C’è un giudice a Perugia: Ciliberto non ha diffamato nessuno

ARCHIVIAZIONE. «Non ha poi un contenuto offensivo – scrive il gip Avila – il riferimento nell’articolo pubblicato on line alla notizia di un ritorno a Somma Vesuviana di un ex camorrista (quand’anche fosse notizia riferibile all’opponente e falsa), ovvero il richiamo in un passo al “male assoluto”, con cui Ciliberto ha chiarito volersi riferire in generale “alla camorra e al modus operandi di chi sceglie quella vita”. Non si ravvedono, infine, estremi di atti persecutori.»

C'è un giudice a Perugia: il nostro collaboratore non ha diffamato nessuno

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Non c’è stata nessuna diffamazione nei confronti di Fiore D’Avino. Questo si legge nell’ordinanza di archiviazione del gip, dottoressa Angela Avila, del Tribunale di Perugia.

Il nostro valido collaboratore, Gennaro Ciliberto, ha «liberamente manifestato il proprio pensiero, esternando un giudizio critico su fatti, comportamenti e persone – si legge nell’Ordinanza -, in genere riportandosi alle vicende realmente accadute nel suo territorio, senza mai trasmodare in offese penalmente rilevanti, e ciò almeno nelle frasi ed espressioni qui segnalate dall’opponente che sono state da lui scritte nei vari post e nella lettera al sindaco».

Il nostro articolo

«Non ha poi un contenuto offensivo – scrive il gip Avila – il riferimento nell’articolo pubblicato on line alla notizia di un ritorno a Somma Vesuviana di un ex camorrista (quand’anche fosse notizia riferibile all’opponente e falsa), ovvero il richiamo in un passo al “male assoluto”, con cui Ciliberto ha chiarito volersi riferire in generale “alla camorra e al modus operandi di chi sceglie quella vita”. Non si ravvedono, infine, estremi di atti persecutori.»

Abbiamo scritto la verità, raccogliendo anche il punto di vista del legale del D’Avino (in allegato i link per leggere tutti gli articoli), concedendo tutto lo spazio a disposizione. Dichiarazioni che hanno innescato anche la reazione di diversi testimoni di giustizia.

«Gli elementi raccolti – si legge nell’archiviazione – nella fase delle indagini preliminari non consentono di sostenere l’accusa in giudizio perché la notizia di reato si palesa del tutto infondata».

Per Ciliberto «si chiude una brutta storia che ha leso, anche psicologicamente, la mia persona. Fortunatamente fino a 48 anni non mi ero visto mai imputato in nessun tipo di procedimento. Ed oggi, con il senno del poi, vorrei scoprire dove voleva arrivare il D’Avino. Se uno nella vita ha fatto delle scelte, giuste o sbagliate che siano, restano nella storia. Tutto ciò che ho detto, divulgato e scritto erano situazioni ben visibili in rete. E non credo che il D’Avino abbia denunciato cento testate giornalistiche o duecento giornalisti o abbia denunciato i giudici che l’hanno condannato.»

Ma come si è arrivati davanti al gip di Perugia? «Da molti anni, oltre al mio percorso di testimone di giustizia, svolgo un’opera di divulgazione della legalità sul territorio vesuviano e, nello specifico, sul territorio di Somma Vesuviana che, negli anni passati, ha visto l’egemonia del clan D’Avino. Egemonia che anche dopo il pentitismo del collaboratore di giustizia ha visto un’altra costola del clan, un cugino, riformarsi diventando clan predominante dell’area vesuviana. Questa mia divulgazione fatta in duplice veste, sia da testimone di giustizia che da apprendista cronista della testata onlineWordNews.it, ha attirato, dopo un articolo, l’attenzione del collaboratore di giustizia, il quale ha sporto una denuncia querela nei miei confronti per diffamazione presso la Procura di Nola. Questa denuncia ha subìto una prima archiviazione dove il collaboratore di giustizia, con il proprio avvocato, ha fatto opposizione. Il fascicolo, quindi, è stato inviato a Perugia, località del mio polo fittizio. Anche in quella sede è stata proposta l’archiviazione, ma l’avvocato Bucci (legale di Fiore D’Avino, nda) ha continuato ad opporsi.»

