«Io sul libro paga della cosca Mancuso? Soltanto illazioni»

L’INTERVISTA. Parla l’avvocato Carmelo Naso del Foro di Palmi (RC), accusato dal collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, il “rampollo del clan Mancuso di Limbadi”, di essere sul libro paga della famiglia di ‘ndrangheta. «Non conosco personalmente il collaboratore di giustizia.» Domani alle ore 12:00 l’intervista all’On. Angela Napoli (minacciata di morte dai mafiosi di Limbadi): «Sono ‘ndranghetisti, potenti e pericolosi.»

«Io sul libro paga della cosca Mancuso? Soltanto illazioni»
Il collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso (ph Repubblica.it)

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Dal materiale intercettivo si evince, chiaramente, che la Chimirri Nensy Vera è collegata, tutt’oggi alla cosca, in quanto è difesa e assistita da un noto avvocato del Foro di Palmi (RC), Carmelo Naso, che risulta essere sul “libro paga” della cosca di ‘ndrangheta denominata “Mancuso”. Questa non è una mia invenzione ma è quanto emerge da una intercettazione telefonica, presente in atti, tra il professionista e Del Vecchio Rosaria Rita, rappresentante la famiglia Mancuso, inerente il procedimento pendente presso il Tribunale per i Minorenni di Catanzaro. In tale circostanza il mandato difensivo è stato conferito dalla Chimirri Nensy Vera, madre della minore, ma il professionista anziché riferire l’evolversi della vicenda alla sua assistita provvede, con priorità, a relazionarsi con Del Vecchio Rosaria Rita, la quale si occupa anche del pagamento delle spese legali.»

Questo è il passaggio contenuto nella comunicazione del collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, “il rampollo del clan Mancuso di Limbadi”, come lui stesso si definisce. Nell’articolo di Alessandra Ruffini è possibile leggere interamente il suo intervento. Ma cosa ne pensa l’avvocato, accusato di essere “a libro paga della cosca di ‘ndrangheta”?

Lo abbiamo contattato per raccogliere anche il suo punto di vista. «Francamente in questo momento non ho un punto di vista, nella misura in cui ho appreso il dato da testate giornalistiche che però, francamente, non mi va in questo momento di esprimermi.»

Lei difende la famiglia Mancuso?

«No, io difendo Chimirri Nensy Vera.»

La compagna di Emanuele Mancuso?

«La ex compagna.»

La ex compagna, mi perdoni. È entrata ufficialmente nel programma di protezione?

«Questo non glielo posso dire.»

Una strategia da parte della famiglia Mancuso?

«Una strategia in che senso?»

Emanuele Mancuso sostiene che è una strategia della sua famiglia ‘ndranghetista per fare pressioni su di lui, relativamente alla decisione di aver “saltato il fosso”. È così?

«Ma guardi, c’è un procedimento penale pendente su questa vicenda e credo che verrà fatta luce nell’aula di giustizia. Lo accerterà il Tribunale se è stata o non è stata una strategia.»

Lo ha conosciuto, lo conosce Emanuele Mancuso?

«No, non lo conosco. Non l’ho mai visto di persona. So chi è perché lo leggo di continuo sulle testate giornalistiche, lo leggo negli atti giudiziari oggetto di procedimenti penali. Però io personalmente non lo conosco.»

Il Mancuso, in un passaggio, scrive: “dal materiale intercettivo si evince, chiaramente, che la Chimirri Nensy Vera è collegata, tutt’oggi alla cosca, in quanto è difesa e assistita da un noto avvocato del Foro di Palmi (RC), Carmelo Naso, che risulta essere sul “libro paga” della cosca di ‘ndrangheta denominata “Mancuso”. Il collaboratore l’accusa di una cosa grave. Lei cosa risponde?

«Guardi, un estratto contributivo ancora non l’ho fatto. Potrei provare a fare un estratto contributivo per vedere, intanto, se c’è una cosca e poi se sono stato assunto da questa cosca. Dovrei risultare… ma l’estratto contributivo non l’ho fatto. Queste per me sono delle, delle… è un suo pensiero. Sono delle mere illazioni.»

Lei ha appena detto: “se esiste la cosca”. Mi scusi, ma cosa significa? Lei non è a conoscenza dell’esistenza di questa cosca di ‘ndrangheta?

«Non so di quale cosca stiamo parlando.»

Sempre i Mancuso di Limbadi.

«Ripeto ancora una volta, questo va accertato nelle aule di giustizia.»

Va accertata l’esistenza della cosca?

«Vanno accertati i fatti che sono riportati nella…»

Senta, ma esiste o non esiste questa cosca di ‘ndrangheta?

«Questo lo deve accertare un magistrato, non posso dirlo io. Questo va accertato nelle opportune sedi. Se io avessi il potere di decretare se esiste o non esiste una cosca… io questo potere non ce l’ho.»

Il collaboratore di giustizia, sempre nella sua richiesta d’aiuto inviata ai giornali, dice che c’è una intercettazione tra lei e un componente della famiglia Mancuso. Precisamente con Del Vecchio Rosaria Rita, “rappresentante la famiglia Mancuso, inerente il procedimento pendente presso il Tribunale per i Minorenni di Catanzaro”.

«Dipende cosa si intende per rappresentante. È la sorella della madre, la conosco. Certo che la conosco.»

La sorella della madre del collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso?

«Esattamente. È la zia del Mancuso. Che ripeto, che io conosco.»

Quindi l’intercettazione esiste perché lei conosce questa donna?

«Non le sto dicendo che esiste l’intercettazione, sto dicendo che conosco Del Vecchio Rosaria Rita. Certamente che la conosco, assolutamente. Questi sono atti che sono oggetto di un processo, un processo che si sta celebrando, che verrà celebrato di qui a breve e vedremo quello che ne uscirà, ecco. Tutto qui.»

Lei è il legale, come sostiene, della ex compagna del collaboratore. Può illustrare la questione della figlia minore…

«Quale figlia?»

