C’è un giudice a Perugia: Ciliberto non ha diffamato nessuno

ARCHIVIAZIONE. «Non ha poi un contenuto offensivo – scrive il gip Avila – il riferimento nell’articolo pubblicato on line alla notizia di un ritorno a Somma Vesuviana di un ex camorrista (quand’anche fosse notizia riferibile all’opponente e falsa), ovvero il richiamo in un passo al “male assoluto”, con cui Ciliberto ha chiarito volersi riferire in generale “alla camorra e al modus operandi di chi sceglie quella vita”. Non si ravvedono, infine, estremi di atti persecutori.»

C'è un giudice a Perugia: il nostro collaboratore non ha diffamato nessuno

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Non c’è stata nessuna diffamazione nei confronti di Fiore D’Avino. Questo si legge nell’ordinanza di archiviazione del gip, dottoressa Angela Avila, del Tribunale di Perugia.

Il nostro valido collaboratore, Gennaro Ciliberto, ha «liberamente manifestato il proprio pensiero, esternando un giudizio critico su fatti, comportamenti e persone – si legge nell’Ordinanza -, in genere riportandosi alle vicende realmente accadute nel suo territorio, senza mai trasmodare in offese penalmente rilevanti, e ciò almeno nelle frasi ed espressioni qui segnalate dall’opponente che sono state da lui scritte nei vari post e nella lettera al sindaco».

Il nostro articolo

«Non ha poi un contenuto offensivo – scrive il gip Avila – il riferimento nell’articolo pubblicato on line alla notizia di un ritorno a Somma Vesuviana di un ex camorrista (quand’anche fosse notizia riferibile all’opponente e falsa), ovvero il richiamo in un passo al “male assoluto”, con cui Ciliberto ha chiarito volersi riferire in generale “alla camorra e al modus operandi di chi sceglie quella vita”. Non si ravvedono, infine, estremi di atti persecutori.»

Abbiamo scritto la verità, raccogliendo anche il punto di vista del legale del D’Avino (in allegato i link per leggere tutti gli articoli), concedendo tutto lo spazio a disposizione. Dichiarazioni che hanno innescato anche la reazione di diversi testimoni di giustizia.

«Gli elementi raccolti – si legge nell’archiviazione – nella fase delle indagini preliminari non consentono di sostenere l’accusa in giudizio perché la notizia di reato si palesa del tutto infondata».

Per Ciliberto «si chiude una brutta storia che ha leso, anche psicologicamente, la mia persona. Fortunatamente fino a 48 anni non mi ero visto mai imputato in nessun tipo di procedimento. Ed oggi, con il senno del poi, vorrei scoprire dove voleva arrivare il D’Avino. Se uno nella vita ha fatto delle scelte, giuste o sbagliate che siano, restano nella storia. Tutto ciò che ho detto, divulgato e scritto erano situazioni ben visibili in rete. E non credo che il D’Avino abbia denunciato cento testate giornalistiche o duecento giornalisti o abbia denunciato i giudici che l’hanno condannato.»

Ma come si è arrivati davanti al gip di Perugia? «Da molti anni, oltre al mio percorso di testimone di giustizia, svolgo un’opera di divulgazione della legalità sul territorio vesuviano e, nello specifico, sul territorio di Somma Vesuviana che, negli anni passati, ha visto l’egemonia del clan D’Avino. Egemonia che anche dopo il pentitismo del collaboratore di giustizia ha visto un’altra costola del clan, un cugino, riformarsi diventando clan predominante dell’area vesuviana. Questa mia divulgazione fatta in duplice veste, sia da testimone di giustizia che da apprendista cronista della testata onlineWordNews.it, ha attirato, dopo un articolo, l’attenzione del collaboratore di giustizia, il quale ha sporto una denuncia querela nei miei confronti per diffamazione presso la Procura di Nola. Questa denuncia ha subìto una prima archiviazione dove il collaboratore di giustizia, con il proprio avvocato, ha fatto opposizione. Il fascicolo, quindi, è stato inviato a Perugia, località del mio polo fittizio. Anche in quella sede è stata proposta l’archiviazione, ma l’avvocato Bucci (legale di Fiore D’Avino, nda) ha continuato ad opporsi.»

