di lui la Trattativa non avrebbe potuto andare avanti. Ritengo che sia uno dei punti posti da chi trattava, all’interno della mafia, l’eliminazione di Paolo, per poter accettare di portare avanti questa Trattativa.»

Ancora oggi, con una sentenza di primo grado, grazie al lavoro di magistrati come Ingroia e Di Matteo, c’è qualche negazionista. Come è possibile?

«Non solo ci sono dei negazionisti ma, purtroppo, c’è ancora di peggio. C’è chi, addirittura, afferma, anche persone che si intendono di legge e professori universitari, che la Trattativa, anche se c’è stata, è giusto che ci sia stata. Si può trattare con la mafia. Ma questo significa, per come sono andate le cose, che si può arrivare, per poter portare avanti una Trattativa con la mafia, ad eliminare gli ostacoli di questa Trattativa. Anche se l’ostacolo è un servitore dello Stato. Mio fratello è stato condannato a morte da pezzi deviati dello Stato. E il suo comportamento, negli ultimi giorni della sua vita, ne è un chiaro esempio.

Paolo non solo sapeva che sarebbe stato ucciso ma sapeva chi aveva deciso di ucciderlo, chi non lo avrebbe protetto, ed erano proprio quei pezzi dello Stato che avrebbero dovuto assicurare la sua sicurezza.

Pietro Giammanco non gli comunica neanche che è arrivato a Palermo il tritolo che poteva servire per lui. Paolo, negli ultimi giorni della sua vita, si comporta proprio come un condannato a morte. Saluta i suoi amici come se, appunto, non dovesse vederli più. Lo vedo come una persona che non solo sa che deve essere ucciso, ma è rassegnato ad essere ucciso. La sua fiducia nello Stato è venuta a crollare, perché sa che dall’interno, da pezzi deviati dello Stato, è arrivata la sua condanna a morte. E si comporta in questa maniera.»    

       

Nella foto Salvatore Borsellino con l’Agenda Rossa (ph gentilmente concessa da Rita Rossi)

Ma cosa è la Trattativa Stato-mafia?

«La Trattativa è quello che hanno deciso alcuni pezzi dello Stato. Piuttosto che contrastare la mafia, hanno trattato con la mafia per fermare le stragi. È una decisione assolutamente insensata. Se pezzi dello Stato trattano con la mafia, da un lato c’è lo Stato di diritto che può concedere, se non benefici di legge, qualche tipo di beneficio alla controparte; dall’altra parte, invece, ci sono dei criminali che per alzare il prezzo della Trattativa non possono fare altro che fare quello che sanno fare, cioè altre stragi e altri assassini. Ed è quello che è successo.

Il potere portare avanti la Trattativa, dopo l’uccisione di Paolo, ha portato alla strage di via dei Georgofili, alla strage di via Palestro, ha portato a quella che sarebbe stata la più grande della storia del nostro Paese, cioè la strage che avrebbe dovuto avvenire allo stadio Olimpico. Questo succede quando si tratta con i criminali, e per questa Trattativa hanno assicurato l’impunità a Provenzano che per anni, non è stato soltanto latitante, è stato protetto da pezzi deviati dello Stato.

E per questa protezione si sono dovuti mettere in atto altri omicidi, come quello di Attilio Manca. Aveva visto, sicuramente, qualcuno che non doveva vedere attorno a Provenzano quando è stato operato a Marsiglia.»

Ufficialmente Attilio Manca si è suicidato.

«Sì, facendo l’iniezione con la mano destra, lui che era mancino. Spaccandosi il nasospaccandosi i testicoli a forza di calci. Una maniera piuttosto strana per suicidarsi.»

In questo massacro c’è la mano della mafia o degli apparati dello Stato?

«Assolutamente non la mano di Cosa nostra, ma la mano degli apparati dello Stato che non potevano ammettere che Provenzano fosse protetto a Marsiglia da quelle persone che Attilio Manca, sicuramente, ha visto attorno a lui. Parliamo di pezzi grossi dei nostri servizi

E ritorniamo al punto di partenza. Ilardo viene ammazzato perché stava consegnando su un piatto d’argento il latitante Provenzano?

1 parte/continua

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  • L’intervista al colonnello dei carabinieri Michele Riccio.