La diatriba tra i due genitori, chiamiamola così…

«Sì, c’è. Per quello che posso dirle, lei capisce bene che sono vincolato dal segreto professionale. C’è questa vicenda che riguarda la bambina di Emanuele e di Chimirri Nensy Vera relativa a dinamiche prettamente familiari, da quel che… questo è quello che io posso dirle.»

Emanuele Mancuso, oggi, è un collaboratore di giustizia. Mi corregga se sbaglio.

«Sì, assolutamente.»

Quindi per essere un collaboratore di giustizia ci troviamo di fronte ad un clan di ‘ndrangheta. Non crede?

«Questo lo sta dicendo lei.»

È solo un ragionamento logico. Il collaboratore proviene da una famiglia mafiosa. O no?

«No, tecnicamente no.»

Può spiegare il suo punto di vista?

«Potrei commettere una serie indeterminata di delitti, insieme a lei o ad altra persona e poi pentirmi e collaborare con la giustizia.»    

In una conversazione telefonica, secondo il collaboratore, del 15 novembre del 2019 Mancuso Pantaleone, detto L’Ingegnere, dice alla sua cliente: “Stai tranquilla, io farò di tutto. Non ti preoccupare, stai tranquilla. Deve passare sul mio cadavere”. Lei come interpreta queste parole?

«Per dare una risposta alla sua domanda dovrei prima leggermi l’intercettazione, dopodiché avere la certezza che gli interlocutori siano quelli che lei mi sta indicando. Dopodiché io potrei anche risponderle. Soprattutto dovrei contestualizzarla questa intercettazione. Così su due piedi non so quale fosse il discorso.»

Sempre Emanuele Mancuso, collaboratore di giustizia, in un passaggio dichiara: “la bambina è in mano alla ‘ndrangheta ed è usata come merce di scambio”. Le risulta almeno questo?

«Sinceramente non sono a conoscenza di questo dato. Credo che ci siano di mezzo delle Istituzioni, so che c’è di mezzo il Tribunale per i minorenni di Catanzaro che non è proprio l’ultimo arrivato. So che c’è di mezzo la Procura per i minori di Catanzaro, so che c’è di mezzo la Procura distrettuale antimafia di Catanzaro. Stiamo parlando non di pizzo e fighi ma di Istituzioni, di gente che fa valere i diritti della gente, quindi credo che se, effettivamente, fosse come lei mi sta dicendo avrebbero preso dei provvedimenti.»

Come dice lui, il collaboratore, non io.

«Lei mi sta riferendo quello che direbbe questo Emanuele che cozza un pochino con la logica. Non è che stiamo parlando di una diatriba che si è accesa in famiglia e allora la sta mediando papà piuttosto che mamma. Qui stiamo parlando di organi giurisdizionali importanti che da sempre hanno esercitato in maniera ligia la giustizia. Lei può pensare, e glielo sto chiedendo, che possa esistere una situazione del genere e che un Tribunale, una Procura distrettuale, una Procura minorile possano acconsentire a questo tipo di situazioni? Ecco, glielo chiedo. Mi risponda.»

Io cerco le risposte. Senta, c’è un’altra intercettazione, tra lei e la signora Del Vecchio Rosaria Rita, la zia di Emanuele. Le offre prima 5 mila, poi 10 mila euro. Lei avrebbe risposto: “vengo pure in bicicletta”. Tra di voi c’è anche un rapporto professionale? Lei è anche l’avvocato di questa donna? Almeno questo dialogo lo ricorda?

«Non me lo posso ricordare, ritengo siano passati anni. Lei capisce bene che se io avessi detto una frase del genere, ovviamente sarebbe stata dettata dallo scherzo. Non è che una persona va in bicicletta a prendersi…»

A me non interessa come è andato. C’è un rapporto professionale tra lei e la signora, indicata dal collaboratore di giustizia come rappresentante della famiglia Mancuso?

«Non le posso rispondere. Ci sono delle dinamiche alle quali sono vincolato dal segreto professionale. Non è un mistero che ho avuto e ho una miriade di clienti e su questo non ne facciamo mistero.»

Fa l’avvocato…

«Sì, faccio l’avvocato. Quindi ho avuto rapporti professionali con una miriade di persone di… Questa è fondamentalmente la mia risposta.»

Senta, per quanto mi riguarda il clan Mancuso esiste, è pericoloso e questo dato lo si trova in libri, sentenze, documenti. È un dato di fatto. Mentre sulla ‘ndrangheta riesce a formulare un suo giudizio?

«Mi perdoni, chi le ha detto che il clan Mancuso esiste?»

È una mia opinione. Glielo ripeto: per me il clan Mancuso esiste, è presente sul territorio ed è molto pericoloso. La domanda è questa: che cos’è per lei la ‘ndrangheta?

«È un fenomeno umano…»

Quindi la ’ndrangheta esiste?

«È un fenomeno umano e come tale ha avuto certamente un inizio e dovrà anche avere una fine. Me lo auguro, ce lo auguriamo tutti.»

E questo dipende molto dagli uomini, o meglio da certi uomini…

«Naturalmente, naturalmente.»       

Ma secondo lei, lasciando stare il suo pensiero sull’esistenza del clan Mancuso, è grave dire che un avvocato è a libro paga di una cosca mafiosa?

«Dipende da quale pulpito viene la predica. Dipende da chi promana questo tipo di accusa. Lì si può vagliare e misurare la gravità di una affermazione.»      

WORDNEWS.IT © Riproduzione vietata

– Domani alle ore 12:00 l’intervista ad Angela Napoli (minacciata di morte dal clan Mancuso).

Angela Napoli

LEGGI ANCHE:     

– «Chiedo Giustizia»: l’appello del collaboratore Emanuele Mancuso per sua figlia

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a PRIVERNO (Latina), 25 novembre 2014

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GRAZIE di CUORE!!!

Una grande giornata… con gli studenti, i docenti, con la Preside Anna Maria Bilancia dell’ISISS ‘Rossi’ di PRIVERNO, con l’associazione FEMINEUS (Vania Marteddu e il suo magnifico gruppo), con le straordinarie DONNE, con la presidente della Consulta – Pari Opportunità Noemi Roccatani, con i compagni Anna Maria Giorgi e Mauro D’Addia (I Canusìa).