«In tale contesto – apprendiamo nell’Ordinanza di archiviazione – si devono inquadrare le sue dichiarazioni le sue dichiarazioni in questa sede contestate, per le quali spesso valgono i principi espressi dalla giurisprudenza, in tema di diffamazione, sull’esimente del diritto di critica, la quale “postula una forma espositiva corretta, strettamente funzionale alla finalità di disapprovazione e che non trasmodi nella gratuita ed immotivata aggressione dell’altrui reputazione, ma non vieta l’utilizzo di termini che, sebbene oggettivamente offensivi, hanno anche il significato di mero giudizio critico negativo di cui si deve tenere conto alla luce del complessivo contesto in cui il termine viene utilizzato” (sez. 5, sentenza 17243 del 2020).»     

La controdenuncia

La vicenda non è affatto conclusa. Il nostro collaboratore non è stato solo denunciato per diffamazione, ma ha dovuto subire anche la reazione con gli innumerevoli post diffusi sul web. «Quello che mi ha fatto male è che fin dall’inizio, da parte del D’Avino, c’è stata un’opera diffamatoria e di divulgazione, a mezzo social attraverso tutti i gruppi facebook di Somma Vesuviana, di questo mio rinvio a giudizio. Quasi fosse certo di una mia condanna. Questa opera ha leso anche la mia immagine. Ho presentato due querele: una contro un certo Tommaso Rea, un tabaccaio di Somma Vesuviana, il quale ha dato la mano alla divulgazione di Fiore D’Avino. Io ho denunciato a mia volta il D’Avino. La mia denuncia ancora non è stata archiviata.»

L’ipotesi di stalking

«C’è stata l’udienza preliminare, dove ero presente sia io che il D’Avino con i rispettivi avvocati, dove Bucci ha fatto un’arringa chiedendo addirittura di procedere per stalking nei miei confronti, per un accanimento nei confronti del D’Avino, sostenendo che io avevo esposto il D’Avino e i suoi familiari a un pericolo. Da parte mia c’è stato un intervento, durato più di quaranta minuti, dove ho spiegato chi ero, la funzione del testimone di giustizia, che cosa avevo denunciato, quali procedimenti ho fatto partire sul territorio di Somma Vesuviana. Procedimenti che si collegano alle elezioni comunali, agli abusi edilizi, denunce contro lo spaccio di droga. Il giudice si era riservato di decidere.»

La giustizia divina

«Durante l’udienza preliminare – ha raccontato Ciliberto – il D’Avino, davanti a un giudice della Repubblica italiana, ha detto queste testuali parole: “io non ho nulla di cui pentirmi”. Ha ribadito di credere solo nella giustizia divina. Quasi come se le condanne a lui inflitte e l’attuale detenzione, non dimentichiamo che fino al 2030 deve scontare una pena per reati associativi, anche se in detenzione domiciliare in virtù della sua collaborazione. Resta un condannato, un pregiudicato per reati di mafia contro un testimone di giustizia che, ad oggi, è persona incensurata. Una persona perbene. Fino alla settima generazione nessun componente della mia famiglia ha subìto condanne. In quella sede quasi quasi, il D’Avino, si sentiva vittima di una giustizia terrena. Non c’è stato nessun atto persecutorio, io non mi sono limitato a non scrivere più. Spesso queste querele servono solo per tentare di interrompere il lavoro dei giornalisti.»

In passato abbiamo raccontato di un suo ritorno a Somma Vesuviana. Questo ha scatenato la reazione?