«In tale contesto – apprendiamo nell’Ordinanza di archiviazione – si devono inquadrare le sue dichiarazioni le sue dichiarazioni in questa sede contestate, per le quali spesso valgono i principi espressi dalla giurisprudenza, in tema di diffamazione, sull’esimente del diritto di critica, la quale “postula una forma espositiva corretta, strettamente funzionale alla finalità di disapprovazione e che non trasmodi nella gratuita ed immotivata aggressione dell’altrui reputazione, ma non vieta l’utilizzo di termini che, sebbene oggettivamente offensivi, hanno anche il significato di mero giudizio critico negativo di cui si deve tenere conto alla luce del complessivo contesto in cui il termine viene utilizzato” (sez. 5, sentenza 17243 del 2020).»     

La controdenuncia

La vicenda non è affatto conclusa. Il nostro collaboratore non è stato solo denunciato per diffamazione, ma ha dovuto subire anche la reazione con gli innumerevoli post diffusi sul web. «Quello che mi ha fatto male è che fin dall’inizio, da parte del D’Avino, c’è stata un’opera diffamatoria e di divulgazione, a mezzo social attraverso tutti i gruppi facebook di Somma Vesuviana, di questo mio rinvio a giudizio. Quasi fosse certo di una mia condanna. Questa opera ha leso anche la mia immagine. Ho presentato due querele: una contro un certo Tommaso Rea, un tabaccaio di Somma Vesuviana, il quale ha dato la mano alla divulgazione di Fiore D’Avino. Io ho denunciato a mia volta il D’Avino. La mia denuncia ancora non è stata archiviata.»

L’ipotesi di stalking

«C’è stata l’udienza preliminare, dove ero presente sia io che il D’Avino con i rispettivi avvocati, dove Bucci ha fatto un’arringa chiedendo addirittura di procedere per stalking nei miei confronti, per un accanimento nei confronti del D’Avino, sostenendo che io avevo esposto il D’Avino e i suoi familiari a un pericolo. Da parte mia c’è stato un intervento, durato più di quaranta minuti, dove ho spiegato chi ero, la funzione del testimone di giustizia, che cosa avevo denunciato, quali procedimenti ho fatto partire sul territorio di Somma Vesuviana. Procedimenti che si collegano alle elezioni comunali, agli abusi edilizi, denunce contro lo spaccio di droga. Il giudice si era riservato di decidere.»

La giustizia divina

«Durante l’udienza preliminare – ha raccontato Ciliberto – il D’Avino, davanti a un giudice della Repubblica italiana, ha detto queste testuali parole: “io non ho nulla di cui pentirmi”. Ha ribadito di credere solo nella giustizia divina. Quasi come se le condanne a lui inflitte e l’attuale detenzione, non dimentichiamo che fino al 2030 deve scontare una pena per reati associativi, anche se in detenzione domiciliare in virtù della sua collaborazione. Resta un condannato, un pregiudicato per reati di mafia contro un testimone di giustizia che, ad oggi, è persona incensurata. Una persona perbene. Fino alla settima generazione nessun componente della mia famiglia ha subìto condanne. In quella sede quasi quasi, il D’Avino, si sentiva vittima di una giustizia terrena. Non c’è stato nessun atto persecutorio, io non mi sono limitato a non scrivere più. Spesso queste querele servono solo per tentare di interrompere il lavoro dei giornalisti.»

In passato abbiamo raccontato di un suo ritorno a Somma Vesuviana. Questo ha scatenato la reazione?

«Questo è il problema. Come testata giornalistica abbiamo denunciato pubblicamente, nonostante l’avvocato Bucci abbia sempre negato, la sua presenza sul territorio. Ed oggi non sappiamo se vi è una indagine in corso per capire come il D’Avino possa tornare a Somma. Certamente potrebbe tornare se il giudice di sorveglianza permette il ritorno tramite un permesso. Resta il fatto che le persone lo hanno visto, abbiamo la documentazione, lo abbiamo scritto e abbiamo raccolto le parole dell’avvocato che nega la sua presenza. Può essere che c’è qualcosa che non va.»

Ma chi è il soggetto in questione?