A Tutte, a Tutti, senza dimenticare nessuno. Una giornata straordinaria!!! 

…per NON DIMENTICARE una donna e una madre Coraggio, Lea GAROFALO… la fimmina calabrese che sfidò la Schifosa ‘ndrangheta

…per dire NO (con forza) al FEMMINICIDIO (massacro quotidiano). 

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i CANUSìA – https://www.youtube.com/watch?v=m3O6VymBr5I&list=UUCpjMcA639fBHx18IaCLAAg

LA BALLATA DI LEA (di Francesca PRESTIA, cantastorie calabrese)

 

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LEA GAROFALO, 4 anni dopo… 24 novembre 2009 – 24 novembre 2013

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MILANO, 4 anni dopo… 24 novembre 2009 – 24 novembre 2013.

Per non dimenticare Lea GAROFALO

…la Donna Coraggio che sfidò la Schifosa ‘ndrangheta.

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viale Montello, ‘fortino’ della ‘ndrangheta a Milano

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viale Montello, ‘fortino’ della ‘ndrangheta a Milano

palazzo di giustizia
palazzo di giustizia

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Lea Garofalo, per non dimenticare
Lea Garofalo, per non dimenticare

Lea Garofalo, per non dimenticare
Lea Garofalo, per non dimenticare

Lea Garofalo, per non dimenticare
Lea Garofalo, per non dimenticare

CORI (Latina)… IL CORAGGIO DI DIRE NO, 13 settembre 2013

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CORI (Latina), 13 settembre 2013

 

Presentazione de IL CORAGGIO DI DIRE NO.

La drammatica storia di Lea GAROFALO, la donna che sfidò la ‘ndrangheta.

 

GRAZIE di CUORE per la bellissima iniziativa,

GRAZIE di Cuore per il vostro necessario impegno. 

 

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IL CORAGGIO DI DIRE NO… a CORI (Latina), 13 settembre 2013

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IL CORAGGIO DI DIRE NO… a CORI (Latina)

venerdì 13 settembre 2013, ore 17.30

 

 

A CORI UN FESTIVAL SULLA SCRITTURA E LA LEGALITA’

In questa calda «Estate Corese 2013» la città d’Arte è pronta ad accogliere un’altra iniziativa di altissimo spessore. Nel fine settimana il Complesso Monumentale di Sant’Oliva ospiterà «Le forme della Scrittura – Festival di letteratura, teatro e musica», organizzato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Cori col suo staff, in collaborazione con la Provincia di Latina e la Regione Lazio.

La rassegna è pensata e costruita intorno al valore della scrittura che, nelle sue differenti forme espressive, diventa il mezzo per definire il mondo che ci circonda, per comprendere la quotidianità e per affrontare i temi culturali e civili della contemporaneità. Il festival vuole aprire uno spazio di confronto tra discipline e modalità di espressione diverse, che abbiano nella scrittura il loro carattere fondante. Verranno proposti eventi in cui, declinata nelle differenti forme di letteratura, teatro e musica, la scrittura sarà strumento necessario per raccontare l’attualità attraverso i linguaggi della creatività e le loro contaminazioni.

Il tema scelto per questa prima edizione è la legalità. La realtà in cui viviamo necessita di occasioni per riflettere sul suo carattere di emergenza sociale e civile, per condividere e proporre insieme idee e soluzioni di cambiamento. Il Festival nasce per unire cultura e impegno civile perché senza rispecchiare la verità,  la cultura rischia oggi di svuotarsi di contenuti. La legalità  sarà la matrice comune di tutti gli appuntamenti in programma, per creare una consapevolezza individuale su questo argomento e acquisire una coscienza collettiva sulla necessità di difendere il Nostro Paese ed il bene comune.

La manifestazione inizierà venerdì 13, alle ore 17.30, con la presentazione del libro di Paolo De Chiara, «Il coraggio di dire no. Lea Garofalo», presso la Sala conferenze del Museo della Città e del Territorio. Alle ore 21.30 seguirà il concerto dei gruppi emergenti locali in Piazza S. Oliva. Nello stesso piazzale, sabato 14, alle ore 21.30, lo spettacolo teatrale «Il paese della vergogna», conDaniele Biacchessi e i GANG. Gran finale domenica 15, nella Sala conferenze del Museo, con la proiezione, alle ore 17.30, del documentario «Il giorno prima» a cura dell’Associazione «I Cittadini Contro le Mafie». A seguire l’incontro/dibattito «L’antimafia del giorno prima, perché stare vicino alle vittime» con Antonio Turri – Presidente dell’Associazione – e la testimonianza un testimone di giustizia. Ingresso gratuito.

da http://www.h24notizie.com/news/2013/09/09/a-cori-un-festival-sulla-scrittura-e-la-legalita/

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IL CORAGGIO DI DIRE NO… VITULAZIO (Caserta), 6 settembre 2013

manifesto VITULAZIO

IL CORAGGIO DI DIRE NO

La storia di Lea GAROFALO, la donna che sfidò la ‘ndrangheta a…

VITULAZIO (Caserta)

6 settembre 2013, ore 18.30

 

GRAZIE di CUORE!!!

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IL CORAGGIO DI DIRE NO. La storia di Lea Garofalo… a NETTUNO, 22 maggio 2013

paolo de chiara

IL CORAGGIO DI DIRE NO. La storia di Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta (Falco Editore)… a NETTUNO, 22 maggio 2013.

