Io ho denunciato in #calabria

LEGALITÀ, parla il magistrato Antonio Baudi.

Wn TV

L’ex presidente della Corte d’Appello di Catanzaro ha partecipato alla presentazione del libro IO HO DENUNCIATO di Paolo De Chiara.

L’incontro è stato organizzato a Lamezia Terme il 27 gennaio 2020, con gli studenti dell’Istituto Tecnico Commerciale.

Ignazio Aloisi, infangato dalla mafia

“Ignazio Aloisi è stato lasciato solo, è stato abbandonato dallo Stato, che non ha fatto il suo dovere e continua a non farlo, perseverando nella sua condotta. Chiediamo che venga riconosciuto il sacrificio fatto da mio padre, che ha sacrificato la sua vita per la verità e la giustizia”.

di Paolo De Chiara

Domenica 27 gennaio 1991. Allo stadio comunale di Messina si sta giocando la partita di serie B tra la squadra di casa e il Verona. L’entusiasmo è alle stelle, i tifosi messinesi possono festeggiare una bella vittoria: un secco tre a uno. Tra gli spalti è festa. Intorno alle 16:30 anche Ignazio Aloisi in compagnia di Donatella, la sua bambina di 14 anni, e dei suoi amici Paolo, Salvatore, Giuseppe e Giovanni esce dalla curva sud dello stadio. Quando il Messina vince è d’obbligo una sosta presso la vicina pasticceria. Le vittorie si devono festeggiare, comprare le paste è diventata una piacevole consuetudine. Ma quella domenica la pasticceria è chiusa.

Oggi è la figlia Donatella, una donna forte e combattiva, che racconta quella giornata. “Subito dopo la partita abbiamo cominciato a fare la solita strada, quella che facevamo a piedi tutte le domeniche. Avevamo l’abitudine di fare il percorso a piedi. Qualche centinaio di metri prima abbiamo imboccato una scorciatoia e dalla strada principale ci è venuto addosso questo tizio, a viso coperto, che ha preso mio padre dal collo del giubbotto e ha sparato tre colpi di pistola. Ero mano nella mano con mio padre, ci eravamo scambiati le ultime parole. Quella domenica mi aveva promesso che mi avrebbe comprato la bandiera del Messina, ricordo ancora le ultime sue parole: ‘non preoccuparti, la compreremo la prossima domenica’. Mio padre cadde per terra e morì subito”.

Donatella è una ragazzina ha 14 anni. Non si rende subito conto del dramma, della punizione inferta al suo papà. “Ingenuamente pensai, sentendo i colpi che si trattasse di quelle bombette che si sparano a capodanno. D’istinto mi coprii le orecchie, ho ancora terrore di queste cose, poi mi resi conto di quello che era successo. Mi misi a urlare, pensavo si potesse fare ancora qualcosa, speravo che chiamando un’ambulanza si potesse fare qualcosa. Mi riportarono verso casa”. Tre colpi di revolver, calibro 38, sparati nelle parti vitali dell’uomo. Un’esecuzione pubblica, davanti a tutti, agli amici, alla figlia che teneva il padre per la mano. L’assassino spara, approfitta dello scompiglio, delle urla, della curiosità della gente e scappa. Nessuno sarà in grado di descriverlo. Solo informazioni superficiali: statura medio alta, corporatura robusta, indossava un cappotto, un berretto e una maschera di carnevale che copriva l’intera testa.

Secondo la consulenza necroscopica, disposta dal pubblico ministero ed eseguita dal dott. Giulio Cardia, “Aloisi era stato attinto al torace da un proiettile ed al capo da due proiettili così che uno di questi ultimi aveva provocato gravissime lesioni cranio-encefaliche dalle quali era derivata immediatamente la morte per arresto cardio-circolatorio”.      

“Subito dopo l’omicidio – racconta Donatella – mi portano a casa, ricordo che mia madre, la stessa sera, disse in questura che era stato Pasquale Castorina a uccidere mio padre, o comunque c’era lui di mezzo. L’unico episodio della vita di mio padre era stata quella testimonianza della rapina subita nel 1979. Le parole di mia madre servirono a poco, non si arrivò a nulla”.

La rapina e la testimonianza

“Mio padre, una guardia giurata, stava effettuando un servizio di scorta con un furgone portavalori. Presso un casello dell’autostrada subisce una rapina e viene anche colpito con il calcio della pistola, gli vengono rubate le chiavi di casa e gli viene sottratta la pistola. Vede uno dei rapinatori in faccia”. È Pasquale Castorina, lo riconosce, lo denuncia. “Castorina è un mafioso della mia città, affiliato del clan Sparacio. Il capo della zona del quartiere dove abitavo io, la zona sud di Messina. Era lui che controllava tutta la zona, lui, il nipote, il genero, tutta una cerchia familiare. Un clan che si dedicava allo spaccio di droga, rapine, estorsioni, di tutto di più”.

Ignazio dopo la rapina ai danni del Consorzio autostradale Messina-Palermo decide di denunciare. “Fa la sua testimonianza e, purtroppo, viene effettuato un riconoscimento in carcere, viso a viso, senza usare quelle tutele che esistono oggi. Non viene presa nessun tipo di tutela nei confronti di mio padre, viene fatto questo confronto faccia a faccia e, in quella sede, davanti alle forze dell’ordine, Pasquale Castorina minaccia mio padre. Le minacce di morte, come spiega la figlia Donatella, non vengono prese in considerazione dalle autorità presenti, “sono cose che si dicono nei momenti di rabbia, non faccia caso a quello che ha sentito”. Aloisi non è protetto da nessuno, si è esposto senza alcuna garanzia. Subisce intimidazioni, minacce, lo avvicinano, lo invitano a ritrattare. “Prima che mio padre facesse la sua testimonianza in tribunale, quella mattina, esplodono dei colpi di pistola all’interno del cortile del nostro condominio. Un chiaro segnale. Venne anche contattato da amici di Castorina per convincerlo a ritrattare la sua testimonianza, però mio padre ha proseguito, convinto di quello che stava facendo, confermando la sua testimonianza in tribunale”.

Il 16 gennaio del 1982 Pasquale Castorina viene condannato dalla Corte di Appello di Messina per la rapina aggravata. Nella sentenza viene messo in risalto il comportamento di Ignazio Aloisi e il fondamentale  riconoscimento (fatto in carcere), “determinante ai fini della condanna”.

I collaboratori di giustizia

“Parecchi mesi prima che mio padre venisse ucciso ricevevamo, in continuazione, telefonate a casa senza sentire nulla dall’altra parte. Telefonate silenziose. Almeno questo accadeva quando rispondevamo io, mia madre, mia sorella. Abbiamo fatto anche la denuncia ai carabinieri. Tutto ad un tratto queste telefonate finiscono e mio padre viene ucciso”.