«Un boss indiscusso degli anni Novanta, luogotenente di Carmine Alfieri.Fiore D’Avino, insieme al fratello, aveva creato il sodalizio criminale denominato clan D’Avino. Questo clan si è macchiato di molti delitti, ma non solo. È giusto definirlo anche come clan imprenditoriale, partecipava agli appalti e condizionava anche la vita economica dei paesi vesuviani. Fiore D’Avino, nel suo passato di camorrista, ha vissuto la camorra romana. È proprio lui che lo dichiara in varie interviste e nei vari processi, da me ascoltati su Radio Radicale. Loro avevano come quartiere generale proprio Roma, ai Parioli. È stato un esponente di spicco di quella camorra.»

Da qualche ora è morto il fondatore della NCO Raffaele Cutolo. La fazione di Alfieri faceva parte della camorra che si opponeva a quella cutoliana. «D’Avino faceva parte dell’altra fazione, lui si è trovato proprio nel periodo della guerra sanguinaria, quando i morti si contavano. E come è stato detto nelle aule dei tribunali il clan D’Avino ha partecipato a tanti omicidi.»

Tu sei un testimone di giustizia, una figura completamente diversa da quella del collaboratore.

«Per me la figura del collaboratore di giustizia è importantissima, quando ha una valenza riconosciuta da parte della magistratura. Ma ci sono dei collaboratori, che nel loro passaggio, rinnegano il loro passato e la loro appartenenza alla criminalità. Fiore D’Avino non ha mai rinnegato il suo passato. Troppo spesso anche la politica locale dimentica che a Somma Vesuviana c’è un solo testimone di giustizia e parecchi pentiti. Questo è molto grave. In altre città ricevono riconoscimenti, ricevono vicinanza. A Somma Vesuviana, non dobbiamo dimenticarlo, il figlio incensurato di D’Avino – questo concetto l’ho espresso anche nell’aula di tribunale di Perugia – ha partecipato alla campagna elettorale. Una notizia certa, supportata da idonea documentazione. Le valutazioni le lasciamo alla cittadinanza.»                                      

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Testimoni di giustizia, promesse da marinaio

SEI ANNI DOPO. Dopo gli annunci sui social «si è registrato il silenzio». Il testimone di giustizia Luigi Coppola spiega il suo punto di vista: «Di Maio, che è stato anche ministro del Lavoro, non ha mai risposto alle nostre giuste richieste.»

Luigi Di Maio con alcuni testimoni di giustizia

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Mi sono sentito violentato per l’ennesima volta. Le promesse non sono state mantenute, anzi hanno modificato in peggio qualcosa che poteva iniziare a funzionare». Inizia così la nostra conversazione con il testimone di giustizia Luigi Coppola.

Sono passati sei anni da un post pubblicato dall’attuale ministro (in quegli anni all’opposizione) Luigi Di Maio. L’annuncio, pubblicato su un social, porta la data del 5 febbraio 2015.

Questo il testo propagandistico: “Tra i problemi che subiscono gli italiani ogni giorno c’è anche il fatto che le Leggi esistono ma non si applicano. Oggi ho incontrato alcuni testimoni di giustizia che protestavano sotto Montecitorio. Li ho ricevuti e abbiamo parlato delle mancanze dello Stato nei loro confronti. Alcuni di loro hanno fatto cadere anche imperi mafiosi grazie alla propria testimonianza. Lo Stato deve combattere l’omertà non incentivarla. Gli dobbiamo molto. Io li aiuto».

A quell’incontro – come da foto – parteciparono diversi testimoni, tra cui Luigi Coppola, Francesco Paolo, Carmelina Prisco. Rocco Ruotolo e una coppia di coniugi calabresi.

Cosa è stato modificato in peggio? «Mi riferisco, soprattutto, delle assunzioni dei testimoni». A che punto sono le assunzioni? «Ad esempio i fuoriusciti dal programma di protezione non verranno assunti. La situazione è peggiorata, anche se Crimi (viceministro agli Interni e presidente della Commissione centrale) in una lettera e, poi, di persona mi aveva detto che quell’ostacolo per i fuoriusciti, insieme alla Commissione, poteva essere superato. L’ha scritto di suo pugno».