Per ORDINI:www.falcoeditore.com

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(Video) A LEA GAROFALO. Il Coraggio di dire NO

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IL CORAGGIO DI DIRE NO
La Storia di Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta
di Paolo De Chiara
(Falco Editore, nov. 2012)

con prefazione di Enrico FIERRO
con introduzione di Giulio CAVALLI

 

A LEA… 

 

Questa è la storia di Lea Garofalo, la donna-coraggio che si è ribellata alla ‘ndrangheta, che ha tagliato i ponti con la criminalità organizzata. Nata in una famiglia mafiosa, ha visto morire suo padre, suo fratello, i suoi cugini, i suoi amici. Un vero e proprio sterminio compiuto da uomini senza cuore, attaccati al potere e illusi dal falso rispetto della prepotenza criminale. Lea ha conosciuto la ‘ndrangheta da vicino: come tante donne, ha subito la violenza brutale della mafia calabrese. Ha denunciato quello che ha visto, quello che ha sentito: una lunga serie di omicidi, droga, usura, minacce, violenze di ogni tipo. Ha raccontato la ‘ndrangheta che uccide, che fa affari, che fa schifo!
È stata uccisa perché si è ribellata alla cultura mafiosa, che non perdona il tradimento — soprattutto — di una donna e non è guidata da sentimenti di benevolenza umana. A 35 anni è stata rapita a Milano per ordine del suo ex compagno, dopo un precedente fallito tentativo di sequestro in Molise (a Campobasso). […]
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[…] la storia di Lea Garofalo, di questo ci parla. Di una vita violenta vissuta in un clima di perenne e quotidiana violenza. Un’esistenza dove la tenerezza, l’affetto, la comprensione non hanno mai trovato spazio. Forse, ma questo lo si avverte leggendo il libro e soffermandosi a riflettere sulle pagine più dense, alla fine della sua vicenda umana. Lea aveva capito che una vita violenta non è più vita e per questo aveva chiesto aiuto. Allo Stato, a questa cosa incomprensibile e troppo lontana per una ragazza di Calabria, allo Stato come unica entità cui aggrapparsi in quel momento. Perché quando rompi con la famiglia, quando vuoi venirne fuori, diventi una infame, una cosa lorda, la vergogna per il padre, i fratelli, il marito. E la vergogna si lava con il sangue. (dalla Prefazione di Enrico FIERRO).
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[…] Ma il processo a Carlo Cosco e la sua banda è anche la foto di una Lombardia che ha deciso di svegliarsi dal lungo sonno della ragione sulle mafie e abbracciare un lutto senza scavalcarlo ma piuttosto caricandoselo sulle spalle. L’aula del tribunale di Milano dove si celebrò il processo è stata la meta di giovani e meno giovani che hanno deciso di esserci, di stare lì, di metterci la faccia, di non permettere che si derubricasse quel processo ad un litigio coniugale finito male. Il giorno della sentenza, gli occhi lucidi del pubblico che affollava l’aula sono stati la condanna più feroce per gli assassini: qui non c’è posto per voi, dicevano quegli occhi, non c’è più l’indifferenza che vi ha permesso di pascolare impuniti, boriosi e fieri della vostra bassezza criminale. Ecco perché Lea Garofalo e sua figlia Denise vanno raccontate con impegno costante nelle scuole, nelle piazze, sui libri: l’eroismo in penombra di chi crede nel dovere della verità è l’arma migliore contro le mafie, la partigianeria che profuma di «quel fresco profumo di libertà». (dall’Introduzione di Giulio CAVALLI)
FALCO EDITORE (Cosenza)
http://www.falcoeditore.com/index.html
Pagine: 224
Prezzo: € 14,00
ISBN: 978-88-96895-93-1
Formato: 15,5×21,5
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Immagini del Video tratte dal TG La7 e da TeleCosenza

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PREMIO Letterario Nazionale “Donna e scrittura. L’inedito nel cassetto”

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… Giacchè l’edizione 2012 del Premio è stata dedicata alla legalità e in particolare a Denis Cosco, figlia di Lea Garofalo, testimone di giustizia uccisa dalla ‘ndrangheta, il Presidente del Premio, prof.ssa Maria Fontana Ardito, ha voluto premiare il giornalista Paolo De Chiara, autore del volume “Il coraggio di dire no. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta”, e il suo editore Michele Falco.

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XV edizione (2012) del Premio Letterario Nazionale “Donna e scrittura. L’inedito nel cassetto”

CERIMONIA DI PREMIAZIONE: 
Martedì 28 maggio 2013, ore 18:00 presso il “Palazzo Marsico”, Piazza San Nicola, Lattarico (Cs). 

COMUNICATO STAMPA 

Carmela Maria Palumbo è risultata vincitrice della XV edizione (2012) del Premio Letterario Nazionale “Donna e scrittura. L’inedito nel cassetto”, patrocinato esclusivamente dalle Edizioni Periferia di Cosenza. Il Primo Premio Assoluto le è stato assegnato dalla Giuria composta da: Maria Fontana Ardito (Presidente); Augusta Torricelli Frisina; Giovanna Miccichè; Carmelina Sicari; Pasquale Falco, per la Tesi di Master in Management (Relatore il prof. Pietro Fantozzi) dal titolo: ” Mons. Giancarlo Maria Bregantini costruttore di legalità”. La tesi sviluppa, attraverso una documentazione per molti aspetti inedita e una esperienza personale, il concetto di legalità proposto e concretamente vissuto da Mons. Bregantini.

Nel suo ministero episcopale in terra di Calabria e specificatamente nella Diocesi di Locri-Gerace, Mons. Bregantini individua e suggerisce una legalità non di natura giuridica, ma spirituale, culturale, sociale. Si tratta, dunque, di educare dal basso i singoli cittadini per l’affermazione di una cultura della legalità che si manifesta nei piccoli e grandi gesti della quotidianità.

L’Autrice, laureata in Medicina e specializzata in Psichiatria, svolge la sua attività professionale presso gli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria. Ha già al suo attivo pubblicazioni e riconoscimenti.

Giacchè l’edizione 2012 del Premio è stata dedicata alla legalità e in particolare a Denis Cosco, figlia di Lea Garofalo, testimone di giustizia uccisa dalla ‘ndrangheta, il Presidente del Premio, prof.ssa Maria Fontana Ardito, ha voluto premiare il giornalista Paolo De Chiara, autore del volume “Il coraggio di dire no. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta”, e il suo editore Michele Falco.