Le indagini non portano a nulla. Per due anni solo silenzio. Nel 1993 la svolta. I particolari del fatto vengono riferiti “con autonome rivelazioni”, si legge nelle motivazioni della sentenza di primo grado, da tre collaboratori di giustizia: Umberto Santacaterina, Marcello Arnone e Ignazio Aliquò, tre soggetti – scrivono gli inquirenti – dissociati dalle consorterie criminose. Viene emesso l’ordine di custodia cautelare a carico dei tre, che vengono rinviati a giudizio davanti alla Corte di Assise di Messina per concorso, “nella diversa rispettiva veste di mandante, di esecutore materiale e di fiancheggiatore”, nell’omicidio premeditato e per i reati di porto e detenzione illegale di arma da fuoco.     

“Mia madre aveva detto subito quali fossero le sue certezze. Hanno preso atto delle parole di mio padre, ma non hanno potuto fare nulla, solo grazie a tre collaboratori di giustizia nel 1993 Pasquale Castorina viene accusato dell’omicidio”. Tutti e tre indicano come mandante dell’omicidio Pasquale Castorina. Doveva vendicarsi della pesante condanna, “subita in dipendenza di una deposizione resa a suo carico dallo Aloisi”. Per i collaboratori l’omicidio è stato materialmente eseguito da Pasquale Pietropaolo, nipote del Castorina, aiutato da Ignazio Erba, alla guida di un auto pronto per la fuga.

Durante il processo i mafiosi giocano la carta della diffamazione, cercano di mettere in cattiva luce la condotta di Ignazio Aloisi, “ucciso per una questione di donne”. Una tecnica collaudata e utilizzata tantissime volte dalle organizzazioni criminali per depistare, per screditare l’avversario. La falsa testimonianza di Marcello D’Arrigo non sortisce nessun effetto, mancano i riscontri. “È palese – si legge – che sussistono precisi e sufficienti elementi di prova per affermare le responsabilità del Castorina Pasquale e Pietropaolo Pasquale in ordine ai fatti loro in concorso ascritti, principalmente perché il primo confessò apertamente sia al Santacaterina che allo Arnone il suo ruolo di mandante dell’uccisione dello Aloisi, mentre il secondo confessò allo Arnone di essere stato l’esecutore materiale del delitto”. Per Ignazio Erba non c’è la necessaria certezza, non ci sono le prove, “tale dubbio impone l’assoluzione dello Erba Ignazio da ogni addebito”.

Per Castorina e Pietropaolo viene esclusa l’aggravante della premeditazione, anche in questo caso, manca la prova. Il 15 aprile del 1994 la Corte di Assise di Messina dichiara Pasquale Castorina (il mandante) e Pasquale Pietropaolo (l’esecutore materiale) colpevoli e condanna, entrambi, alla pena di ventisei anni di carcere, con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e quella legale durante l’espiazione della pena detentiva. La Corte assolve Ignazio Erba “per non aver commesso il fatto e ne ordina la scarcerazione” se non detenuto per altri reati.  

“In primo grado – spiega Donatella – si dichiarano estranei ai fatti, cioè che non conoscevano mio padre. Sono andata a testimoniare in tribunale. L’unico sbaglio che, allora, fece mia madre, che si ritrovò con due ragazzine piccole, fu quello di non essersi costituita parte civile nel processo. L’avvocato di allora ci consigliò di non intraprendere questa strada, abitando nello stesso quartiere, con due figlie piccole. Così mia madre prese questa decisione, io e mia sorella eravamo piccole. La giusta decisione sarebbe stata quella di costituirsi parte civile, così Castorina ci avrebbe pensato due volte ad accusare mio padre di complicità in quella rapina”.

Una ferita ancora aperta

“Tra il primo e il secondo grado di giudizio viene attuata una strategia diversa. Danno una visione diversa della situazione, nel senso che mio padre viene accusato, da Pasquale Castorina, di essere complice di quella rapina. Si assumono la responsabilità dell’omicidio, dicendo che mio padre non era una vittima innocente ma un complice della rapina. Cercando di far assumere questa connotazione all’omicidio. Pasquale Castorina dichiarò che aveva ucciso mio padre perché non era rimasto soddisfatto del bottino della rapina e per questa insoddisfazione per la spartizione ha testimoniato. Il giudice nella sentenza ha scritto: ‘indicazione credibile’. Una cosa gravissima viene riportata nella sentenza, solo perché mio padre e Castorina abitavano nello stesso quartiere”. I due condannati Castorina e Pietropaolo ricorrono in appello. Durante il dibattimento gli imputati rendono delle dichiarazioni spontanee. Ammettono le loro responsabilità, si dichiarano responsabili dell’omicidio.   

Nel corso del secondo grado di giudizio sbuca fuori la tesi di Pasquale Castorina, che “ha confermato di avere voluto la morte dello Aloisi per vendicarsi della testimonianza dello stesso resa in quel vecchio procedimento, ma ha precisato che la vera ragione del suo rancore risiedeva nel fatto che il detto Aloisi era stato, nella realtà, suo complice nella progettazione ed esecuzione della rapina ed aveva poi testimoniato a suo carico soltanto poiché nella spartizione del bottino (risultato notevolmente inferiore all’entità garantita dallo Aloisi stesso) non aveva ottenuto la parte da lui sperata ed inizialmente promessagli”.

Dopo le accuse ripetute e smentite durante le fasi del primo grado di giudizio, “questioni di donne”, un nuovo piano per screditare un morto ammazzato, senza nessuna difesa. I familiari, seguendo le indicazioni dell’avvocato di fiducia, hanno rinunciato a costituirsi parte civile. Gioco facile per la mente ‘perversa’ di Castorina. “Per quanto riguarda l’indicazione del movente, le dichiarazioni – scrive il presidente della Corte d’Assise d’Appello di Messina, Bruno D’Arrigo – del Castorino non contraddicono quelle dei collaboratori di giustizia, ma apportano ad esse una ulteriore, e attendibile, specificazione. Il movente – continua D’Arrigo – rimane la vendetta per la deposizione resa dallo Aloisi nel processo per la rapina al casello dell’autostrada; ma la vendetta – ecco il passaggio fondamentale e contraddittorio – non si riferisce alla deposizione resa da una vittima della rapina, ma a quella, costituente tradimento, resa da un complice di quella impresa delittuosa”. La figura del testimone Ignazio Aloisi esce fortemente compromessa. Nella sentenza si parla di “indicazione credibile” da parte del mafioso Castorina. Aloisi, per la Corte d’Assise d’Appello di Messina non è una vittima, ma un complice, per giunta ‘opportunista’.        

Il 10 aprile del 1995 la Corte d’Assise d’Appello di Messina conferma l’impianto accusatorio, riducendo la pena, per entrambi gli imputati, a 22 anni di reclusione. La Corte di Cassazione con sentenza del 20 novembre 1995 dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti alle spese. Ma il marchio infame della complicità resta. Nero su bianco.      