«Questo è il problema. Come testata giornalistica abbiamo denunciato pubblicamente, nonostante l’avvocato Bucci abbia sempre negato, la sua presenza sul territorio. Ed oggi non sappiamo se vi è una indagine in corso per capire come il D’Avino possa tornare a Somma. Certamente potrebbe tornare se il giudice di sorveglianza permette il ritorno tramite un permesso. Resta il fatto che le persone lo hanno visto, abbiamo la documentazione, lo abbiamo scritto e abbiamo raccolto le parole dell’avvocato che nega la sua presenza. Può essere che c’è qualcosa che non va.»

Ma chi è il soggetto in questione?

«Un boss indiscusso degli anni Novanta, luogotenente di Carmine Alfieri.Fiore D’Avino, insieme al fratello, aveva creato il sodalizio criminale denominato clan D’Avino. Questo clan si è macchiato di molti delitti, ma non solo. È giusto definirlo anche come clan imprenditoriale, partecipava agli appalti e condizionava anche la vita economica dei paesi vesuviani. Fiore D’Avino, nel suo passato di camorrista, ha vissuto la camorra romana. È proprio lui che lo dichiara in varie interviste e nei vari processi, da me ascoltati su Radio Radicale. Loro avevano come quartiere generale proprio Roma, ai Parioli. È stato un esponente di spicco di quella camorra.»

Da qualche ora è morto il fondatore della NCO Raffaele Cutolo. La fazione di Alfieri faceva parte della camorra che si opponeva a quella cutoliana. «D’Avino faceva parte dell’altra fazione, lui si è trovato proprio nel periodo della guerra sanguinaria, quando i morti si contavano. E come è stato detto nelle aule dei tribunali il clan D’Avino ha partecipato a tanti omicidi.»

Tu sei un testimone di giustizia, una figura completamente diversa da quella del collaboratore.

«Per me la figura del collaboratore di giustizia è importantissima, quando ha una valenza riconosciuta da parte della magistratura. Ma ci sono dei collaboratori, che nel loro passaggio, rinnegano il loro passato e la loro appartenenza alla criminalità. Fiore D’Avino non ha mai rinnegato il suo passato. Troppo spesso anche la politica locale dimentica che a Somma Vesuviana c’è un solo testimone di giustizia e parecchi pentiti. Questo è molto grave. In altre città ricevono riconoscimenti, ricevono vicinanza. A Somma Vesuviana, non dobbiamo dimenticarlo, il figlio incensurato di D’Avino – questo concetto l’ho espresso anche nell’aula di tribunale di Perugia – ha partecipato alla campagna elettorale. Una notizia certa, supportata da idonea documentazione. Le valutazioni le lasciamo alla cittadinanza.»                                      

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(Video) LAVORO – Il Tribunale di Isernia CONDANNA

LAVORO – Il Tribunale di Isernia CONDANNA

Isernia, 5 marzo 2012

INTERVISTA alla lavoratrice-sindacalista Michela Foglietta, dipendente del Comune di Monteroduni.

A cura di Paolo De Chiara

Ecco il comunicato stampa integrale del sindacato CSA-FIADEL del 3 marzo 2012.

Oggetto: Accanimento contro un dipendente e dirigente del CSA/FIADEL.

Con Sentenza n. 42 dell’1.02.2012 il Tribunale del lavoro di Isernia ha accolto il ricorso del nostro dirigente sindacale sig.ra Michela Foglietta, dipendente del Comune di Monteroduni e da anni oggetto di accanimento e discriminazioni sul luogo di lavoro, da parte di amministratori e funzionari comunali; ha condannato quell’ente a corrispondere alla dipendente le indennità di responsabilità che gli erano state incredibilmente negate; ha altresì condannato il Comune alle refusione in favore della dipendente delle spese del giudizio che ha liquidato in Euro 2.100,00 oltre IVA, CAP ed accessori come per legge.
Inoltre, il Tribunale penale di Isernia, con Sentenza n. 112/11 depositata il 02.02.2012, ha stabilito il non luogo a procedere nei confronti della citata dipendente Michela Foglietta che era stata incredibilmente denunciata per il reato di calunnia da un funzionario di quel comune.
Ebbene, noi ci rallegriamo con il nostro dirigente sindacale perché finalmente, anche se ha dovuto soffrire per anni, con le suddette esemplari sentenze, ha avuto giustizia e non poteva essere diversamente perché quella persona è un dipendente modello, professionalmente preparata e soprattutto onesta e probabilmente, proprio questi requisiti potrebbero averla penalizzata sul luogo di lavoro.
Questo Sindacato CSA/FIADEL l’ha assistita in tutte le fasi, non l’ha mai abbandonata e provvederà anche agli adempimenti successivi, notiziando per prima cosa la Procura Generale della Corte dei Conti circa gli eventuali danni erariali e poi assistendo la dipendente anche nelle conseguenti azioni legali derivanti dalla infondata denuncia penale che è stata sporta nei suoi confronti.
Infine, ci preme sottolineare l’uso/abuso che taluni funzionari ed amministratori ne fanno del loro pubblico potere, perchè spesso, anziché perseguire e garantire legittimità e giustizia sul luogo di lavoro, si accaniscono contro quei dipendenti che per loro sono scomodi ma che in realtà fanno gli interessi del Comune e dell’utenza.