A Luigi Coppola abbiamo chiesto dell’incontro di sei anni fa. «Noi eravamo sotto Palazzo Chigi per invogliare il Governo a far pubblicare in gazzetta ufficiale i decreti attuativi per le assunzioni. Di Maio era il vice presidente della Camera. Se non sbaglio mandò anche una lettera a Bubbico (all’epoca vice ministro agli Interni) per sollecitare l’impegno nei confronti dei testimoni di giustizia. E ci disse che le leggi ci sono ma non vengono attuate. Poi fece quel comunicato sui social. Ma una volta che sono arrivati al Governo, lo stesso Di Maio, che è stato anche ministro del Lavoro, non ha mai risposto alle nostre giuste richieste. Mai, mai, mai, mai. Aperture dal 5 stelle, come partito di Governo, le ho viste con Vito Crimi. Con Gaetti no, anzi c’è una lettera dell’ottobre del 2018 (foto in basso) dove lui parla dei testimoni di giustizia e delle assunzioni nelle pubbliche amministrazioni.»

Per il presidente dell’Associazione antimafia che rappresenta anche alcuni testimoni: «non bisogna accanirsi solo nei confronti di una sola persona. La legge 3500 (“Disposizioni per la protezione dei testimoni di giustizia”), che porta il nome della Bindi, è stata voluta da tutta la politica. Tutti loro sapevano che tutti quelli che erano stati capitalizzati, automaticamente, perdevano il diritto al posto di lavoro. Ma chi ha avuto i soldi prima non ha potuto scegliere, perché non c’era questa possibilità di scelta, è ancora meritevole come categoria protetta? Le nostre priorità sono il lavoro e la sicurezza. Due concetti che sono sempre lasciati al caso. Non c’è interesse e non c’è volontà politica.»      

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La Passerella di Cinisello Balsamo, la nuova Udienza di Monza.

MONZA. È la terza volta che il testimone di giustizia Gennaro C. si trova  ad affrontare  il controesame a Monza, nel processo  per la Passarella Ciclopedonale di Cinisello Balsamo (Milano), che vede 5 imputati per vari reati: tra cui Mario Vuolo (dominus della Carpenfer Roma) ed il figlio Pasquale, già condannato per reati di mafia.

Secondo l’accusa avrebbero minacciato, in concorso con Cirami (manager della Impregilo), il super testimone, per far ritrattare le sue dichiarazioni, messe nero su bianco dalla Dia di Milano. Tutte, ad oggi, confermate  dal pubblico ministero Franca Macchia.

I quattro avvocati degli imputati non hanno dato tregua al testimone, in tutti i modi hanno tentato di far cadere l’ex carabiniere in contraddizione. Quattro ore é durato il controesame, interrotto solo per il malore che ha colpito Gennaro C., legato alla patologia causata dalla sua lunga ‘latitanza’, durata più di tre anni. Una continua fuga per vivere, per riuscire ad arrivare a questo fondamentale processo.

Una trentina i testi citati, tra cui il presidente dimissionario di ANAS, Ciucci.

La prossima udienza è stata fissata l’11 maggio. Un processo molto lungo e pieno di colpi di scena. La passerella di Cinisello, costata oltre 13 milioni di euro, resta chiusa ed il testimone di giustizia ha chiesto di incontrare  l’attuale Ministro delle Infrastrutture Delrio.

 

IL PROCESSO DI MONZA. Tutti gli articoli del blog:

APPALTI & CAMORRA: il Processo di Monza http://paolodechiara.com/2015/03/24/appalti-camorra-il-processo-di-monza/

APPALTI PUBBLICI ALLA CAMORRA, PARLA IL TESTIMONE http://paolodechiara.com/2015/03/21/appalti-pubblici-alla-camorra-parla-il-testimone/

TdG – Gennaro C. e il Processo contro la Camorra. La prima udienza di Monza http://paolodechiara.com/2015/01/29/tdg-gennaro-c-e-il-processo-contro-la-camorra-la-prima-udienza-di-monza/

 

 

TESTIMONI DI GIUSTIZIA a PARTINICO (Palermo), 7 febbraio 2015

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GRAZIE DI CUORE…

una bellissima presentazione con BELLISSIME persone

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per non dimenticare aeroporto punta raisi

IL GIORNO DELLA CIVETTA, i luoghi del film di Damiano Damiani,

piazza Duomo, Partinico (Palermo), 7 febbraio 2015

— presso Corso Dei Mille Partinico.

il giorno della civetta, la piazza del film

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il giorno della civetta3, la piazza del film

il giorno della civetta4, la piazza del film

CANTINA BORBONICA & MUSEO DEI PUPI,

Partinico (Palermo), 7 febbraio 2015

— presso Real Cantina Borbonica.