La lettera del Procuratore

“Abbiamo più e più volte presentato istanze al Ministero dell’Interno per fare in modo che il sacrificio di mio padre venisse riconosciuto e che venisse riconosciuto come vittima di mafia, ma invece ci siamo sempre viste sbattere le porte in faccia, ci sono sempre state risposte negative da parte del Ministero. L’anno scorso abbiamo dovuto fare ricorso al Tar perché il decreto del Ministero è arrivato nell’aprile del 2013. Nel frattempo è trascorso il 23° anniversario della morte di mio padre e stiamo qui ad attendere queste notizie”. La famiglia non ci sta, vuole far emergere la verità. Ignazio Aloisi non è un mafioso, ma una persona perbene, che ha fatto solo il suo dovere. Ha denunciato, nonostante le intimidazioni, le minacce, i colpi di pistola. Sua moglie Rosa, le sue figlie Donatella e Cinzia non si sono fermate.

“Qualche anno fa abbiamo denunciato Pasquale Castorina per calunnia, in modo che venisse riaperto il processo e venissero fatte le indagini. Ha accusato mio padre di essere il complice della rapina. Sono state riaperte le indagini, Pasquale Castorina è stato interrogato, pochi anni fa, e cambia nuovamente versione. Mette in mezzo un certo Salvatore Longo, che viene interrogato e dice di non sapere neanche chi fosse Ignazio Aloisi, dice ‘non lo conosco, non so se questo tizio avesse un ruolo nella rapina’. Castorina viene rinviato a giudizio però, purtroppo, sono trascorsi più di quindici anni e, quindi, il reato è estinto per avvenuta prescrizione. Il Castorina poteva rinunciare alla prescrizione per affrontare il processo, ma non l’ha fatto. La calunnia c’è, ma è estinta per prescrizione”.         

Il 14 aprile del 2009 arriva la richiesta di rinvio a giudizio per Pasquale Castorina, formulata dalla Procura della Repubblica di Messina. È il pubblico ministero Vincenzo Barbaro che chiede l’emissione del decreto che dispone il giudizio nei confronti dell’imputato per il reato di calunnia. “Perché – si legge nella richiesta  del PM – pur sapendolo innocente, nelle dichiarazioni spontanee rese davanti la Corte di Assise d’Appello di Messina, nel processo a suo carico per l’omicidio di Aloisi Ignazio, accusava quest’ultimo del reato di concorso nella rapina commessa il 3 settembre 1979 in danno del Consorzio Autostradale Messina-Palermo”.

La prescrizione corre in soccorso di Castorina. Il reato è estinto. Ma prescrizione non vuol dire assoluzione.    

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/ignazio-aloisi-infangato-dalla-mafia

#IHD in Calabria

LAMEZIA TERME, 27 gennaio 2020
Con i favolosi ragazzi dell’Istituto tecnico commerciale “De Fazio”
Grazie di cuore alla dirigente Simona Blandino, all’ex presidente Antonio Baudi, all’avvocato Guarnera e alla collega MT Notarianni.
#iohodenunciato #libri #romanziitaliani #storiavera #tdg #cosanostra #mafiemontagnadimerda #pdc #film #cinemaset

#IHD, successo a Catania

#iohodenunciato
Grande evento a Catania.
#cinemaset
Una sala strapiena di giovani.
#film

Un gruppo straordinario! Forza, la strada è lunga. Ma artisticamente e professionalmente piacevole e intrigante.
Cinema, Cultura, Cultura e Legalità.
Grazie di cuore a tutti!!!

Al fianco di Gratteri

La redazione di WordNews.it esprime la sua vicinanza al Procuratore Capo della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri

Il sistema masso-mafioso non riuscirà a fermare l’azione di un magistrato, dei suoi uomini e di uno Stato serio, impegnato a debellare questo cancro secolare. 

Noi faremo la nostra parte. Sosterremo uomini e donne impegnati in questa quotidiana battaglia, senza restare a guardare, con le mani in tasca. Useremo il nostro bellissimo mestieraccio per svelare i fatti, per far emergere  situazioni sapientemente nascoste. Per portarle all’attenzione dei nostri lettori. 

Questo è il modo che conosciamo per fare al meglio il nostro mestiere. Questo è il modo per “proteggere” il Procuratore Nicola Gratteri. 

E questa è la nostra sfida. Noi sfidiamo questo sistema marcio, noi sfidiamo questi piccoli uomini (massoni e mafiosi) che pensano di fare il bello e il cattivo tempo. Noi sfidiamo queste “menti raffinatissime”. In passato hanno colpito. In passato siamo stati distratti. In passato abbiamo girato la testa dall’altra parte. 

Mettetevelo nella testa (marcia di potere,  avidità e sangue). Gratteri non è solo!

Il direttore

La redazione 

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/al-fianco-di-gratteri

AUGURI #AntonioGramsci

AUGURI Antonio GRAMSCI. Ales (Sardegna), 22 gennaio 1891.
“Sono Pessimista con l’intelligenza, ma Ottimista per la volontà”

#letteredalcarcere
#antoniogramsci #compagno #comunista #uccisodaifascisti

Libri #pdc

#ilcoraggiodidireno #ilvelenodelmolise #testimonidigiustizia 

#iohodenunciato
#romanziitaliani
#workinprogress

#IHD a Catania

RASSEGNA Cinema, Letteratura, Legalità
Catania, 25 gennaio 2020
#iohodenunciato


La rassegna “Da Sempre più di Prima” nasce dall’idea del produttore cinematografico Chiaramonte.
La visione di questo progetto è coniugare il Cinema, la Letteratura e la Legalità, per generare e diffondere nei più giovani la fiducia verso lo Stato.
Per denunciare non occorre essere eroi, ma cittadini normali. Un rassegna che vedrà la partecipazione dei giovani studenti, di autorità istituzionali, magistrati, funzionari ministeriali, vertici delle forze dell’ordine, autori, direttori e giornalisti di alcuni noti quotidiani locali e nazionali, associazioni antiracket, avvocati, attori, conduttori e artisti dello spettacolo e della Tv.
Durante la rassegna sarà presentato il romanzo «IO HO DENUNCIATO», scritto da Paolo De Chiara e sarà proiettato il film «IO HO DENUNCIATO», prodotto da CinemaSet con la regia di Gabriel Cash.
La Rassegna è organizzata dalla Fondazione “La Città Invisibile” di Alfia Milazzo e dall’Associazione “Antimafia e Legalità’, presieduta dal legale Enzo Guarnera.
L’evento vedrà, inoltre, la partecipazione di Beppe Convertini (conduttore RAI) e di Lisa Marzoli (giornalista RAI).
La prima tappa della Rassegna partirà da Catania il 25 gennaio 2020.