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

  • Per approfondimenti:

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

  • L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato:

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

Via D’Amelio, una STRAGE di sTATO

“E’ normale che esista la paura, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio”.
#PaoloBorsellino #19luglio1992 #stragediStato

Ore 16:58, 19 luglio 1992via D’Amelio, Palermo

Lo Stato deviato, insieme a Cosa nostra e ad altre entità, uccide il giudice Paolo Borsellino, amico fraterno di un altro magistrato: Giovanni Falcone (già ammazzato con il tritolo nella Strage di Capaci il 23 maggio dello stesso anno).

Nell’esplosione perdono la vita gli Angeli della scorta: Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Agostino Catalano e Claudio Traina.

Dopo 28 anni anni, nel «Paese orribilmente sporco», ancora non si conosce la verità.

Paolo Borsellino è stato ammazzato per la scellerata trattativa tra Stato e mafia?

‘Ndrangheta stragista: il PM Lombardo non è solo

MAFIE & STATO. Parla Alfia Milazzo (Agende Rosse “Francesca Morvillo”, Scorta Civica Catania, La città invisibile), presente – insieme a tanti cittadini onesti – davanti all’aula bunker di Reggio Calabria per sostenere il magistrato calabrese: «Lombardo è un PM coraggioso. Anche nelle sue esposizioni, nei passaggi della sua requisitoria, si espone personalmente, sfidando i gruppi di potere. Attraverso Lombardo, la magistratura – quella forte, onesta, che difende e piace ai cittadini -, sta alzando la testa».

‘Ndrangheta stragista: il PM Lombardo non è solo

di Paolo De Chiara

Questa volta è toccato al PM di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo. Il coraggioso magistrato che sta portando avanti un processo importantissimo sulla schifosa ‘ndrangheta stragista. L’organizzazione criminale calabrese (una delle mafie più potenti e più ricca al mondo) che, insieme a Cosa nostra, in questo Paese, metteva le bombe e uccideva innocenti. Per conto di altri soggetti, di elevato spessore criminale. Le famose “menti raffinatissime”, individuate da Giovanni Falcone.

Istituzioni deviate, servizi segreti, massoneria. Personaggi indegni che hanno gestito e continuano a gestire il potere nel Paese impregnato dalle mafie e sotto ricatto. E per mantenere il potere nelle loro mani sono disposti, ancora oggi, a tutto.

Addirittura volevano avvelenare l’acquedotto di Firenze. Nei loro progetti pazzoidi-criminali c’era finita anche la Torre di Pisa, doveva saltare in aria. Addirittura avrebbero voluto disseminare di siringhe infette di Aids la spiaggia di Rimini.

Pazzi criminali più pericolosi dei mafiosi.

Personaggi che, invece di contrastarli, si permettevano e si permettono il lusso di minacciare di morte i mammasantissima. Per ottenere il loro silenzio. Corsi e ricorsi storici. Dal bandito Salvatore Giuliano a Gaspare Pisciotta. Un elenco lunghissimo. Sempre lo stesso metodo. Oggi più raffinato. Per fare meno rumore.

Era capitato a Cutolo, il fondatore della NCO. È capitato a Provenzano, il capo dei capi. Anche Totò ‘u curtu (una pecorella – in senso metaforico – in confronto a questi criminali di Stato) è stato minacciato di morte dalla «Falange Armata». (“Devi stare zitto, hai familiari fuori. Al resto ci pensiamo noi”).

«Dietro la sigla ci sono persone che operano, che eseguono, che programmano, che stabiliscono» ha spiegato il PM Lombardo. «L’organizzazione utilizzava le stragi per mandare messaggi a chi doveva capire».

Questi stessi soggetti (istituzionali) hanno decretato e pianificato la morte di personaggi come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Senza dimenticare l’urologo Attilio Manca (che operò Bernardo Provenzano), Luigi Ilardo (stava facendo saltare lo scellerato accordo tra Stato e Cosa nostra) e tanti altri.

Chi tocca certi fili, in questo Paese «orribilmente sporco», muore.

Non di morte naturale o di suicidio. Nemmeno i poeti hanno lasciato in pace. Povero Pasolini. Massacrato e eternamente infangato da chi è fatto di questa sostanza.  

E proprio su questi temi, lo stragismo mafioso di Stato, si sta svolgendo un processo in Calabria. Tenuto sotto silenzio dalla maggior parte dei media nazionali. Impegnati a raccontare le solite e inutili cazzate ai cittadini. Si sta ripetendo tutto quello che è già accaduto in passato.

Ed anche questa volta, come è già capitato a Nino Di Matteo (il PM del processo sulla Trattiva Stato-mafia, condannato a morte non solo da Cosa nostra) e a Nicola Gratteri (procuratore di Catanzaro e nemico numero uno dei mafiosi calabresi, ma non solo), i cittadini con la schiena dritta hanno deciso da che parte stare, schierandosi con il PM Giuseppe Lombardo.