Informatizzare la giustizia

Guido Chionni, presidente Tribunale Isernia
Guido Chionni, presidente Tribunale Isernia

 

In attesa della visita del Ministro Brunetta il presidente del Tribunale di Isernia non si sbilancia. 

(di Paolo De Chiara – dechiarapaolo@gmail.com)

“In un clima così acceso, certamente stupido e inopportuno, sarebbe gettare benzina sul fuoco. Questo in un contesto nel quale io sono di quei magistrati che ritiene che il magistrato deve fare il magistrato. Non può fare l’opinionista”. Con questa avvertenza è iniziata l’intervista al Presidente del Tribunale di Isernia Guido Chionni. Con il magistrato non c’è stato verso di affrontare la “riforma” della Giustizia (“Del processo breve non voglio parlare”). Su questo argomento Chionni si è dimostrato intransigente. E, allora, abbiamo analizzato i problemi della giustizia, gli attacchi quotidiani che la magistratura subisce dalla classe politica e l’informatizzazione annunciata dal ministro Brunetta. Che nei prossimi giorni farà visita al Tribunale del capoluogo pentro.

Ma questa “riforma” risolve i problemi della giustizia? Cosa deve sapere l’opinione pubblica?

“Detto che non è mio compito parlare di questa riforma, quello che da magistrato con 42 anni di servizio, con la responsabilità di dirigere un ufficio, penso di poter dire innanzitutto una cosa. Il problema della giustizia per la lunghezza dei processi riguarda soprattutto la giustizia civile e un po’ meno la giustizia penale”.

Problemi che toccano da vicino i cittadini.

“Che toccano da vicino i cittadini come il penale. Il problema principale della situazione della giustizia, dei difetti, dei guai, dei problemi della giustizia oggi sta in due termini fondamentali. Uno: la mentalità, l’approccio, le norme. Due: la quantità del contenzioso”.

Si spieghi meglio.

“Il nostro è un Paese troppo litigioso. Si litiga anche per le cose più stupide e più piccole. E questo è un difetto enorme che ci portiamo addosso. Non so perché, si sveglia uno la mattina e dice: “adesso sai che faccio? Faccio l’esposto alla Procura della Repubblica che risolve tutto”. E quanti magistrati? Ci vorrebbero milioni di magistrati. Il che è ridicolo, è ridicolo anche solo ipotizzarlo. Il contenzioso è eccessivo”.

Il processo breve risolve i problemi della giustizia?

“Del processo breve non voglio parlare. Quando il magistrato esprime dei pareri, in qualche modo, è come se prendesse posizione e produce l’effetto di farlo incasellare in un orientamento. Il giudice deve impegnarsi con tutte le sue forze ad essere e ad apparire terzo in ogni sua manifestazione. In ogni sua opinione. E’ chiaro che il giudice ha le sue opinioni, ma se le deve tenere per sé”.

Lei crede di far parte di una casta?