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MEMORIA e IMPEGNO, 21 marzo 2013

Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie

Sono più di novecento le vittime innocenti uccise dalle mafie. Oggi, 21 marzo, saranno scanditi nuovamente i loro nomi nelle principali piazze del nostro Paese.

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IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta.

con prefazione di Enrico FIERRO
con introduzione di Giulio CAVALLI
[…] la storia di Lea Garofalo, di questo ci parla. Di una vita violenta vissuta in un clima di perenne e quotidiana violenza. Un’esistenza dove la tenerezza, l’affetto, la comprensione non hanno mai trovato spazio. Forse, ma questo lo si avverte leggendo il libro e soffermandosi a riflettere sulle pagine più dense, alla fine della sua vicenda umana.
Lea aveva capito che una vita violenta non è più vita e per questo aveva chiesto aiuto. Allo Stato, a questa cosa incomprensibile e troppo lontana per una ragazza di Calabria, allo Stato come unica entità cui aggrapparsi in quel momento. Perché quando rompi con la famiglia, quando vuoi venirne fuori, diventi una infame, una cosa lorda, la vergogna per il padre, i fratelli, il marito. E la vergogna si lava con il sangue.
dalla Prefazione di Enrico Fierro

[…] Ma il processo a Carlo Cosco e la sua banda è anche la foto di una Lombardia che ha deciso di svegliarsi dal lungo sonno della ragione sulle mafie e abbracciare un lutto senza scavalcarlo ma piuttosto caricandoselo sulle spalle. L’aula del tribunale di Milano dove si celebrò il processo è stata la meta di giovani e meno giovani che hanno deciso di esserci, di stare lì, di metterci la faccia, di non permettere che si derubricasse quel processo ad un litigio coniugale finito male. Il giorno della sentenza, gli occhi lucidi del pubblico che affollava l’aula sono stati la condanna più feroce per gli assassini: qui non c’è posto per voi, dicevano quegli occhi, non c’è più l’indifferenza che vi ha permesso di pascolare impuniti, boriosi e fieri della vostra bassezza criminale. Ecco perché Lea Garofalo e sua figlia Denise vanno raccontate con impegno costante nelle scuole, nelle piazze, sui libri: l’eroismo in penombra di chi crede nel dovere della verità è l’arma migliore contro le mafie, la partigianeria che profuma di «quel fresco profumo di libertà».
dall’Introduzione di Giulio CAVALLI

Il coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ’ndrangheta di Paolo De Chiara
Editore FALCO
Pagine: 224
Prezzo: € 14,00
ISBN: 978-88-96895-93-1
Formato: 15,5×21,5

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a Cassino, 22 marzo 2013

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CASSINO, 22 marzo 2013 – ore 16

L’Associazione contro le illegalità e le mafie“Antonino Caponnetto” e “I Cittadini contro le mafie e la corruzione”, con il patrocinio del Comune di Cassino, presentano

“DONNE DI ANTIMAFIA: LA STORIA DI LEA GAROFALO”

SALUTI:

Giuseppe Gollini Petrarcone (Sindaco di Cassino)

Igor Fonte (Associazione “Peppino Impastato” di Cassino)

Elvio Di Cesare (Segretario nazionale “Associazione Caponnetto”)

Antonio Turri (Presidente Associazione “I cittadini contro le mafie”)

Michele Falco (Editore)

INTERVENTI:

Patrizia Menanno e Letizia Giancola (“Associazione Caponnetto”) con Paola Primicerj (Coordinatore  dell’Ufficio del Giudice di pace di Cassino)

Enrico Fierro (scrittore e giornalista de “Il Fatto Quotidiano”, autore della Prefazione)

Armando D’Alterio (Proc. D.D.A. di Campobasso)

Federico Cafiero De Raho (Procuratore aggiunto e Coordinatore D.D.A. di Napoli)

Paolo De Chiara (Autore del libro)

MODERA: Nello Trocchia (scrittore e giornalista de “Il Fatto Quotidiano” e “L’Espresso”)

La presentazione si svolgerà a Cassino (FR) venerdì 22 marzo 2013 alle ore 16,00 presso la Biblioteca Comunale “Pietro Malatesta” – Centro “Arcobaleno” – Tribunale di Cassino in Via del Carmine

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DIAZ, AGNOLETTO: “NAPOLITANO SI SCUSI”

Intervista a Vittorio Agnoletto, portavoce del Genova Social Forum

DIAZ: “NAPOLITANO SI SCUSI”

Dopo la sentenza di condanna, “lezione di democrazia e diritto”, una lettura storica

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“La sentenza della Corte di Cassazione va rispettata come tutte le decisioni della Magistratura. Il Ministero dell’Interno ottempererà a quanto disposto dalla Suprema Corte”.In questo modo il Ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri ha commentato la sentenza della Cassazione per l’irruzione alla scuola Diaz-Pertini di Genova, durante il G8 del 2001. Il blitz degli uomini dello Stato, delle forze dell’ordine, avvenne nella notte tra il 21 e 22 luglio di undici anni fa. Poliziotti in assetto da guerra, entrarono nella scuola dove alloggiavano i manifestanti, abusando del loro potere. Uomini e donne vennero brutalmente feriti con fratture alle mani, al cranio, alle costole. Un vero e proprio inferno quella notte, una ‘macelleria sociale’. Sangue, urla e pestaggi.

Il giorno prima, in piazza Alimonda, venne ucciso da un carabiniere Carlo Giuliani. Il giorno dopo l’irruzione, l’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, dichiarò alle telecamere: “ho avuto questa mattina una telefonata del Ministro degli Interni, che mi ha rappresentato il ritrovamento di armi improprie all’interno del Genova Social Forum e la individuazione di 60 persone appartenenti alle squadre violente che si erano occultate, a dire del Ministro, con la connivenza degli esponenti del Genova Social Forum”. A seguire una strana conferenza stampa organizzata dalla Polizia di Stato dove i giornalisti, senza fare domande, dovettero ascoltare la lettura di un comunicato: “Nella scuola Diaz sono stati trovati 92 giovani, in gran parte di nazionalità straniera, dei quali 61 con evidenti e pregresse contusioni e ferite. In vari locali dello stabile sono stati sequestrati armi, oggetti da offesa ed altro materiale che ricollegano il gruppo dei giovani in questione ai disordini e alle violenze scatenate dai Black Bloc a Genova nei giorni 20 e 21. Tutti i 92 giovani sono stati tratti in arresto per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e saccheggio e detenzione di bottiglie molotov. All’atto dell’irruzione uno degli occupanti ha colpito con un coltello un agente di Polizia che non ha riportato lesioni perché protetto da un corpetto. Tutti i feriti sono stati condotti per le cure in ospedali cittadini”. Una violentaperquisizione’ che si concluse con 93 arresti e 82 feriti con tre prognosi riservate. 