Durante la requisitoria di ieri, davanti all’aula bunker di Reggio Calabria, i rappresentanti del movimento Scorta Civica, delle Agende Rosse e di altre sigle, hanno manifestato la loro vicinanza per non fare sentire solo un magistrato che, al contrario di altri suoi squallidi colleghi, ha deciso di fare questo mestiere con passione, lealtà ed onestà.

«Rappresento lo Stato» ha tuonato il PM Lombardo in aula, durante la sua lunga e devastante requisitoria. Dove ha elencato fatti, episodi, legami. Collusioni tra pezzi dello Stato (molti personaggi ancora le rappresentano indegnamente) e mafie. Strategie e affari. Legami politici e istituzionali. Disegni strategici da far accapponare la pelle. Non ha fatto mancare, il pubblico ministero, messaggi di sfida nei confronti dei mafiosi e di chi li gestisce.

«Ci siamo resi conto – spiega Alfia Milazzo (Agende Rosse “Francesca Morvillo”, Scorta Civica Catania, La città invisibile) presente – insieme a tanti cittadini onesti – davanti all’aula bunker di Reggio Calabria per sostenere il magistrato calabrese – che questo processo è molto importante. Da questa requisitoria fiume, pronunciata da Lombardo, è emersa una correlazione chiara tra diverse entità. Rapporti che hanno condizionato la stagione stragista degli anni Novanta».

Perché è necessario supportare il PM Lombardo?

«Lombardo è un magistrato coraggioso. Anche nelle sue esposizioni, nei passaggi della sua requisitoria, si espone personalmente, sfidando i gruppi di potere. Attraverso Lombardo, la magistratura – quella forte, onesta, che difende e piace ai cittadini -, sta alzando la testa. Stare insieme a lui significa accompagnarlo in questa sfida. Non bisogna lasciare soli questi magistrati. A noi non piacciono le corone e le celebrazioni piene di retorica. C’è stato un momento molto toccante. Durante una pausa dell’udienza abbiamo approfittato per mandare il nostro sostegno a Lombardo, esponendo le nostre magliette. Lui ci ha ringraziati e noi lo abbiamo applaudito. Addirittura, con il microfono, ci ha detto: “mi state facendo emozionare”. Questo applauso è risuonato e spero che questa cosa abbia fatto piacere. Il nostro messaggio è arrivato anche alle tante orecchie che erano disseminate in quei luoghi».

Quale sensazione ha provato mentre ascoltava le parole del pubblico ministero?

«Come cittadina mi sono sentita molto fiera. Soprattutto di questo magistrato. Nello stesso tempo è sconfortante ascoltare questi legami tra politica, affari, gruppi finanziari, gruppi segreti eversivi, massoneria, servizi segreti. Sentire questo fresco profumo è una grandissima soddisfazione.

Già nel processo Trattativa Stato-mafia avevamo capito che c’era stata questa trattativa tra pezzi deviati dello Stato e Cosa nostra. Qui abbiamo appreso di personaggi che hanno gestito la vita politica in questo Paese. I loro rapporti con i Piromalli e con i mafiosi calabresi e siciliani, pericolosi e potenti».

Quali saranno i vostri prossimi impegni?

«Abbiamo appreso che è stato chiesto l’ergastolo per gli imputati. Ora aspettiamo il giudizio. Sarà importante divulgare questa requisitoria. La considero come un libro di storia. Mi auguro che ci siano degli sviluppi, sono state indicate delle responsabilità e dovranno essere perseguite. Un altro processo da seguire è quello di Gratteri. Oggi abbiamo toccato con mano la storia di questo Paese».

Per approfondimenti:

– La «Falange Armata» ha minacciato Totò Riina

– Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

da WordNews.it

Di Matteo: «Lo Stato ha piegato le ginocchia»

L’intervento del consigliere del CSM nella trasmissione Non è l’Arena. «C’è stato un momento in cui a noi è stato detto di tutto: “ricattatori”, “assassini”, “eversori”. E nessuno ci ha difeso, nè l’ANM né il CSM. In quel momento dimostrarono un pericoloso collateralismo politico».