IO HO DENUNCIATO #trailer

IO HO DENUNCIATO. La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano.

scritto da Paolo De Chiara

diretto da Gabriel Cash

prodotto da CinemaSet

Con Dario Inserra, Simona Di Sarno, Matteo De Buono, Matteo Lombardi, Cristian Moroni, Marilù De Nicola, Salvatore G. B. Grimaldi, Federico Baldini, Umberto Vita, Luca Mazzara, Roberta Conti, Marisa Vagnarelli, Silviu Ioan, Paolo Leoncavallo, Rita Lo Nardo, Fabrizio Barbato, Massimiliano Crocetti, Federico Moro, Silvia Terriaca.

Sceneggiatura di Paolo De Chiara

Aiuto regia Riccardo Trentadue

Suono di ripresa diretta Sandro Chillemi

Musiche originali Francesco Balzano e Lips Desire

Make up artist Jessica Reitano

Segretaria di edizione Michela Caprio

Produttore esecutivo Gabriel Cash

Genere: Drammatico

Procuzione: Italia, 2019

www.iohodenunciato.it   

IO HO DENUNCIATO è una rappresentazione realistica delle tante problematiche riferite e denunciate da chi ha speso la propria vita nella lotta contro il male. La vicenda umana raccontata tocca le corde più delicate della sua esistenza: la disperazione, le paure, le incertezze, le pressioni, i rapporti con la famiglia, con gli amici, con i parenti. I legami lavorativi distrutti. La scelta forzata di abbandonare la propria terra, provando a costruire con fatica una nuova esistenza, completamente slegata dalla precedente. Il testimone scivola velocemente in un vortice infernale, perde la sua dignità, la sua identità e la sua libertà.

Una vita devastata, reinventata, pianificata, studiata a tavolino.

La storia, liberamente ispirata alla vicenda realmente accaduta all’imprenditore italiano, è stata scritta per raccogliere il grido disperato d’aiuto, per far emergere le positività ma, soprattutto, le tante difficoltà che devono affrontare e subire i testimoni di giustizia italiani, assieme alle loro famiglie; per migliorare un sistema che presenta carenze significative nella salvaguardia di chi ha denunciato le mafie; per portare molte altre persone a denunciare.

È un dovere testimoniare, ma è un diritto essere tutelati e rispettati. 

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/io-ho-denunciato-il-trailer

AUGURI #Paolo

“CHI HA PAURA MUORE OGNI GIORNO, CHI NON HA PAURA MUORE UNA VOLTA SOLA”. Paolo Borsellino
#magistrato #palermo
#nascita 19 gennaio 1940
#borsellino #ucciso #mafia #sTato #pernondimenticare #mafiamontagnadiMerda

CARTA CANTA, Le mafie in Molise

di Paolo De Chiara

«Che senso ha citare pochi beni confiscati a qualche delinquente non regionale? Ce ne sono a iosa in tutte le regioni. Quale peso possono avere, per caratterizzare la società locale, alcuni colloqui in carcere tra ospiti di lunga durata, tutti nati e vissuti altrove? In tutte le carceri questo avviene e, con maggiore frequenza, in quelle dove albergano mafiosi e camorristi.

Il nostro è un popolo di timorati di Dio, lontano dal disprezzo delle regole e legato agli uomini della sicurezza pubblica da rispetto, affetto e riconoscenza.

Questa terra ha bisogno di certezze, di speranza, di valorizzare vocazioni e peculiarità, di dare spazio ai talenti che ha, non di avvitarsi, vergognandosi, su mali che non ha».               

Gianfranco Vitagliano, Assessore Regionale alla Programmazione,  13 luglio 2009

«Isernia è il ventre nero del Molise. Qui (in Molise, n.d.a.) c’è una democrazia sospesa. Il problema è un circuito perverso che c’è tra cattiva giustizia, cattivo giornalismo e cattiva politica. È un circuito mefitico, mafioso che non vedo nemmeno in Sicilia. Il Molise sembra un’isola beata, ma è una realtà mafiosissima, dove non c’è la lupara, dove non ammazzano, non ci sono crimini. C’è una mentalità mafiosa incredibile. Sono sconcertato dalle cose che ho visto in questa Regione. È una Regione in cui la mafia viene sublimata, gli vengono tolti tutti gli aspetti più spettacolari e resta la pura mentalità mafiosa»

Alberico Giostra, giornalista e scrittore, Isernia, 12 giugno 2009

«Per troppi anni il Molise ha sottovalutato la possibilità di infiltrazioni mafiose. Le mafie sono arrivate: la ‘ndrangheta, la sacra corona unita, la “società foggiana”, la camorra. Il Molise per anni ha fatto finta di non vedere, per anni ha abbassato la guardia, per anni ha tacciato di irresponsabilità, paradossalmente isolando e colpendo, quelli che indicavano il male. Non c’è stata prevenzione, non c’è stata un’organizzazione e una strutturazione per impedire e bloccare le prime presenze dell’organizzazione mafiosa, ma si è trasformata la politica in clientelismo, non per esaltare le vostre stupende potenzialità, ma per umiliarle, negarle, offenderle»

On. Lumia, già presidente Commissione Antimafia, Campobasso, 16 luglio 2009

«La Tenenza di Mondragone ha dato esecuzione al provvedimento di sequestro di beni disposto dal Tribunale di SMC Vetere, su proposta avanzata dalla Direzione Distrettuale Antimafia presso la Procura della Repubblica di Napoli, in danno di un noto imprenditore casalese, D.G. (Diana Giuseppe, n.d.a.), operante nel settore della distribuzione del gas, nei cui confronti sono stati emessi nel tempo plurimi provvedimenti giurisdizionali. Le regioni interessate all’esecuzione del provvedimento sono la Campania, il Lazio, la Calabria ed il Molise».

Comando Provinciale di Caserta della Guardia di Finanza, 13 dicembre 2009

«In questo territorio la delinquenza è anche peggiore rispetto a quella siciliana. Qui in Molise quello che non va è il funzionamento della pubblica amministrazione. In Sicilia, poi, la delinquenza ti avverte con un omicidio. In questa terra non esiste alcun tipo d’avvertimento».

Nicola Magrone, Procuratore della Repubblica di Larino, il Ponte, gennaio 2010

«Il Molise è tutta una frontiera, soprattutto, per quello che riguarda l’infiltrazione economica, l’infiltrazione dei capitali illeciti. E dobbiamo conservare un’attenzione sempre vigile su questo aspetto».

Rossana Venditti, pubblico ministero Procura Campobasso, 30 luglio 2010

«Il Molise non è un’isola felice. Lo dico ossessivamente ogni volta che mi è data la possibilità. Può essere calma e rassicurante la superficie. Sicuramente a un livello sottostante se solo vogliamo e possiamo arrivarci già riusciamo a cogliere e a intercettare dei segnali piuttosto inequivoci.

In Molise il fenomeno malavitoso non ha manifestazioni eclatanti, facilmente percepibili e facilmente decifrabili. Se l’infiltrazione di tipo criminale è un’infiltrazione di tipo economico, noi siamo terra di investimento».