“I magistrati sono uomini come gli altri. Ci sarà il magistrato più bravo, il magistrato meno bravo. Ci sarà pure il magistrato che ha qualche problema. Da qui a fare di tutta un’erba un fascio, etichettare… Io credo nella magistratura. Quello che mi dispiace è vedere il clima che si va deteriorando. Sento di fare ogni sforzo per oppormi al clima che va degenerando. E uno dei modi è quello di rimanere ciascuno nel suo ambito”.

Un suo illustre collega, Giovanni Falcone, rivolgendosi al suo amico Paolo Borsellino disse: “la gente fa il tifo per noi”. C’è oggi quell’entusiasmo intorno alla magistratura?

“Il momento è difficile, il problema è grosso. Coinvolge i mezzi di informazione. Il sistema dell’informazione è in grado di orientare molto le persone. E’ cambiata anche la gente. C’è una crisi delle Istituzioni che coinvolge un po’ tutti. Mentre prima vi era un rispetto generalizzato, le crisi che hanno caratterizzato il nostro tempo, certi problemi, certi scandali hanno minato questo sistema. Oggi chiunque si sente in diritto di esprimere giudizi che prima nessuno si sarebbe mai sognato di esprimere. Arriva uno, si sveglia e dice: “ma il presidente del consiglio dovrebbe fare così o colì. Ma la Corte Costituzionale sarebbe meglio se facesse così..”. Ma questo riguarda un po’ tutti. Oggi sono cambiati i tempi. La gente è cresciuta, forse, anche disordinatamente per effetto della televisione, dei giornali, ect. Sente, sente tante cose e ad un certo punto si sente all’altezza, se vogliamo usare questo termine, di dare dei giudizi. Di sostituirsi. La democrazia è tanto bella e apprezziamola, difendiamola e ha anche dei risvolti negativi. Certe volte mettere sempre in discussione tutto e tutti non è un bene”.

Dopo 40 anni di attività, cosa ha pensato quando ha visto il manifesto contro i magistrati: “Via le Br dalle Procure”.

“Cosa dire. E’ mortificante ed è spiacevole. Questo contrasto può portare addirittura a eccessi di questo tipo. Credo sia giusto che ognuno si faccia un esame di coscienza e si limiti. Perché, ripeto, esasperare, fino ad arrivare a questo tipo di iniziative, è un danno grave. Che resta. Probabilmente nasce o da rancori personali oppure da posizioni politiche”.

Il Tribunale di Isernia è stato scelto dal Ministero. Siete stati accolti a Roma dal ministro Brunetta che, nei prossimi giorni, sarà presente nel capoluogo pentro. A che punto siamo con l’informatizzazione?

“L’informatizzazione è una delle pochissime armi che abbiamo. Senza intervenire con modifiche normative, che sono importanti, ma in mancanza di quelle è l’unica arma che abbiamo per fare un passo avanti”.

A che punto siamo nel Tribunale di Isernia?

“Stiamo andando avanti”.

Può indicare un termine?

“Noi procederemo per gradi perché siamo in una fase in cui si sta valutando quali sono le esigenze del Tribunale a livello di macchinari. E poi procederemo per gradi perché questa trasformazione non è che si può fare presto, tutto e subito. E’ collegata a tante altre cose. Si potrà cominciare con qualcosina, poi se ne potrà fare un’altra e poi piano piano”.

L’azione di Brunetta per l’informatizzazione della giustizia sembra una riproposizione di un vecchio spot.

“Non mi sentirà dire “è uno spot”. Devo tenerla per me la mia opinione. Posso dire che l’informatizzazione è un’arma utilissima ed efficacissima”.

Forse, al contrario del processo breve, se l’informatizzazione venisse attuata in maniera ottimale un aiuto potrebbe anche darlo alla giustizia.

“Del processo breve non voglio parlarne. Per quanto riguarda l’informatizzazione è uno strumento di grande utilità. Perchè certamente ci può far recuperare dei tempi”.

da Malitalia.it

http://www.malitalia.it/2011/05/informatizzare-la-giustizia/