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DON PINO PUGLISI… per non dimenticare!

Cattedrale di Palermo, 6 febbraio 2015

— presso Cattedrale di Palermo.

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TESTIMONI di GIUSTIZIA a… PiùLIBRI PiùLIBERI, Roma, 8dic2014

TDG fiera libro piùlibripiùliberi roma dic2014

E’ TEMPO DI LEGGERE…

PiùLIBRI PiùLIBERI, la Fiera nazionale della piccola e media editoria, nasce nel dicembre del 2002 da una felice intuizione del Gruppo Piccoli editori di Varia dell’Associazione Italiana Editori. L’obiettivo di offrire al maggior numero possibile di piccole case editrici uno spazio per portare agli onori della ribalta la propria produzione, spesso ‘oscurata’ da quella delle case editrici più forti; e insieme di realizzare un luogo di incontro per gli operatori professionali, per discutere le problematiche del settore e per individuare le strategie da sviluppare.

lunedì 8 dicembre 2014, ore 17:00

presentazione del libro TESTIMONI di GIUSTIZIA di Paolo De Chiara.

INTERVENGONO l’autore, Vins Gallico (scrittore), Angela NAPOLI (consulente Commissione Parlamentare ANTIMAFIA), un Testimone di Giustizia

a cura di GiulioPERRONE Editore

SALA TURCHESE

tdg perrone

 

pp. 300 – Le Nuove Onde

formato 13X20

978-88-6004-326-9

16,00 euro

 In un Paese ben lontano dall’aver sconfitto le mafie esistono ancora cittadini che hanno il coraggio di diffondere la voce della legalità e credono che denunciare sia segno di civiltà e premessa di libertà. sono i testimoni di giustizia, figura introdotta legalmente nel 2001 per permetterne una coerente giurisdizione e soprattutto per differenziarne la natura e la disciplina rispetto ai collaboratori di giustizia, meglio noti come “pentiti”.

Il testimone di giustizia sceglie, per dovere civico, di non abbassare la testa di fronte alle prepotenze, è un testimone oculare, un imprenditore piegato dagli estorsori o, in alcuni casi, un cittadino che rivendica la propria onestà pur appartenendo a contesti mafiosi, come Lea Garofalo e Maria concetta cacciola.

Lo stato opera un’azione di ascolto e utilizzo delle informazioni fornite dai testimoni di giustizia e garantisce loro misure speciali di protezione: allontanamento dal paese di origine, trasferimento in località protette, identità false e sussidi che dovrebbero assicurare una vita dignitosa. Ma molti testimoni lamentano l’inadeguatezza di queste misure, il peggioramento del loro tenore di vita e l’abbandono in cui versano. isolati, privi di un sostegno psicologico adeguato, costantemente alle prese con i limiti dei servizi assistenziali e sanitari, e con i problemi legati ai numerosi trasferimenti: solitudine, spaesamento, distacco dagli affetti e impossibilità di trovare un lavoro.

Paolo De Chiara ripercorre alcune di queste storie attraverso una ricostruzione puntuale dei fatti, grazie a dichiarazioni, atti processuali, intercettazioni rese pubbliche, interviste e testimonianze, creando uno spettro il più possibile esaustivo di una realtà – quella del testimone di giustizia – che ancora vive, invece, in uno stato di ingiustizia.

“Siamo morti che camminano…”, il racconto di un testimone di giustizia

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“Siamo morti che camminano…”,

il racconto di un testimone di giustizia

di  | 7 gennaio 2014

“La nostra dignità è stata calpestata, senza lavoro, senza amici, scarsa protezione, senza libertà. Chiediamo solo aiuto per applicare le principali norme costituzionali per garantire i diritti inviolabili dell’uomo: la vita, il lavoro, la pubblica sicurezza. Vogliamo davvero combatterla la criminalità organizzata o dobbiamo diffondere il vero messaggio di come vengono trattati i testimoni di giustizia e le loro famiglie che hanno fatto delle scelte normali, denunciando?”.