Rossana Venditti, pubblico ministero Procura Campobasso, Campobasso, agosto 2010

«Quando arrivano i soldi dei mafiosi in Lombardia, in Molise, a Duisburg, a Madrid e in qualunque parte del mondo arrivano anche i mafiosi. E questo non è solo un tema delle forze di polizia, degli apparati investigativi o della magistratura. Riguarda la trasparenza dell’economia, il sistema delle imprese, il mercato, la politica, le Istituzioni». 

Francesco Forgione, già presidente Commissione Antimafia, Campobasso, agosto 2010

«Questa regione non è l’Eldorado delle mafie, non è il luogo in cui possono essere realizzate impunemente impianti impattanti, discariche incontrollate o altri tipi di iniziative che sono in grado di danneggiare i cittadini o il territorio in cui vivono».

Michele Iorio, presidente Regione Molise, 24 novembre 2010

«Il pericolo, che da tempo è stato evidenziato anche dal Procuratore Magrone e, recentemente, dal collega D’Alterio della Dda, è assolutamente concreto. Innanzitutto per un fatto geografico. Ma non soltanto per la vicinanza, ma proprio perché un territorio come quello del Molise è appetibile a una criminalità che si vuole inserire. Bisogna tenere alta la guardia per impedire che ci siano queste infiltrazioni. Accanto al lavoro delle forze dell’ordine e al lavoro della magistratura è fondamentale che ci sia e si rafforzi la cultura della legalità».

Paolo Albano, Procuratore Capo della Repubblica di Isernia, Isernia, 26 gennaio 2011

1/continua

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/le-mafie-in-molise

Pietro Macchiarella, sindacalista, ucciso dalla mafia il 17 gennaio 1947

La sera del 17 gennaio del 1947, con due colpi di lupara, verrà stroncata la vita del giovane dirigente sindacale. Aveva 41 anni, era nato il 18 agosto del 1906. I giornali dell’epoca riporteranno il nome dell’assassino, il capomafia Francesco Paolo Niosi. L’omicidio non fu legato, ufficialmente (dalla Prefettura), a fatti di mafia, ma ad affari privati. Una semplice diatriba tra il delinquente Niosi e il sindacalista Macchiarella. All’epoca (ma anche oggi) si usava fare così.

di Paolo De Chiara

Ora, a Palermo, c’è anche una strada dedicata al sindacalista siciliano ucciso a Ficarazzi, nel 1947, dal capomafia dell’epoca. Questa è una storia dimenticata. Da troppi anni. Tanti sono i morti ammazzati da personaggi violenti e mafiosi che non hanno mai fatto i conti con la giustizia. Anche l’assassino del comunista Macchiarella non ha mai pagato il suo conto per l’atto arrogante e violento. Il capomafia ha strappato una vita e nessuno ha fatto giustizia. Quante sono le persone di cui, ancora oggi, non si conosce la storia? Quanti sindacalisti, quanti iscritti al partito comunista e al partito socialista, quanti difensori degli oppressi sono stati ammazzati? Perché le loro storie ancora non trovano uno spazio adeguato? Di tanto in tanto emerge qualche pezzo dal passato.  

Ecco alcuni nomi dei morti ammazzati che hanno preceduto l’assassinio di Macchiarella: Lorenzo Panepinto, insegnante, sindacalista, ucciso a Santo Stefano di Quisquina (Agrigento), 16 maggio 1911; Bernardino Verro, sindaco di Corleone (Palermo), organizzatore del movimento contadino, 3 novembre 1915; Giovanni Zagara, dirigente del movimento contadino, assessore a Corleone (Palermo), 29 gennaio 1919; Giuseppe Rumore, sindacalista e attivista per l’occupazione dei latifondi, 22 settembre 1919; Giuseppe Monticciolo, presidente Lega socialista di Trapani, 27 ottobre 1919; Alfonso Canzio, fondatore Lega per il miglioramento dei contadini di Barrafranca (Enna), 27 dicembre 1919; Nicolò Alongi, dirigente movimento contadino, 29 febbraio 1920; Paolo Mirmina, sindacalista e attivista per le lotte contadine, ucciso a Noto (Siracusa), 3 ottobre 1920; Giovanni Orcel, dirigente sindacale, segretario metalmeccanici di Palermo, 14 ottobre 1920; Vito Stassi, dirigente socialista e presidente della Lega dei contadini di Piana dei Greci (Palermo), 28 aprile 1921; Antonio Scuderi, socialista, consigliere comunale e segretario cooperativa di Dattilo Paceco (Trapani), 16 febbraio 1922; Sebastiano Bonfiglio, socialista e sindacalista, primo cittadino di Erice (Trapani), 10 giugno 1922; Antonio Ciolino, dirigente lotte contadine,  30 aprile 1924; Andrea Raia, ucciso a Casteldaccia (Palermo) per il suo impegno in difesa dei diritti dei contadini, 5 agosto 1944; Nunzio Passafiume, sindacalista, promotore delle lotte per l’occupazione delle terre, 7 giugno 1945; Agostino D’Alessandro, segretario Camera del Lavoro, 11 settembre 1945; Giuseppe Scalia, segretario Camera del Lavoro di Cattolica Eraclea (Agrigento), 25 novembre 1945; Giuseppe Puntarello, dirigente Camera del Lavoro di Ventimiglia di Sicilia (Palermo), 4 dicembre 1945; Gaetano Guarino, socialista, primo cittadino di Favara (Agrigento), impegnato nelle cooperative agricole, 16 maggio 1946; Pino Camilleri, socialista, primo cittadino di Naro (Agrigento), impegnato nelle lotte contadine, 28 giugno 1946; Girolamo Scaccia e Giovanni Castiglione, contadini, rimasti uccisi a seguito di un attentato presso la Camera del Lavoro, 22 settembre 1946; Giovanni Severino, segretario Camera del Lavoro di Jappolo (Agrigento), 25 novembre 1946; Filippo Forno, contadino e sindacalista di Comitini (Agrigento), 29 novembre 1946; Nicolò Azoti, segretario Camera del Lavoro di Baucina (Palermo), 23 dicembre 1946; Accursio Miraglia, segretario Camera del Lavoro di Sciacca (Agrigento), 04 gennaio 1947.

Altro che codice mafioso di una volta. Altro che “la vecchia mafia era diversa”. Mica, come ancora qualcuno sostiene, “ammazzava le donne e i bambini”? La mafia dell’epoca faceva schifo come la mafia di oggi. Hanno sempre sfruttato tutto ciò che potevano sfruttare. Lo stesso ragionamento vale anche per l’epoca moderna. È cambiato il contesto. Ma lo squallore di questi piccoli uomini resta tale. Insieme al loro puzzo.