Ieri la sentenza della Corte di Cassazione. Con le condanne definitive per 25 poliziotti, con l’aggiunta dell’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. La sentenza colpisce anche alti funzionariFranco Gratteri, capo della direzione centrale anticrimine; GilbertoCaldarozzi, capo del servizio centrale operativo e Giovanni Luperi, capo del dipartimento analisi dell’Aisi (il vecchio Sisde). Tutti condannati per falso aggravato. Su twitter la deputata del Pdl, Jole Santelli, ha scritto: “Mi vergogno di essere italiana. Mi vergogno di una magistratura che condanna i migliori uomini dello Stato. Sentenza politica e pilotata”. Per il capo della Polizia, Manganelli: “è il momento delle scuse”.

Abbiamo sentito Vittorio Agnoletto, portavoce del Genova Social Forum 2001, che subito dopo la sentenza della Cassazione ha affermato: “oggi abbiamo ricevuto una lezione di democrazia e di diritto”. Chiedendo le dimissioni dell’ex Capo della Polizia, Gianni DeGennaro “responsabile etico e morale”. Oggi sottosegretario con delega ai servizi segreti. Il processo condanna in modo definitivo i numeri due, tre e quattro della Polizia. Queste persone da chi dipendevano? A chi rendevano conto? Al numero uno, al capo della Polizia.Che non era coinvolto in questo processo, anche perché materialmente in quei giorni non stava a Genova. Ma aveva la responsabilità di tutto quello che accadeva, di tutta la gestione dell’ordine pubblico. E’ possibile ritenere che tutti abbiano agito all’insaputa o, addirittura, contro i desideri del numero uno? Credo che sia naturale che anche Gianni De Gennarodebba dare le dimissioni. Credo che dovrebbe essere un atto dovuto e un atto di cui dovrebbe sentire l’esigenza etica e professionale lo stesso De Gennaro. Ho molti dubbi che il mondo politico che lo ha nominato sottosegretario osi chiederne le dimissioni”.

Lei ha rivolto un appello anche al Presidente della Repubblica.

Ritengo che sia un dovere che il Presidente Napolitano, che rappresenta l’insieme di questo Paese, faccia l’ atto di chiedere scusa a nome delle Istituzioni ai cittadini che sono stati picchiati alla Diaz e a Bolzaneto, per le violenze che hanno subito ad opera dei rappresentanti delle Istituzioni. E che chieda scusa all’insieme dei cittadini italiani per quello che non hanno fatto in tutti questi anni le Istituzioni per aiutare la ricerca della verità.

Nel suo libro ‘L’eclisse della democrazia’ si fa riferimento alla tortura. In Italia ancora non esiste questo tipo di reato.

Questo è un gravissimo scandalo per cui l’Italia è stata richiamata da tutte le Istituzioni internazionali e dopo quasi trent’anni dalla firma della Convenzione Internazionale l’Italia aveva il compito e il dovere di fare una legge, che non ha mai voluto fare. E non la farà nemmeno questo Governo. L’assenza del reato di tortura ha già inciso molto sul processo d’appello di Bolzaneto ed è destinata ad incidere molto anche sulla sentenza della Cassazione, per Bolzaneto, che arriverà tra oltre un anno. Dietro le resistenze della politica a fare una legge sul reato di tortura c’è una convinzione molto sbagliata. E cioè che le forze dell’ordine siano al di sopra della legge. E’ un reato previsto in tutti i Paesi civili.

Lei, subito dopo la sentenza della Cassazione, ha parlato di “lezione di democrazia e di diritto“.

Credo che la sentenza di ieri sia stata veramente una lezione di democrazia e di diritto. I cinque magistrati della Cassazione si sono trovati ad agire in una condizione pesantissima, che andava oltre il loro ruolo istituzionale. Sono stati caricati di una responsabilità che non era loro. Grandi media nei giorni precedenti la sentenza hanno continuato ad insistere che un eventuale conferma della condanna avrebbe portato alla decapitazione di importanti Istituzioni italiane, perché sarebbero stati obbligati a dimettersi persone che ricoprono ruoli importantissimi nella Polizia italiana. Questa non è una responsabilità che può essere scaricata sui magistrati. I magistrati non hanno colpa se chi ha commesso un reato ricopre ruoli importanti nello Stato. La responsabilità grossa è della politica, che in questi undici anni non ha fatto nulla. Anzi ha promosso tutti coloro che venivano condannati dai magistrati. Questi magistrati hanno dimostrato che la legge è uguale per tutti.

Undici anni dopo Genova, qual è la sua lettura storica?

Dovremo ricordare che il movimento di Genova veniva da Portalegre, sei mesi prima c’era stata la prima edizione del Forum Sociale Mondiale dove i movimenti di tutto il mondo si erano dati appuntamento in Brasile per parlare, discutere e progettare un mondo completamente diverso. Questo movimento in pochissimi mesi si diffuse in tutto il mondo. La repressione di Genova è attuata e praticata dalle forze dell’ordine e dai politici italiani, ma la decisione della repressione nasce a livello internazionale per stroncare questo movimento. Non possiamo dimenticarci che prima di Genova c’era stata Napoli, prima di Napoli c’era stata Goteborg e prima di Goteborg c’era stata Praga. Una decisione presa a livello internazionale per cercare di fermare la crescita di un movimento che si diffondeva, come poi è avvenuto, in tutto il mondo. E che aveva ragione. La realtà che viviamo oggi, la crisi economica e sociale che viviamo oggi è esattamente la conseguenza di quello che noi avevamo previsto undici anni fa. Quando nessuno ci ha dato ragione.