Queste le parole utilizzate da Ignazio Cutrò, presidente dell’associazione nazionale che riunisce i testimoni di giustizia, nella lettera inviata al ministro dell’Interno Alfano(Ncd), al viceministro Bubbico (Pd), al direttore centrale della Polizia Criminale e al generale Pascali, direttore del servizio centrale di Protezione. “Nelle aule di Tribunale abbiamo dato le nostre testimonianze senza che nessuno è venuto a cercarci e lo abbiamo fatto tempestivamente, ed ora che si deve applicare un nostro diritto, un diritto a vivere, lo Stato dov’è? Ci hanno distrutto psicologicamente, più della mafia”.

Lo sfogo arriva da un imprenditore siciliano che ha denunciato i suoi estorsori. Con la sua testimonianza lo Stato è riuscito a mettere alle corde, con arresti e condanne, una famiglia mafiosa. I fratelli Panepinto di Bivona (Agrigento): Luigi, Marcello e Maurizio.

Ad oggi la situazione dei testimoni di giustizia è gravissima, abbiamo chiesto allo Stato di riconoscerci il diritto alla vita e il diritto alla libertà. Nessuno deve dimenticare mai che siamo morti che camminano. Per esasperazione ho detto: fucilateci tutti, ammazzateci. Forse è la cosa più semplice.

Perché non si risolvono i problemi dei testimoni di giustizia?

Il problema era semplicissimo, per loro. Si prendeva il testimone di giustizia, si portava in località protetta, si lasciava ammuffire. Ci sono registrazioni di testimoni di giustizia ricattati.

Da chi?

Da alcuni pezzi delle Istituzioni, come il Servizio Centrale. Da parte di alcuni rappresentanti del Nop (Nucleo Operativo Protezione, ndr). Però voglio precisare che ci sono personaggi del Nop che sono persone squisite.

Parliamo dei ricatti.

I ricatti accadevano perché il testimone, in un certo senso, voleva la sua libertà. Chiedeva qualcosa che gli spettava di diritto, chiedeva la normalità. Chiedeva che venisse applicato quello che è giusto, concordato al momento dell’entrata nel programma. L’inserimento socio-lavorativo non è stato mai applicato, non so come viene fatta la capitalizzazione. Come fanno queste valutazioni? Forse devi avere raccomandazioni? È sbagliatissimo. Ci deve essere una tabella, con dei parametri. Non perché sei bello o brutto. Ci sono tantissimi testimoni di giustizia che sono impazziti, insieme alle loro famiglie. Ad Antonio Candela hanno distrutto la vita, a 54 anni si è ritrovato senza lavoro.

Nel 2013 viene costituita l’associazione nazionale per tutelare i testimoni.

È necessario stare vicino al testimone, non siamo nati come antiStato, anzi siamo nati per stare vicino alle Istituzioni. Il nostro obiettivo è raggiungere dei risultati precisi. Ho presentato al presidente Crocetta (presidente della Regione Sicilia, ndr) un emendamento di legge per l’assunzione dei testimoni di giustizia nelle pubbliche amministrazioni.

Ancora c’è molta confusione tra testimone e collaboratore di giustizia.

L’errore lo hanno fatto loro. Prima del 2001 eravamo tutti insieme: collaboratori e testimoni. Una cosa assurda. Dovevo stare insieme a quei quattro pezzi di merda di mafiosi? È un errore paragonare i testimoni ai collaboratori. L’ex mafioso, il collaboratore di giustizia ha fatto parte dell’organizzazione mafiosa. Mafioso era e mafioso è rimasto. I testimoni di giustizia sono un’altra cosa. Nava, un commerciante, ha visto gli assassini del giudice Livatino, ha testimoniato. Siamo persone normali, cittadini onesti. Non ho paura della mafia, ma del silenzio dei cittadini onesti.

Perché lo Stato ha abbandonato e continua ad abbandonare i testimoni di giustizia?