Le lotte per la libertà

Anche Pietro Macchiarella era un contadino ed un attivista del partito Comunista. Impegnato per proteggere i diritti dei contadini. La sua passione civile la trasferiva quotidianamente nella Camera del Lavoro, di cui era dirigente. Al centro delle lotte non c’era solo il contrasto alla mafia dell’epoca e, quindi, l’occupazione delle terre (controllate dai “potenti” proprietari terrieri e dai mafiosi), ma tra gli obiettivi risultava esserci anche la conquista dei diritti per i contadini: la giusta retribuzione, il rispetto dell’orario di lavoro per coloro che venivano sfruttati nei campi. Macchiarella, come tanti altri, combatteva per la libertà. Migliorare le condizioni dei lavoratori, dei contadini. Un atteggiamento che disturbava i personaggi loschi di Ficarazza (Palermo). La sera del 17 gennaio del 1947, con due colpi di lupara, verrà stroncata la vita del giovane dirigente sindacale. Aveva 41 anni, era nato il 18 agosto del 1906. I giornali dell’epoca riporteranno il nome dell’assassino, il capomafia Francesco Paolo Niosi. L’omicidio non fu legato, ufficialmente (dalla Prefettura), a fatti di mafia, ma ad affari privati. Una semplice diatriba tra il delinquente Niosi e il sindacalista Macchiarella. All’epoca (ma anche oggi) si usava fare così. La mafia è un’invenzione dei comunisti e dei giornalisti, ripeteva ossessivamente il sanguinario e viddano Salvatore Riina. L’altra usanza dell’epoca (abbiamo dovuto aspettare Giovanni Falcone e il Maxiprocesso per il cambio di rotta) era l’assoluzione dei mafiosi. Tutti gli imputati, a conclusione dei processi partiti per individuare i mandanti e gli esecutori dell’omicidio Macchiarella, furono prosciolti dalle accuse. Un morto e nessun colpevole.

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Appalti e camorra, tutti rinviati a giudizio

Il processo romano ruota intorno ai lavori pubblici dati in appalto alla camorra, alle false certificazioni e al reato di attentato alla sicurezza dei trasporti.

di Paolo De Chiara

ROMA. È arrivato il rinvio a giudizio per tutti gli imputati del processo di Roma, partito grazie alle dichiarazioni del testimone di giustizia Gennaro Ciliberto. Tutti i capi di imputazione sono stati confermati dal Gup Attura, durante l’udienza di questa mattina. Nemmeno questa volta, nelle gabbie, si sono presentati i due esponenti della famiglia Vuolo, Mario e Pasquale, padre e figlio. Per la verità, nemmeno il loro legale si è fatto vedere. Il processo romano ruota intorno ai lavori pubblici dati in appalto alla camorra, alle false certificazioni e al reato di attentato alla sicurezza dei trasporti. Il Gup si è ritirato in camera di consiglio per ben due volte, per rispondere alle richieste degli avvocati degli imputati. In entrambi i casi, il giudice per l’udienza preliminare, ha bocciato la richiesta di improcedibilità, confermando i capi di imputazione e la costituzione delle parti civili. È stata ammessa, infatti, quella dello stesso testimone di giustizia, dell’Associazione Caponnetto,  dell’Associazione AssoConsumatori e di Autostrade. Anche se Ciliberto ha richiesto i danni, proprio, ad Autostrade e a Pavimental, perché i dirigenti erano funzionari delle due società. Quindi, dopo snervanti rinvii, è arrivato il rinvio a giudizio per Mario Vuolo, Pasquale Vuolo, Vittorio Giovannercole, Riccardo Scorsone, Gianni Marchi, Pasquino Stati, Vincenzo Esposito, Giuseppe Pace, Agostino Cafiero, Antonino De Angelis, Giuseppina Cardone. La prossima udienza è stata fissata per mercoledì 1 aprile 2020. «Dopo circa otto anni – ha affermato il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto -, dopo migliaia e migliaia di pagine, dopo le attività investigative di varie Procure, per me, questa è già una vittoria. In veste di denunciante e testimone di giustizia vedo confermate tutte le mie denunce. Senza le stesse mai nessun procedimento penale sarebbe partito».

È raggiante il testimone. «Già dal 2011 svelavo alla DIA di Milano il modus operandi, definito dalle Procure, criminale. Come dei camorristi, con la compiacenza di funzionari collusi, riuscivano a lavorare in appalti pubblici, nonostante le condanne per mafia passate in Cassazione e con una interdittiva antimafia, che vedeva coinvolta la ditta dei Vuolo e che la stessa società Autostrade nè era stata messa a conoscenza dalla Prefettura di Napoli. Interdittiva confermata dal consiglio di Stato, che diceva l’ultima parola, certificando il collegamento tra l’azienda di Vuolo e il clan sanguinario dei D’Alessandro. Il mio rammarico è che, nonostante le denunce e gli accertamenti da parte della polizia giudiziaria, le ditte di Vuolo hanno continuato a lavorare in Autostrade, ricevendo anche un appalto presso il carcere di Larino. Anche in questo caso le mie denunce, che vanno sino al 2015, hanno evitato che questo gruppo continuasse ad eseguire lavori».

E continua, con una punta polemica nei confronti delle istituzioni: «Non capisco come si possa abbandonare un uomo come me, che ha rotto le uova nel paniere a criminali e corrotti, facendo sequestrare milioni di euro, che sarebbero finiti nelle casse della camorra. Vengo abbandonato nella fase processuale più delicata, poiché tutte le denunce dovranno essere confermate in aula, durante il contraddittorio. In quella sede troverò quindici avvocati ed io, testimone di giustizia, sarò solo. Senza neanche lo Stato al mio fianco. Quello Stato che parla tanto di giustizia, che parla tanto di revoca della concessione autostradale. Stranamente il ministero delle Infrastrutture, insieme alla Presidenza del Consiglio, non si è costituito parte civile in questo procedimento. Sono certo di avere dato tanto alla giustizia e allo Stato italiano. In cambio ho ricevuto la condanna a morte da parte della camorra che ha memoria e vendetta nei confronti di chi denuncia».

Ciliberto ha confermato la sua presenza per la prossima udienza. «Ci sarò il prossimo 1 aprile 2020 e come non sono mai mancato a nessuna udienza anche per la prossima sarò presente. In data odierna ho inviato l’ennesima mail al Presidente della Commissione Antimafia, senatore Morra, ma come da prassi lo stesso non risponde ad un testimone di giustizia che chiede solo di poter vedere crescere i propri figli per riuscire a dimostrare che la corruzione è il vero cancro che devasta la nostra Nazione». 

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Tangenziale Craxi

«Se fosse stato davvero un grande statista, avrebbe affrontato i processi, sarebbe stato un collaboratore di giustizia, avrebbe contribuito in maniera decisiva al risanamento etico e giuridico della classe politica italiana. Invece è fuggito ed ha vissuto i suoi ultimi anni in latitanza, eludendo le leggi del suo Paese. Non è stata persona di cui essere orgogliosi», parola di Tinti. Nel Paese senza memoria è giusto ricordare anche le parole dell’ex procuratore Borrelli: «È indecoroso, offensivo intitolare una via, una piazza o qualunque cosa a un personaggio che è morto da latitante».

di Paolo De Chiara

Con il film Hammamet di Gianni Amelio ricompare prepotentemente il falso mito di Bottino Craxi. Tutto infarcito dalle vuote e insensate parole, con annessi lamenti delle persone, ideologicamente, a lui più vicine. Ovviamente si ritenta, come accade troppo spesso nel Paese senza memoria, la strada della riabilitazione dell’ex presidente del Consiglio italiano. E dopo vent’anni iniziano le vecchie litanie: un vero statista, un uomo di rispetto, l’affare Sigonella. Bisogna riabilitare Bettino.