Un esempio?

In questi giorni i capi di Stato discutono se trovare il modo per applicare una tobin tax, che era quello che esattamente chiedevamo nel 2001. Abbiamo raccolto 150mila firme in Italia e nessuno ci ha preso in considerazione.

Lei crede che ci siano stati errori, responsabilità, leggerezze da parte del Movimento NoGlobal?

Se si parla delle giornate di Genova, il Movimento non ha nulla da rimproverarsi. Ci siamocomportati in un modo assolutamente trasparente. Eravamo convinti che il diritto a manifestare dovesse essere tutelato dalla Polizia. Come potevamo immaginare, per esempio, che potessero arrivare a Genova i black bloc a sfasciare tutto nell’indifferenza più totale delle forze dell’ordine, anzi nella tutela delle forze dell’ordine che li hanno lasciati sfasciare. Non potevamo prevedere simili atteggiamenti.

E in questi undici anni?

Abbiamo fatto due errori di tipo politico. Il non capire che la nostra unità era il più grande bene comune che avevamo. La forza di Genova era il fatto che insieme si sono mosse 1600 organizzazioni, di cui 900 italiane. Dopo Genova si è tornati ad agire ognuno per conto suo. Un grande errore. La seconda questione, quando c’è stato il governo Prodi, il delegare alla politica la speranza di un cambiamento. E la politica si è dimostrata incapace totalmente di qualunque cambiamento.

Come è cambiato il movimento in questi anni?

Il movimento di cui parliamo è un movimento mondiale. A livello globale il movimento ha fatto passi da gigante. Ha contribuito fortemente a cambiare profondamente la realtà di un intero continente, come l’America Latina. In Africa i movimenti sono riusciti a bloccare un accordo commerciale proposto dall’Unione Europea che avrebbe distrutto l’economia agricola africana. Ha cambiato le cose in India, in Asia. Abbiamo molte più difficoltà in Europa, questo però era naturale, per la repressione fortissima che c’è stata allora e poi perché in questa società gli apparati mediatici, culturali sono fortemente controllati dai poteri delle grandi multinazionali, dalle grandi concentrazioni economiche e finanziarie. Però abbiamo raggiunto degli obiettivi importanti. Non dimentichiamoci un anno fa i referendum per mantenere pubblica l’acqua. E’ a Genova che nasce il concetto di bene comune. E a Genova che per la prima volta si parla di acqua come bene comune.

Come è cambiata la società in questi anni?

La società italiana ha vissuto dieci anni narcotizzata. Oggi di fronte a una crisi economicapesantissima e gli indici di povertà che aumentano enormemente la società italiana, molto lentamente, forse si sta risvegliando. Ma il percorso sarà molto lungo. Abbiamo perso, prima che sul piano politico, sul piano culturale. E recuperare sul piano culturale richiede tempi lunghi.

da L’INDRO.IT di venerdì 6 Luglio 2012, ore 19:25

http://lindro.it/Diaz-Agnoletto-Napolitano-si-scusi,9420

(VIDEO) Fiaccolata ad Isernia per ricordare Stefania Cancelliere. Le immagini e le interviste

Fiaccolata ad Isernia per Stefania Cancelliere:

ecco le immagini

Si è tenuta ad Isernia la fiaccolata per ricordare Stefania Cancelliere, la 39enne isernina barbaramente uccisa dall’ex marito a Legnano.

Molte le persone che hanno manifestato per le vie della città. Stefania Cancelliere aveva tre figli. Uccisa, per gelosia, a colpi di mattarello dall’ex marito Roberto Colombo, 54 anni, oculista.

ECCO LE IMMAGINI (CON LE INTERVISTE) DELLA MANIFESTAZIONE:

AMORE CRIMINALE/1

AMORE CRIMINALE/2

AMORE CRIMINALE/3

AMORE CRIMINALE/4

 

AMORE CRIMINALE/5

 

A cura di Paolo De Chiara

CASAPOUND: FASCISMO DEL III MILLENNIO?

Emanuele Toscano e Daniele Di Nunzio commentano il fenomeno

CASAPOUND: FASCISMO DEL III MILLENNIO?

Il sindaco Alemanno ha proposto l’acquisto dello stabile di via Napoleone III scatenando le polemiche

Anche quest’anno ritorna nel piano investimenti l’acquisto dello stabile di via Napoleone III. È una vergogna. Chiediamo al sindaco Alemanno, che ha parlato di unità, di dare un segnale concreto alla vigilia del 25 aprile togliendo 11 milioni e otto per l’acquisto della casa dei fascisti del terzo millennio”. Queste le parole pronunciate, qualche giorno fa, dal consigliere comunale di Roma, Paolo Masini (Pd) sull’intenzione del primo cittadino della Capitale di acquistare lo stabile che ospita CasaPound, il centro sociale di estrema destra. Nel sito CasaPound Italia è possibile leggere: “l’Associazione di Promozione Sociale‘CasaPound’ è un’associazione regolarmente costituita e riconosciuta. E qui finisce la parte burocratica. CasaPound agisce. CasaPound utilizza la forza del volontariato perpropagandare avanzate visioni sociali. Non è assistenzialismo. Non tappiamo le falle aperte in un mondo pietrificato e pronto all’implosione. Non cerchiamo di sistemare la vita delle persone con poche inutili migliorie. CasaPound urla: costruiremo il mondo che vogliamo! La vita, così come ci è stata confezionata, la gettiamo volentieri nel cesso. L’uomo deve essere liberato. Il mercato uccide l’anima. Il mercanteggiare e la logica del profitto, travolgono ogni ostacolo si ponga loro di fronte. Facilmente, lavoratori, popoli o microcomunità. Amore, gioia, sacrificio e diversità. Falciati. Non siamo disposti a veder morire il nostro popolo in mezzo ad una strada…”. Questo è ciò che si legge nel sito ufficiale. 