Lo Stato siamo noi cittadini. Anche loro ci hanno abbandonati, in molti casi per vigliaccheria. Capisco, ma non condivido. Anche noi abbiamo paura, anche la famiglia di Ignazio Cutrò ha paura. Ma siamo rimasti liberi. Il nostro compito è non lasciare mai soli i testimoni o chi ha avuto il coraggio di alzare la testa, denunciare e portare i propri estorsori nelle aule giudiziarie.

Lei si sente solo?

L’ho capito durante il mio processo. Quando andavo a testimoniare, vedevo le famiglie di quei mafiosi arrestati ed io ero solo. Questo mi ha fatto capire che qualcuno ancora non è pronto.

Chi?

Il cittadino. È nostro dovere, è questione di dignità, andare a fare le denunce. Non ci possono essere scuse, la denuncia va fatta. Per i nostri figli. Io non prendo vitalizio, non l’abbiamo fatto per soldi. L’abbiamo fatto per dignità. Quale segnale si vuole mandare? Noi cerchiamo di mandare segnali giusti, abbiamo fatto nascere uno sportello antiracket. Il 27 marzo scorso sono stato attaccato in I Commissione, dove mi hanno detto: ‘lei fa nascere associazioni, va in televisione, non lo può fare perché ha bisogno di autorizzazioni’. Mi volevano sequestrare il passaporto. Sono all’interno del programma di protezione, ma sono un cittadino libero.

L’associazione dà fastidio?

Siamo uniti, possono facilmente uscire tutte le angherie che hanno subito i testimoni di giustizia.

A chi fa paura?

Anche ai politici. Ho seguito un caso di un testimone di giustizia, abbiamo scritto alcune lettere. I Nop non le hanno volute, il testimone ha registrato. Ormai si fa così, non ci fidiamo più di nessuno. Io sono stato fortunato, ho trovato delle persone squisite. Parliamo e ci coordiniamo. Molti sono sfortunati. Trovano quei due scemi che si credono i padroni del mondo e non capiscono le esigenze di una persona che ha sofferto, che ha dato tutto, che ha dato pure via la libertà per un ideale di giustizia. Non dobbiamo negare che c’è chi se n’è approfittato, ci sono stati testimoni di giustizia che hanno fatto richieste di soldi. Ma non per colpa di due o tre testimoni gli altri devono piangere. Se io sono cretino devono prendersela con me, non con tutti gli altri.

Lo scorso mese di agosto è arrivato il decreto.

La nostra grande vittoria, con il decreto legge per l’assunzione dei testimoni di giustizia nelle pubbliche amministrazioni. Grazie al senatore Lumia, che in un secondo emendamento non ha dimenticato gli ex testimoni e i figli dei testimoni. Le vere vittime sono le nostre famiglie. Chiederemo subito l’applicazione della legge.

Quali i benefici per i testimoni di giustizia?

La dignità. Ho denunciato per la mia dignità e per il mio lavoro e lo Stato non deve regalare niente a nessuno. Non vogliamo essere dei parassiti, vogliamo lavorare e guadagnare.

Cosa manca ancora?

La sicurezza. Non capisco perché ci sono tantissimi politici indagati, imputati e condannati per mafia che vengono ancora protetti. Ci sono tantissime persone che hanno denunciato, tantissimi imprenditori che hanno avuto il coraggio nella propria terra di denunciare, ma vengono lasciati soli. La mafia non dimentica. Hanno dimostrato con Lea Garofalo che sanno attendere. Lo Stato gliel’ha offerta su un vassoio d’argento, l’abbiamo ammazzata noi. Noi tutti, non solo loro. Quando abbiamo visto che Lea rimaneva da sola, quando un testimone rimane da solo è compito di tutti i cittadini fare da scudo. Una scorta civica, ci dobbiamo vergognare di essere italiani. A tutti piace stare dietro la pietra, aspettando che gli altri facciano qualcosa per noi. Questa cosa è inaccettabile.

Come la situazione del pm Nino Di Matteo, il titolare dell’inchiesta sulla Trattativa stato-mafia, minacciato da mesi dalla mafia e abbandonato dalle Istituzioni. Massima solidarietà al dottor Di Matteo e a tutti gli altri magistrati. Noi cittadini ogni mattina dobbiamo andare a prenderli, proteggerli. Dobbiamo essere tutti contro la mafia, tutti in culo alla mafia. La terra è nostra, il Paese è nostro.

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