«La riabilitazione anche se postuma e tardiva è positiva, se non si vogliono modificare i percorsi storici», affermò – in occasione del decennale – un membro della segreteria nazionale del Psi. Ma quali sono questi “percorsi storici”?

Bottino Craxi è stato condannato, in via definitiva, a 10 anni per corruzione e finanziamento illecito (5 anni e 6 mesi per le tangenti Eni-Sai e 4 anni e 6 mesi per quelle della Metropolitana milanese). Per “morte del reo” gli altri processi sono stati estinti. Per lui tre condanne in appello (3 anni per la maxitangente Enimont, finanziamento illecito; 5 anni e 5 mesi per le tangenti Enel, corruzione, 5 anni e 9 mesi per il conto Protezione, bancarotta fraudolenta, Banco Ambrosiano; una condanna in primo grado prescritta in appello per All-Iberian; tre rinvii a giudizio per la mega-evasione fiscale sulle tangenti, per le mazzette della Milano-Serravalle e della cooperazione col Terzo Mondo). Probabilmente il riferimento è al “percorso storico” delle tangenti del condannato e fuggitivo Craxi. Resterebbe un altro percorso, quello dei soldi finiti nei conti svizzeri. 40 miliardi di lire sui conti personali. Proprio un bel Bottino.

Nel 2010, su un quotidiano molisano (ormai defunto, di ciarrapichiana memoria), appare un esplosivo (per le risate) editoriale: «Purtroppo la storia, madre di vita, ha due terribili handicap: il primo, che riabilita i suoi protagonisti solo dopo decenni e il secondo che permette a coloro che hanno tradito di essere in qualche modo protagonisti di questa azione e così sta avvenendo con quello che fu il presidente del Consiglio che si oppose all’allora presidente degli Usa Reagan per l’affaire Sigonella». Ma per questo “atto eroico”, una vergogna per il nostro Paese, non basta certo la riabilitazione o l’intitolazione di una strada o di una piazza. Molto meglio la beatificazione. Anzi, siccome parliamo di uno statista (e che statista), è d’uopo, una santificazione. Un bel biglietto da visita per il Paradiso (un termine che ritroviamo sempre nella bocca di questi falsi credenti), che potrebbe aprire a Bettino la strada per nuovi affari, tra i beati e i santi. Tangenti per le anime. Vuoi accedere nell’alto dei cieli? Ci pensa il tuo santo socialista.

È giusto. Il condannato per corruzione e finanziamento illecito deve essere ancor di più rivalutato. Anche perché in Italia è diventato un esempio. Il carisma ladruncolare è stato ampliato a dismisura, in tutti i settori della società. Oggi, se non rubi, non sei nessuno. E, quindi, da latitante e fuggitivo deve poter occupare il posto più alto. Tra i “protagonisti” della Storia. Quella di Tangentopoli. «Dove sbagliò allora, si potrebbe chiedere un ventenne di oggi?». Per la corruzione? Macchè. «Nel fidarsi di coloro – secondo l’editoriale, scritto per offrire felicità e risate gracchianti – che prima andarono in ginocchio a chiederli un passepartout e poi lo pugnalarono alle spalle, come nella migliore tradizione italiana, complice un esercito di ex sessantottini ben infiltrati strategicamente nelle istituzioni». Si legge, però, nella sentenza All-Iberian, confermata in Cassazione: «Craxi è incontrovertibilmente responsabile come ideatore e promotore dell’apertura dei conti destinati alla raccolta delle somme versategli a titolo di illecito finanziamento quale deputato e segretario esponente del Psi. La gestione di tali conti non confluiva in quella amministrativa ordinaria del Psi, ma veniva trattata separatamente dall’imputato tramite suoi fiduciari. Significativamente Craxi non mise a disposizione del partito questi conti». Ecco lo statista italico. «Se fosse stato davvero un grande statista, avrebbe affrontato i processi, sarebbe stato un collaboratore di giustizia, avrebbe contribuito in maniera decisiva al risanamento etico e giuridico della classe politica italiana. Invece è fuggito ed ha vissuto i suoi ultimi anni in latitanza, eludendo le leggi del suo Paese. Non è stata persona di cui essere orgogliosi», parola di Tinti. Nel Paese senza memoria è giusto ricordare anche le parole dell’ex procuratore Borrelli: «È indecoroso, offensivo intitolare una via, una piazza o qualunque cosa a un personaggio che è morto da latitante». Ma bisogna pur chiuderla questa ignobile vicenda all’italiana, è necessaria una soluzione definitiva. Intitolate una lunga “tangenziale” al condannato e latitante Craxi. A futura memoria. Una “tangenziale”, via Hammamet, per permettere il pellegrinaggio nei luoghi dove ha latitato il corrotto Bottino.

da WordNews.it

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PER AMORE DEL MIO POPOLO

Un Paese senza memoria è un paese senza storia.

Convegno con:

don Maurizio Patriciello (parroco di Caivano)

Paolo De Chiara (giornalista, scrittore, sceneggiatore)

Palmia Giannini (pres. Comitato Balestrazzi)

Per la Legalità, la la Democrazia… per un’Italia e un Molise migliore.

da WordNews.it

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Matteo Messina Denaro, “il primo ministro”

di Paolo De Chiara

«Antonino Nicosia, detto Antonello, è stato arrestato e poi condannato alla pena di dieci anni e sei mesi di reclusione, con sentenza emessa dal Tribunale di Agrigento il 4 marzo 2005, per aver costituito, organizzato e diretto dai primi mesi del 1998 agli ultimi del 1999 un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, operante nei territori di Siculana, Porto Empedocle e Agrigento: la sentenza è stata confermata da quella della Corte d’appello di Palermo del 6 ottobre 2006, divenuta definitiva».

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

«Tutta, pure le altre vicino si devono bruciare, a noialtri non ci interessa».

Progetto di danneggiamento a scopo intimidatorio, conversazione di Antonino Nicosia, 28 febbraio 2018

«Le attività investigative sul Nicosia erano state inizialmente intraprese nel 1997 nell’ambito delle indagini sui favoreggiamenti della latitanza di Salvatore Di Gangi e finalizzate alla localizzazione e cattura di quest’ultimo, poi arrestato il 20 gennaio 1999 nell’abitazione di Franco Bivona, soggetto strettamente legato ad Antonio Nicosia».