Oggi il leader del centro sociale si chiama Gianluca Iannone, il ‘fascista del III millennio’. E’ proprio Iannone a spiegare su ’L’Espresso’: E’ una definizione che mi ha dato un giornalista, ma devo dire che mi ci ritrovo. Si legge nelle Disposizioni transitorie e finali della Costituzione Italiana: “E’ vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. E cosa ne pensa Iannone del fascismo? “Il fascismo è stata una rivoluzione, l’unica che abbia effettivamente avuto luogo in questo Paese, e per come la vedo io, ha rappresentato una visione sociale avanzata, un fiorire dell’arte, dell’onestà, dell’ironia. Il fascismo costruiva, mentre quello che si definisce neofascismo ha sempre avuto come priorità quella di chiudersi in un ghetto e di difendersi. Noi vogliamo costruire”.Ognuno può valutare queste dichiarazioni come meglio crede. Non si può dimenticare il commento su Facebook di Iannone dopo la morte del magistrato Pietro Saviotti, il capo del pool antiterrorismo che aveva indagato più volte su CasaPound: “Il 2012 si apre con prospettive interessanti… Evviva”.

Molti componenti del centro sociale di estrema destra non disdegnano la violenza. CasaPound è ritornata agli onori della cronaca nei mesi scorsi, con il killer Casseri, autore della strage dei due senegalesi (Samb Modou, 40 anni e Diop Mor, 54 anni) a Firenze. Sono tanti gli episodi di cronaca che hanno coinvolto il discusso centro sociale di estrema destra. Un22enne leccese – scrive il 19 marzo scorso ‘abruzzo24ore.tv– attivista di Casapound, ritenuto responsabile del reato di lesioni aggravate, è stato arrestato questa mattina a Pescara. Gli arresti sono complessivamente quattro e riguardano altrettanti attivisti, tutti residenti in provincia di Lecce, del movimento politico CasaPound, accusati di aver ferito un giovane appartenente a un gruppo politico antagonista. I fatti sono accaduti il 2 gennaio 2012 a Lecce”. Il procuratore capo di Lecce, Cataldo Motta, dopo l’arresto ha usato parole pesanti, che devono far riflettere: “Siamo di fronte ad azioni di squadrismo vero e proprio, un balzo indietro agli anni di piombo. Anzi, roba da far rivoltare Matteotti nella tomba”. Sul ‘Fatto Quotidiano’ del 26 gennaio 2012 si apprende della decisione di alcune associazioni partigiane di Parma (Anpi, Aned, Anpc e Alpi) di querelare CasaPound, per la diffusione davanti alle scuole di un volantino che definiva la Resistenza “raffiche di mitra, violenze e stupri”. Per Gabriella Manelli, presidente provinciale dell’Anpi: “con questa scelta abbiamo voluto rendere esplicita la nostra posizione dando un segnale: non sottovalutiamo questi rigurgiti di fascismo, soprattutto quando vanno ad incidere sulla coscienza dei ragazzi”.

Due giovani sociologi, Emanuele Toscano e Daniele Di Nunzio, sono gli autori di un libro dal titolo: ’Dentro e fuori CasaPound. Capire il fascismo del terzo millennio’. Hanno affermato gli autori: il nostro intento era, e rimane, quello di voler provare a descrivere perché, oggi, un movimento come CasaPound attira ragazzi e ragazze, con differenti background socio-culturali, e perché il pensiero fascista ha presa sulle nuove generazioni. Purtroppo, molti hanno scambiato questa analisi come un tentativo di legittimazione di CasaPound. Cosa peraltro inspiegabile, date le conclusioni del libro che evidenziano in modo chiaro quelle che sono le tensioni tra CasaPound e l’idea di democrazia, almeno per come abbiamo deciso di definirla noi. E’ stato molto complesso relazionarsi con un mondo politico che in alcuni casi non ha cercato di ragionare con noi, ma ha messo subito in dubbio, nel migliore dei casi, la nostra autonomia di pensiero. Conoscere, che non è mai sinonimo di giustificare, è il primo passo per battere CasaPound politicamente e culturalmente”.

La conoscenza è fondamentale. “Crediamo che, per combattere politicamente e culturalmente il proprio avversario, sia necessario conoscerlo, e non demonizzarlo, solo così è possibile fornire un’analisi obiettiva che sia veramente utile, superando la paura di dover parlare di qualcosa di scomodo. A sinistra si è spesso commesso l’errore, per non correre il rischio di giustificare o legittimare l’azione politica di CasaPound semplicemente nominandola, di far finta che questa realtà non esistesse, o che fosse marginale, o ininfluente. E’ una strategia a nostro avviso miope, perché in questi anni CasaPound ha acquisito agibilità e conquistato spazi politici, anche se a sinistra non si è voluto comprendere le ragioni del suo espandersi”. E la violenza? Sono sempre gli autori a rispondere (mediapolitika.com): tra i membri di CasaPound è diffusa una fascinazione simbolica per la violenza, per le azioni squadriste, per la potenza militare dell’impero romano. Il principio di non rifiutare lo scontro – di ricorrere alla forza quando è necessario per difendere la propria legittimità – affonda le proprie radici in un orientamento che, più generalmente, condiziona l’agire di molti dei membri di CasaPound, che può riassumersi nel motto ’non un passo indietro’. Il ’coraggio’, l’’onore’, l’’essere di esempio’ sono valori comuni tra i membri di CasaPound, che fungono da collante per la comunità e riempiono di significato l’uso della violenza. Questa fascinazione per la violenza segna una forte tensione con l’affermazione stessa della democrazia, così come noi la interpretiamo. La fascinazione per la violenza pone la difficoltà di abbracciare una cultura della non-violenza o, più precisamente, del pacifismo, sulla quale si fonda e si dirige, per il nostro punto di vista, la democrazia”.

L’Indro.it di venerdì 27 Aprile 2012, ore 19:50

http://www.lindro.it/CasaPound-fascismo-del-III,8164#.T6Umiug9X3Q