Di Matteo: «Lo Stato ha piegato le ginocchia»

di Paolo De Chiara

La Giustizia in Italia non sta attraversando un buon momento: tutto ciò che sta emergendo, soprattutto dal “caso Palamara” (ma non solo), sta mettendo in evidenza un “mondo giudiziario parallelo” che mira al proprio tornaconto personale. Dalle nomine al controllo delle Procure, sino alla delegittimazione di colleghi che, stranamente per questa gentaglia, il proprio dovere lo fanno, fino in fondo. Rischiando la propria vita, tutti i giorni.

Ciò che sta emergendo è vergognoso e molto pericoloso. Al centro di questo sistema ci sono personaggi indegni che, come in passato, continuano ad “attaccare” magistrati onesti come Gratteri, Di Matteo (senza dimenticare i vari Ingroia e De Magistris). Definiti pazzi, come è già capitato ad altri uomini dello Stato (Falcone e Borsellino). Lasciati soli e ammazzati da mafie, apparati dello Stato e anche dall’indifferenza delle cosiddette “persone perbene”.

Proprio Di Matteo, il tenace magistrato antimafia impegnato e vittorioso nel processo sulla scellerata Trattativa STATO mafia, è al centro di questi attacchi da parte delle “menti raffinatissime”. Questi mascalzoni non possono perdonare il suo impegno. E l’ultimo esempio di questa strategia è arrivato con la mancata nomina presso il DAP. In questo Paese malato non dobbiamo dimenticare le scarcerazioni di centinaia di mafiosi. Una vicenda ancora poco chiara, dove l’attuale Ministro della Giustizia non è riuscito a spiegare le sue scelte discutibili

Dopo la polemica televisiva, a seguito di una telefonata in cui il magistrato ha cercato di spiegare i fatti, si sono scatenate inutili polemiche, parole vuote utilizzate da sedicenti “tifosi” di una politica che, sino ad oggi, ha mostrato tutti i suoi limiti. E i suoi fallimenti. E quel Buonafede ancora ricopre un incarico politico importante. 

Ecco le parole di Nino Di Matteo, nella trasmissione di Giletti, sulla Trattativa: «Lo stesso Salvatore Riina diceva ai suoi più  stretti collaboratori “se non avessimo avuto i rapporti con la politica saremmo stati una banda di sciacalli e ci avrebbero già azzerato”. I mafiosi hanno la consapevolezza di quanto sia per loro importante il rapporto con il potere. 

Quando Riina venne cercato da uomini dello Stato, per il tramite di Vito Ciancimino, si convinse che la strategia  che aveva iniziato con l’omicidio dell’eurodeputato Salvo Lima, proseguito con l’attentato di Capaci, era una strategia che stava pagando. 

Lo Stato piegava le ginocchia andando a cercare Salvatore Riina per capire cosa volesse Cosa nostra per cessare quella strategia. Cosa nostra capì che era il momento di insistere con quella strategia delle bombe.

La sentenza della Trattativa, sulla base di innumerevoli prove, certifica che quella Trattativa, come sempre avviene,  non evitó altro sangue, anzi ne provocò di ulteriore.  

Cosa nostra è un’organizzazione “politica”, anche attraverso i delitti eccellenti ha fatto politica».

Sulle scarcerazioni: «Un segnale quasi di impunità. Chi è stato condannato più volte ha il diritto alla tutela della sua salute, ma lo Stato ha il dovere di fare di tutto perché la salute di ciascun detenuto venga tutelata all’interno della struttura.

Il segnale è stato devastante».

Il metodo mafioso: «Privilegiare il criterio dell’appartenenza ad una corrente è molto simile all’applicazione del metodo mafioso. 

La mia battaglia sarà quella di dare un cambio netto. Serve una svolta. Quando si tocca il fondo è il momento di ripartire».

Pool Stragi: «Sono stato estromesso dal gruppo stragi. Palamara si era lamentato che io facessi parte di questo gruppo. È stata una enorme amarezza, ho lavorato per decenni sulle stragi».

Telefonate (“distrutte”) tra Napolitano e Nicola Mancino: «C’è stato un momento in cui a noi è stato detto di tutto: “ricattatori”, “assassini”, “eversori”. E nessuno ci ha difeso, nè l’ANM né il CSM. In quel momento dimostrarono un pericoloso collateralismo politico».

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FOSSE ARDEATINE #roma

24 marzo 1944, l’eccidio delle Fosse Ardeatine, 335 civili e militari italiani, furono trucidati a Roma dalle truppe nazifasciste

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Stragi ed omicidi, 18 settembre 2018

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“Stragi ed omicidi. Nel ricordo di tutte le Vittime innocenti di mafie e terrorismo”.

Avezzano (AQ), 18 settembre 2018

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