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

«Fammi fare una fattura di 10-15 mila euro e la dividiamo, buono che ci mettiamo in tasca 3-4 mila euro l’uno?».

«Facciamo questa operazione e vediamo a cosa porta».

«Magari ci possiamo guadagnare qualche 50 mila euro».

Controllo dei lavori di ristrutturazione di un complesso alberghiero, conversazione di Antonino Nicosia

«La sentenza pronunciata nei suoi confronti (Nicosia, nda), infatti, ha accertato che egli, “ancorchè immune da precedenti penali, risulta legato a soggetti di primo piano di Cosa nostra (quali Di Gangi Salvatore, Josef Focoso, Gerlandino Messina, Liotta Calogero)” e che, nel corso delle indagini, era risultato particolarmente scaltro nell’eludere le investigazioni nei propri confronti».

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

«Ah, tu dici di levarlo di mezzo?».

Progetto di omicidio, conversazione di Antonino Nicosia, 29 gennaio 2018

«Ad alcuni degli importanti uomini d’onore citati nella sentenza, inoltre, il Nicosia è legato anche da vincoli di parentela e, infatti, è cugino di secondo grado di Josef Focoso (condannato in via definitiva quale componente della famiglia mafiosa di Siculana nonché per la commissione di diversi omicidi, attualmente detenuto al regime di cui all’art. 41 bis o.p.) e di Gerlandino Messina, succeduto nel 2010 a Giuseppe Falsone nella guida dell’intera provincia mafiosa di Agrigento e anch’egli attualmente ristretto al predetto regime penitenziario».

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

«Ed il primo Ministro è sempre a Castelvetrano… non si scherza (ride)».

Telefonata intercettata ad Antonino Nicosia, 15 febbraio 2019

«Il Nicosia è stato a più riprese detenuto e, all’atto della scarcerazione avvenuta nel 2009, sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno nonché alla misura di sicurezza della libertà vigilata, tutte interamente espiate».

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/matteo-messina-denaro-il-primo-ministro

#Caravaggio

C’è stata l’arte prima lui e l’arte dopo di lui, e non sono la stessa cosa.
(Robert Hughes)
#caravaggio

Rinviata l’udienza sui lavori pubblici effettuati dalla camorra

«In data 7 gennaio – spiega il Gup – l’avvocato che difende le posizioni di Vuolo Mario e Pasquale, Esposito e Cardone ha fatto pervenire una istanza di rinvio perché impegnato nella trattazione di un procedimento davanti al Tribunale di sorveglianza di Napoli, nonché in un’altra udienza preliminare, sempre a Napoli, rappresentando di essere l’unico difensore». Un rinvio per legittimo impedimento.

ROMA. Ci risiamo. Non sembra esserci una soluzione per l’udienza fissata davanti al Gup presso il Tribunale di Roma. Anche l’appuntamento di questa mattina ha visto vincere la strategia difensiva attuata da uno dei legali degli imputati. I Vuolo, Mario e Pasquale, padre e figlio, entrambi detenuti, non vogliono proprio saperne di entrare nelle gabbie del tribunale romano.

«In data 7 gennaio – spiega il Gup – l’avvocato che difende le posizioni di Vuolo Mario e Pasquale, Esposito e Cardone ha fatto pervenire una istanza di rinvio perché impegnato nella trattazione di un procedimento davanti al Tribunale di sorveglianza di Napoli, nonché in un’altra udienza preliminare, sempre a Napoli, rappresentando di essere l’unico difensore». Un rinvio per legittimo impedimento. «Io quello che dovevo fare nella scorsa udienza l’ho fatto – ha proseguito il giudice -, con separato provvedimento. Prendo atto, siamo nei limiti delle facoltà».

In aula la presenza del testimone di giustizia Gennaro Ciliberto si fa sentire, i suoi occhi parlano. Trasmettono angoscia, paura. Il testimone, che ha denunciato gli appalti e i subappalti affidati agli imprenditori vicini ai clan di camorra, non nasconde la sua angoscia. La sua frustrazione. I fatti gravissimi riportati nelle carte processuali, che vedono imputati anche dirigenti di diverse società anche quotate in borsa, come Autostrade per l’Italia, a chi fanno paura? Si vuole arrivare alla prescrizione? Si temono nuovi stralci per nuovi procedimenti giudiziari? Perché la verità non può venire fuori? Il giudice è stato chiaro. Ogni giovedì sarà fissata una nuova udienza. Il prossimo appuntamento è previsto per giovedì 16 gennaio 2020.

da WordNews.it

Link articolo https://www.wordnews.it/in-aula-il-testimone-di-giustizia-gennaro-ciliberto

Il Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti 2019 a “IO HO DENUNCIATO” di Paolo De Chiara

IO HO DENUNCIATO è il vincitore del Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti per la sezione narrativa 2019.

Davanti ad una grande cornice di pubblico, si è svolta a Seravezza, vicino Lucca, la cerimonia di premiazione del concorso internazionale di letteratura “Michelangelo Buonarroti 2019 “, uno dei più prestigiosi premi letterari d’Italia.

La manifestazione ha visto riconosciuto ancora una volta, dopo appena due mesi dalla presentazione del romanzo e del film, IO HO DENUNCIATO, che conquista il suo secondo premio.

Nella magnifica Area Medicea – Palazzo Mediceo e Teatro delle Ex Scuderie Granducali, erano presenti le massime Autorità, Stampa e Personalità della Cultura e dell’Arte.

Il libro, vantando la collaborazione dell’avvocato Enzo Guarnera sta riscuotendo ampi consensi e applausi riuscendo ad ottenere il riconoscimento come la miglior sceneggiatura del 2019 che sia basata sulla legalità .

Un progetto voluto fortemente dalla casa cinematografica CinemaSet di Antonio Chiaramonte, che ha prodotto, dall’omonimo romanzo, un film già visionato da oltre 1500 studenti,

Il film è stato prodotto senza fini di lucro, in quanto lo stesso Chiaramonte ha voluto omaggiare come elemento di sviluppo i nostri giovani nella crescita e nell’educazione alla legalità.

Da anni Paolo De Chiara, notissimo ed apprezzato giornalista e scrittore molisano, si dedica al tema dell’illegalità , non solo con i suoi scritti ma anche con la partecipazione attiva nelle scuole e in vari convegni nazionali.

Non è un caso, quindi, che il libro e il film “Io Ho Denunciato”, abbiano fatto, fin dal suo primo apparire, incetta di premi .

Lo scrittore, insieme all’avvocato Enzo Guarnera e alla produzione cinematografica CinemaSet, lo ha dedicato proprio a questo argomento, la “legalità”.

FONTE: http://www.blogpaper.it/2019/12/30/il-premio-internazionale-michelangelo-buonarroti-2019-a-io-ho-denunciato-di-paolo-de-chiara/?fbclid=IwAR15TnPmPjxkb6EACZB04QjCVfGjgD4P5dHOPnNfukgOTzKvV-2KrScAiAU